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Gli occhiali smart – in particolare i dispositivi dotati di intelligenza artificiale multimodale – non rappresentano semplicemente un’evoluzione incrementale della tecnologia indossabile. Si tratta, piuttosto, di una transizione di natura ontologica e politica. L’atto storico, intimo e profondamente umano, di indossare un paio di occhiali da lettura per decifrare il mondo si sta trasformando in un’esperienza di mediazione algoritmica totale

Riflessioni su un presunto gadget che si presenta come protesi ma può diventare gabbia



Introduzione


Sono entrato in possesso di un dispositivo per la vista del brand più famoso del settore a seguito di una combinazione di fattori che ha reso l'acquisto sostenibile dal mio wallet elettronico. Li ho inforcati considerandoli un gadget, ma ho scoperto per caso che "sanno leggere" mediante telecamera e su richiesta degli utenti. E mi è subito scattata la necessità di comportarmi da intruso. Ecco le conseguenti riflessioni.
 
Gli occhiali smart – in particolare i dispositivi dotati di intelligenza artificiale multimodale – non rappresentano semplicemente un’evoluzione incrementale della tecnologia indossabile. Si tratta, piuttosto, di una transizione di natura ontologica e politica. L’atto storico, intimo e profondamente umano, di indossare un paio di occhiali da lettura per decifrare il mondo si sta trasformando in un’esperienza di mediazione algoritmica totale.

L’ideologia neoliberale, che ha nel mito del self-made citizen il suo asse portante, ha immediatamente eletto questa tecnologia a feticcio. Attraverso una lente ideologica, l'individuo viene concepito come un'isola di razionalità calcolatrice, un agente economico che deve costantemente migliorare le proprie prestazioni, abbattere i propri limiti biologici e azzerare le frizioni dell'esistenza quotidiana. L'occhiale smart viene così presentato come esoscheletro cognitivo: un dispositivo di potenziamento individuale che contribuisce a conferire sovranità assoluta sul reale, emancipando il singolo dalle proprie fragilità e, soprattutto, dal bisogno dell’altro.

Se però rifiutiamo - nel mio fanatismo a priori - questo entusiasmo tecno-solipsista, emerge un quadro radicalmente diverso. L’impatto dei dispositivi non si misura sull’asse dell’autonomia atomizzata, ma sulla profonda alterazione dello spazio mutualistico prossimale. Questo spazio – composto dalle nostre relazioni quotidiane, dall'ambiente fisico condiviso e dalle regole non scritte della convivenza sociale – viene costantemente colonizzato, riconfigurato ed espropriato dal capitalismo di piattaforma.

La mia tesi è questa: la promessa di potenziamento del self-made citizen si traduce in realtà in una perdita di sovranità intellettuale, attraverso l’espropriazione dell’autorità interpretativa del soggetto; è quindi necessario contrapporre una visione del rinnovamento tecnologico esplicitamente radicata nella cittadinanza come interdipendenza sociale e cooperativa.

1. Demistificazione dell'«esoscheletro cognitivo»

Per comprendere l'illusorietà del potenziamento neoliberale, è necessario partire dalla demistificazione dell'hardware e del software "smart". La narrazione aziendale ci presenta un'interazione magica, istantanea e priva di attriti. L'utente guarda un testo complesso – si pensi al "bugiardino" fitto e impenetrabile di un farmaco specifico – e, con una semplice richiesta vocale, ottiene una sintesi cristallina che filtra il "rumore di fondo" e consegna la conoscenza esatta nel momento più utile.

Questa apparente magia nasconde in realtà una catena di mediazioni tecniche fragili e limitate, che l'utente è costretto a gestire tatticamente. La computer vi non "vede" il mondo come un essere umano; essa opera attraverso processi matematici di rilevamento dei bordi. Perciò, il funzionamento del dispositivo è disperatamente dipendente da condizioni ambientali rigorose:

●    Un'illuminazione non ottimale, un riflesso angolato sulla superficie di una lavagna scolastica o di una Lavagna Interattiva Multimediale, la presenza di aloni sulla superficie di scrittura riducono drasticamente il contrasto visivo, facendo collassare l'algoritmo di segmentazione dell'immagine.
●    La grafia umana, specialmente se complessa o tracciata in un corsivo frettoloso (come la classica scrittura medica o gli appunti presi rapidamente), manda in crisi i sistemi di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR).

Il motivo di questo fallimento risiede nella natura probabilistica dell'intelligenza artificiale generativa: la mancata comprensione semantica del testo che analizza.

Quando il dispositivo per la vista viene introdotto in un contesto reale – ad esempio, un'aula scolastica o universitaria in cui lo studente cerca di catturare al volo un URL scritto a mano– l'illusione dell'autonomia si scontra con la necessità per l'utente di farsi "protesi della macchina". Per far funzionare il suo presunto esoscheletro, l'individuo deve adattare il proprio comportamento: deve attendere che la luce sia perfetta, deve posizionarsi a una distanza specifica, deve rassegnarsi al fatto che, se lo smartphone associato in tasca perde la connettività o viene impostato in modalità aereo, gli occhiali si riducono a un inerte e costoso pezzo di plastica opaca. L'autonomia millantata dal neoliberismo si rivela così una forma di profonda dipendenza da un'infrastruttura tecnica, materiale e proprietaria.

2. Rinuncia all'«autorità interpretativa

La transizione del soggetto da lettore attivo a consumatore di sintesi algoritmiche  può minarne l'autorità interpretativa.

L'atto del leggere non è mai stato una mera decodifica passiva di segni grafici. Leggere è un lavoro cognitivo faticoso, un processo di negoziazione di significati, un esercizio di critica e di posizionamento rispetto al testo. È proprio in questa fatica interpretativa che emerge la cittadinaz consapevole. Quando il self-made citizen, guidato dall'imperativo dell'efficienza e della velocità, delega invece questo compito all'intelligenza artificiale degli occhiali smart, egli non sta semplicemente risparmiando tempo; sta abdicando alla propria autorità interpretativa.

L'autorità interpretativa viene così trasferita dal soggetto umano ai server del fornitore dei servizi. È l'algoritmo, addestrato su modelli probabilistici opachi e orientato dalle logiche commerciali del capitalismo di piattaforma, a stabilire:

1.    Che cosa sia "rumore di fondo" e che cosa sia "essenziale" in un bugiardino medico.
2.    Quale sia il senso profondo di una pagina densa di concetti o di un articolo di giornale.
3.    Quali informazioni escludere dalla sintesi vocale recapitata all'orecchio dell'utente.

E così via, in un trasferimento di sovranità, un atto politico silenzioso ma devastante. Il dispositivo si interpone tra l'occhio umano e la pagina scritta, arrogandosi il diritto di formattare la realtà. L'utente, cullato dall'illusione di un'aumentata efficienza , riceve un prodotto semantico preconfezionato, privato delle sue sfumature, delle sue contraddizioni e della sua complessità. La perdita dell'autorità interpretativa segna la nascita di un cittadino cognitivamente esonerato, la cui capacità di giudizio critico viene progressivamente atrofizzata a favore di una ricezione passiva e velocizzata di output statistici.

Per di più, questa rinuncia si consuma all'interno di una logica estrattiva asimmetrica. Ogni interazione con il dispositivo, ogni comando vocale preceduto dall'invocazione del brand proprietario, ogni fotografia scattata per analizzare un cartello o un testo, vengono impacchettati e spediti nel cloud. Il self-made citizen, che si crede sovrano e indipendente, agisce in realtà come un sensore periferico non retribuito di un oligopolio corporativo. Egli cede costantemente i dati spaziali, visivi e acustici del proprio ambiente di vita per addestrare i modelli linguistici di una multinazionale californiana. La sua "efficienza" è il sottoprodotto di una colonizzazione estrattiva del suo stesso sguardo.

3. Lo spazio mutualistico prossimale e l'invasione del privato comune

L'illusione neoliberale del potenziamento individuale crolla definitivamente quando si esamina l'impatto di questi dispositivi sullo spazio fisico e relazionale condiviso con gli altri. Il solipsista tecnologico immagina di muoversi nel mondo dentro una bolla invisibile di superpoteri, ma la materialità del dispositivo smentisce costantemente questa pretesa, costringendo l'utente a rinegoziare continuamente i patti sociali della convivenza.

Un esempio di questa rinegoziazione forzata è rappresentato dal LED frontale degli occhiali smart. Questo dettaglio di design, apparentemente minore e non disattivabile dalle impostazioni per ragioni etiche e di tutela della privacy, è un indicatore luminoso che segnala l'attivazione della telecamera o dell'analisi ambientale da parte dell'intelligenza artificiale. Nel momento esatto in cui il singolo invoca il proprio potenziamento individuale – ad esempio per farsi tradurre il menu di un ristorante o per leggere un cartello in uno spazio pubblico – quel LED si accende, proiettando una luce bianca che invade lo spazio visivo altrui. Il segnale luminoso trasforma istantaneamente un atto interpretativo privato in un gesto pubblico che mette a repentaglio e rinegozia la privacy di tutti i presenti. L'atto del singolo di estrarre valore informativo dall'ambiente circostante si compie a spese della serenità relazionale della comunità in cui si trova.

L'interazione con questi dispositivi richiede poi un'alterazione del comportamento verbale che rompe i patti del silenzio e della discrezione di molti nostri spazi pubblici. In un'aula scolastica, in una biblioteca o in un vagone ferroviario, l'assenza di una trascrizione continua, silenziosa e invisibile costringe l'utente a interrompere il proprio flusso cognitivo per formulare ad alta voce un comando verbale indirizzato alla macchina. Questo atto:
●    Rompe l'ecologia acustica del luogo.
●    Costringe gli altri a subire l'interazione uomo-macchina del singolo.
●    Svela pubblicamente la dipendenza dell'utente dal dispositivo.

Per aggirare queste frizioni, gli utenti più esperti (i cosiddetti power user) mettono in atto tattiche di mascheramento, come lo scattare silenziosamente una foto premendo il pulsante fisico sull'astina per poi gestire la richiesta sul telefono sotto il banco. Queste stesse strategie di adattamento dimostrano che il dispositivo non è un mezzo di liberazione incondizionata, ma un elemento perturbatore che impone un costante sforzo di mediazione tra il desiderio di potenziamento del singolo e le regole del vivere comune. Il "nuovo galateo" o la "nuova igiene digitale",  di cui parlano i sostenitori della tecnologia, non sono conquiste individuali, ma oneri sociali scaricati sulla collettività per consentire al singolo di utilizzare un prodotto commerciale proprietario.

4. La lezione dell'accessibilità: dalla solitudine tecnologica alla solidarietà interdipendente

Il terreno su cui la tesi del potenziamento individuale del self-made citizen si presenta come  - apparentemente- inattaccabile è l'accessibilità, in particolare per le persone non vedenti o ipovedenti. La possibilità di indossare un paio di occhiali e ottenere l'autonomia di leggere la corrispondenza, verificare la scadenza di un medicinale o ricevere la descrizione di un incrocio stradale viene presentata come il trionfo definitivo della sovranità tecnologica individuale. La liberazione delle mani, che consente l'uso contemporaneo del bastone bianco o della pettorina del cane guida, sembra incarnare l'ideale del soggetto protesizzato che domina lo spazio fisico in totale autonomia.

Un'analisi rigorosa di questa architettura tecnologica rivela invece che l'emancipazione reale non si realizza nell'autosufficienza solitaria dell'utente di fronte all'algoritmo freddo, ma nella valorizzazione di solidarietà e interdipendenza sociale.

I limiti dell'intelligenza artificiale in contesti critici di mobilità sono evidenti: l'IA non è in grado di rilevare in modo affidabile una buca sul marciapiede, un gradino sporgente o un ostacolo basso. Non può e non deve sostituire il cane guida o il bastone bianco, ma può solo affiancarli come risorsa informativa secondaria.

La massima espressione trasformativa di questi dispositivi di assistenza si realizza non quando lavorano in modalità solipsistica (utente-algoritmo), ma quando fungono da interfaccia di connessione con piattaforme di mutuo soccorso umano, come Be My Eyes o Oorion.

In questo modello, l'infrastruttura tecnologica non sostituisce l'altro, ma si fa ponte per abilitare una rete di solidarietà estesa. Quando l'utente avvia una videochiamata, un volontario umano vedente, situato a migliaia di chilometri di distanza, guarda attraverso la telecamera degli occhiali e guida l'utente con la propria voce, decifrando la temperatura di un forno o distinguendo il colore di un capo d'abbigliamento.
Questo processo non si fonda sul calcolo statistico di un modello probabilistico, ma su elementi prettamente umani:
●    La disponibilità di tempo e di attenzione del volontario.
●    L'empatia e la cura relazionale.
●    La comprensione semantica e contestuale del reale.

La tecnologia, in questo caso, non rende l'individuo autonomo nel senso neoliberale di "scollegato dagli altri", ma lo inserisce in una rete di mutuo aiuto in cui la vulnerabilità non viene negata o nascosta, ma accolta e supportata collettivamente.

L'ingegneria stessa del dispositivo riflette questa esigenza di connessione con l'esterno attraverso la scelta dell'audio open-ear. Gli altoparlanti direzionali integrati nelle astine, non ostruendo il padiglione auricolare, permettono all'utente di ricevere le indicazioni (dell'IA o del volontario) senza isolarsi acusticamente dai rumori della strada, che per una persona non vedente costituiscono l'irrinunciabile mappa sensoriale per l'orientamento. Questo dettaglio tecnico dimostra che l'efficacia del dispositivo dipende dalla capacità del soggetto di rimanere saldamente ancorato alla realtà fisica e sociale circostante, rifiutando l'isolamento acustico ed estetico. L'accessibilità non è una vittoria del solipsismo tecnologico, ma la dimostrazione che l'autonomia è un processo relazionale che si costruisce attraverso l'interdipendenza.

Conclusioni

Gli occhiali smart rappresentano insomma uno dei molti campi di battaglia politica e culturale del nostro tempo. Sotto la loro scocca lucida non risiede alcuna magia: vi sono solo calcolo statistico applicato a big corpora, infrastruttura di server proprietari affamati di dati personali e limiti materiali che costringono l'essere umano a farsi interprete e custode del dispositivo stesso.

La rappresentazione neoliberale del self-made citizen che si potenzia per competere e dominare lo spazio fisico senza bisogno di mediazioni sociali è una pericolosa illusione. Essa promuove un modello di cittadinanza fondato sulla rinuncia all'autorità interpretativa, sulla delega semantica alle grandi piattaforme e sulla progressiva erosione dello spazio mutualistico prossimale. Questo modello riduce il cittadino a terminale passivo di estrazione dati, un nodo isolato di una rete commerciale il cui unico scopo è la valorizzazione del capitale azionario di poche multinazionali.

A questa deriva dobbiamo opporre con forza l'idea di una cittadinanza basata invece sulla consapevolezza dell'interdipendenza sociale. I dispositivi tecnologici vanno concepiti non come armature per guerrieri solitari del quotidiano, ma come interfacce comunitarie che arricchiscono le reti di solidarietà e cooperazione. Dobbiamo rivendicare la nostra autorità interpretativa, rifiutando di delegare la fatica del pensiero e della critica ai filtri probabilistici delle intelligenze artificiali.

Non si tratta solo di scegliere tra la fatica di leggere e la comodità di ascoltare una sintesi. Si tratta di decidere se vogliamo abitare il mondo come monadi potenziate e sorvegliate in una bolla di solitudine algoritmica, o come cittadini attivi che riconoscono nella cura, nella relazione e nell'interdipendenza sociale l'unica vera forza di emancipazione umana.


Pubblicato il 27 luglio 2026

Marco Guastavigna

Marco Guastavigna / Marco Guastavigna, già docente di scuola secondaria e formatore di insegnanti, attualmente ricercatore inopportuno e provocatore

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