Sono passati molti anni da quando, in un freddo mattino di novembre, visitai per la prima volta la “grutas di Rancho Nuevo”, e negli anni il mondo cambia. Se si interroga sull’argomento la sfera di cristallo del terzo millennio, digitando “Rancho Nuevo”, si vedranno comparire una lunga serie di documenti riguardanti un insediamento militare. L’esercito infatti è presente stabilmente in quella zona da quando le attività dell’EZLN, l’Ejército Zapatista de Liberación Nacional guidato dal subcomandante Marcos, sono diventate una seria preoccupazione per il governo messicano. Ma allora Rancho Nuevo era solo una grotta ai margini di un bosco tranquillo e di questo vorrei raccontare.
Chi venisse catapultato in questo luogo, osservando il nastro d’asfalto della panamericana, il paesaggio ordinato e i boschi di conifere, potrebbe pensare di trovarsi sulle Alpi Austriache o in Scandinavia, di certo non immaginerebbe mai di trovarsi in centroamerica. L’ingresso della grotta si trova invece a pochi chilometri da San Cristóbal de Las Casas, in Chiapas. Il tratto attrezzato per i turisti, lungo qualche centinaio di metri, può affascinare chi non ha mai visitato una grotta ma non ha nulla di speciale. Ricordo che alla fine di questo percorso una scritta in vernice rossa avvertiva i visitatori: No hay paso. Peligro! Quel giorno non avrei mai immaginato che poco tempo dopo sarei andato molto più in là di quel cartello.
San Cristóbal de Las Casas è una cittadina del profondo sud messicano, il confine con il Guatemala si trova a un centinaio di chilometri. Capitale culturale dello stato del Chiapas, è meta di turisti e “buen retiro” di artisti e intellettuali messicani, che avevano trovato, in questo luogo e nella sua storia, lo spirito e le radici della cultura indigena centroamericana, molto prima che il subcomandante Marcos portasse queste terre alla ribalta internazionale. I turisti arrivano per vedere il coloratissimo mercato animato dagli indios, ma pochi si spingono, a parte San Juan Chamula e Zinacantán, nel cuore degli altos a visitare le comunità indigene.
Io ci arrivai nell’estate del 1986 dopo un lungo viaggio in macchina da San Francisco, e siccome avevo intenzione di fermarmi per un lungo periodo decisi di prendere in affitto una casa. A cedermela fu uno strano personaggio, un americano conosciuto per caso in un ristorante che viveva là già da diversi anni. Mi disse che voleva tornare negli Stati Uniti per un po’ di tempo, anche se non sapeva esattamente quanto, e cercava una persona interessata a prenderla in consegna. Non fu facile combinare, pareva diffidente e mi chiese se me la cavavo come falegname. Infine, ci accordammo per un periodo minimo di sei mesi e un affitto molto ragionevole in cambio di alcuni lavori di manutenzione. Non potendomi mantenere per il lungo soggiorno previsto, avevo preso contatti con una agenzia locale che mi affidava turisti italiani da accompagnare in giro per il Chiapas. Viaggiatori frettolosi che visitavano il Messico nell’arco di un paio di settimane. Per lo più coppie o piccoli gruppi che potevano permettersi una guida italiana al loro seguito. Lo zoo di Tuxtla, il cañón Sumidero, San Juan Chamula, Zinacantán, Palenque, erano mete obbligate. I più avventurosi li portavo in canoa lungo l’Usumacinta fino al piccolo sito maya di Yaxchilan, oppure, su piccoli aerei normalmente adibiti al trasporto del caffè, a vedere gli affreschi di Bonampak. Alla fine del tour li lasciavo all’aeroporto di Villahermosa da dove proseguivano per le località di mare dello Yucatán. Non era facile trovare persone simpatiche, ma il lavoro era buono e il compenso dell’agenzia, accresciuto spesso da laute mance, mi permetteva di vivere con agio. I momenti più belli li condividevo con i ragazzi più giovani, quando, vincendo il terrore dei loro genitori, li portavo a nuotare tra le cascate di Agua Azul. Nei loro occhi potevo finalmente vedere quello che avrei voluto cogliere nello sguardo di un ogni viaggiatore: lo stupore e la felicità di trovarsi in un paradiso naturale.
Lasciati i turisti a Villahermosa mi aspettava il lungo viaggio di ritorno in auto verso San Cristóbal. Il Messico, magico e profondo, tornava allora a disvelare tutte le sue forme. La strada in quegli anni, a parte pochi tratti, non era asfaltata e i servizi erano scarsi e poco affidabili. Ma in Messico non servono officine. Improvvisati meccanici, sconosciuti e solidali viaggiatori, mi hanno aiutato a sostituire gomme e a riparare guarnizioni con brandelli di plastica e cartone reperiti ai margini della strada. Ho visto estrarre l’intero motore di un camion servendosi di un albero (abbattuto per l’occasione), grosse catene e le braccia di molte persone. I lavori poi potevano prolungarsi per giorni, come se il tempo non avesse peso. Non è mai stato un problema procurarsi cibo e bevande anche in assenza di strutture dedicate, e se capitava di restare senza benzina la si andava a cercare in giro per le case. Mi sono trovato a contrattare una tanica in una stanza piena di fusti di benzina a fianco di una famigliola riunita per la cena. Poco distante qualcuno, senza curarsene troppo, fumava: una santabarbara perduta nella selva!
Il Messico profondo è anche questo: un insieme di ingegno, follia e creatività, che trova nelle arti e nei mestieri improvvisati con abilità e leggerezza una delle sue espressioni più sconcertanti. Ho letto una storia a riguardo. Pare che André Breton, padre del surrealismo, dovendo trascorrere un lungo soggiorno in quel paese avesse commissionato alcuni mobili per arredare una stanza della sua casa. Trovato il falegname, gli aveva consegnato uno schizzo fatto di suo pugno. Con grande puntualità, alla data prevista, non senza una certa meraviglia, Breton si vide consegnare i mobili. Mobili molto particolari, “in discesa”, poiché l’artigiano li aveva realizzati riproducendo, come in un calco, la prospettiva del disegno. Alla vista di questi mobili Breton avrebbe esclamato: «Messico, il mio paese!».
Al ritorno da uno di questi viaggi venni a sapere dell’arrivo a San Cristóbal di una spedizione di speleologi italiani, giunta in Messico per esplorare la grutas di Rancho Nuevo. Da alcuni mesi, infatti, si era diffusa la notizia del prosciugamento del sifone che aveva da sempre reso inaccessibile la sua esplorazione sistematica. Le grandi grotte richiedono un approccio organizzato. Si devono trasportare ingenti quantità di materiali e attrezzare, per le calate e le risalite, i grandi salti verticali (“pozzi”, nel gergo degli speleologi). Nei lunghi anni di attività alpinistica ho spesso incontrato e condiviso esperienze con i “cugini” speleologi, alcuni dei quali godono di doppia identità. Qualcuno dei presenti a San Cristóbal lo conoscevo, altri erano amici di amici. Molti di loro appartenevano al gotha della speleologia italiana. Fu con sorpresa e gratitudine che accettai l’invito a unirmi alla spedizione. Seguirono giorni di preparativi durante i quali potei aggiornare le tecniche speleologiche, ricordi delle mie occasionali esperienze in grotta. Poi l’alternarsi degli ingressi delle varie squadre e, infine, il mio turno.
Si entra.
È mattino. Camminiamo veloci sulle passerelle di legno all’ingresso della grotta, la luce ci abbandona presto, la rivedremo solo domani. Le lampade ad acetilene ci fanno strada, procediamo nel buio sempre più fitto. Andrea è il più conosciuto dei miei compagni, perché oltre a essere uno speleologo di fama è anche nipote di Piero Gobetti.
«Quanto potrà essere grande Rancho Nuevo? Quanto sarà profonda?» chiedo.
«Il tratto turistico è solo il velo sottile che ricopre il primo strato della cipolla. Ora affondiamo nella polpa!»
Abbiamo appena superato il sifone che sbarrava l’accesso alla grotta. Sul bordo, per ragioni di sicurezza, sono state depositate alcune bombole. Non posso nemmeno immaginare, in caso di allagamento, di immergermi in quel budello profondo venti metri. Dopo pochi passaggi si trasformerebbe in un tubo di acqua marrone (la definizione che ne davamo allora era un’altra) da superare alla cieca tirandosi su una sagola. La grotta ora diventa molto bella, stalattiti e stalagmiti enormi segnano il percorso. Piccole e straordinarie concrezioni adornano, come un arabesco, i soffitti delle sale. Il bagliore delle lampade frontali mi affascina. Un alone di luce bianchissima e diffusa illumina perfettamente le strutture vicine, più il là si disperde. La magia delle lampade ad acetilene comincia con il meccanismo di produzione: una sorta di caffettiera napoletana allacciata in cintura (acqua nella parte superiore, blocchetti di carburo nella parte inferiore) genera il gas che, incanalato in un tubicino, alimenta la fiamma della lampada frontale.
Superiamo velocemente i primi brevi salti ma al primo grande pozzo si rallenta. La squadra di cui faccio parte è composta da sei persone e ci si deve calare uno alla volta. Più avanti, uno dei passaggi più belli: un piccolo lago lungo una cinquantina di metri. Seduto sul canottino mi tiro sulla sagola, l’acqua è una lastra lucida, scura. Olio, scivolo lento. Sul lato opposto mi accoglie un Mickey Mouse alto quanto un bambino di tre anni che un buontempone delle squadre che ci hanno preceduto ha modellato nel fango. Di nuovo insieme. Chiedo che ore sono. Sono passate più di sei ore dal nostro ingresso, io ne avrei stimate al massimo due. In grotta, gli speleologi lo sanno, il tempo rallenta. L’orologio interno, regolato dalla luce del sole, va in tilt.
In prossimità del grande salto di ottanta metri la “grotta stringe”. Concrezioni bianche rivestono le pareti, soffia molta aria. Sopra le nostre teste pende una stalattite tozza, una sorta di gigantesco velopendulo, sembra di sporgersi dall’interno della gola di un ciclope. Ai miei piedi una pozza di acqua cristallina custodisce, come uno scrigno, piccole perle bianchissime. Per due volte tocco la superficie dell’acqua per convincermi che c’è. L’attesa si fa lunga. Stanco, accucciato in un angolo, osservo e aspetto il mio turno. Tutto si muove lento. Nel fiume dei ricordi la grotta reale e quella immaginaria si fondono. Compaiono i miei eroi degli abissi: sono il professor Lidenbrock in viaggio verso il centro della terra, Pinocchio dentro al ventre della balena, Sussi e Biribissi nelle fogne di Firenze. Arriva il mio turno. Mi lascio inghiottire dal buio. Come un ragno, appeso a una corda da dieci millimetri, mi calo lentamente nel vuoto. Solo a metà comincio a intravedere le luci dei miei compagni giù in basso. È un peccato non poter illuminare l’intero spazio che mi circonda. La voragine nella quale sto scendendo potrebbe contenere comodamente la cupola del Brunelleschi.
Raggiungiamo infine il punto previsto: una sorta di campo base avanzato situato in una delle sale più grandi. Massi sparsi sotto una enorme volta circondano il deposito dei materiali. Da qui partono le squadre per nuove esplorazioni. «Si è fatto tardi» è una frase che qui ha poco significato. Consultato l’orologio, decidiamo comunque di fermarci e dormire. Obbediamo a questa convenzione astratta, vittime ormai di ritmi circadiani impazziti per le tenebre. Domani ci aspetta la lunga risalita e alla fine la luce del sole.
Dopo qualche giorno entro in grotta per la seconda volta. Questa volta faccio parte di una piccola squadra di tre persone che ha come obiettivo l’esplorazione di un nuovo ramo. Al grande pozzo attraverso in arrampicata la parete sovrastante per spostare l’ancoraggio. Procedo in orizzontale e poi scendo una impegnativa fessura bagnata. Il fango mi cola sulle mani, lungo le braccia, sul viso. Ringrazio me stesso di conoscere tutte le tecniche di incastro possibili. Per un attimo penso ai divi del free climbing volteggiare leggeri nell’azzurro del cielo, mi giro e guardo i miei compagni: gli “speleo”, i “cugini sporchi di fango”. A metà percorso incontriamo la squadra che esce: abbracci, scherzi, visi stanchi, segnati dalla fatica, il tempo di un veloce resoconto. Andrea riprende tutto con la sua cinepresa gialla. Dopo una sosta al campo ripartiamo, un’ora e siamo all’inizio del nuovo settore. La speleologia è esplorazione pura: da questo momento in poi saremo i primi esseri umani a toccare queste rocce. La grotta ci resiste, ci sfida, gioca a nascondino con noi, dissimula le sue forme. Di fronte a noi si aprono strade diverse. Decidiamo di dividerci, esploreremo separatamente un nuovo tratto, tra un’ora ci ritroveremo in questo punto.
Procedo lento, mi guardo intorno con grande attenzione. Pensa se fossi io - il novizio - a trovare il passaggio chiave! E invece, dopo poco, “la grotta chiude”, non c’è possibilità di continuare. Mi fermo a riposare, ho ancora un po’ di tempo. Voglio provare qualcosa che da tempo ho immaginato. Cerco un masso dove sedermi in modo stabile e spengo la lampada con l’intenzione di sperimentare il buio della grotta. Può sembrare banale spiegarlo, ma in grotta, anche tenendo gli occhi aperti, il buio è totale. Non è una condizione facile da realizzare negli ambienti dove viviamo. A questo si aggiunge il silenzio completo, nel punto dove mi trovo non soffia aria e non c’è stillicidio d’acqua. Cerco di rimanere immobile e di non respirare. Sono solo, seduto sopra un sasso, 500 metri sottoterra, 7.000 chilometri da casa, i piedi appoggiati su un terreno che prima di me nessun essere umano ha mai toccato. Ascolto. Lentamente una vibrazione profonda, viscerale, si fa strada. Non è la sensazione che normalmente chiamiamo paura, è una sorta di “terrore ancestrale”, puro, senza coinvolgimento emotivo, completamente istintuale. Qualcosa che appartiene più alla specie che all’individuo. Aumenta, mi scuote dentro. M’impongo di resistere ancora, e qualcosa finalmente affiora alla mia mente. È una domanda, semplice e terribile: «io esisto?» Non c’è risposta. La mano fulminea accende l’elettrico. Mi muovo, faccio i primi passi. Senza fermarmi riaccendo la lampada ad acetilene, ormai sto correndo, senza voltarmi, fino a raggiungere i miei compagni.
«Continua la grotta?» «No, nulla d’interessante.» «Stessa cosa per noi, nulla di buono.»
«Va bene così, torniamo al campo.»
Ci attende l’ultimo bivacco. Non ho voglia di raccontare quello che ho provato, non ora. Prepariamo il tè, mangiamo qualcosa e, come fanno gli uomini da sempre attorno al fuoco, anche se qui sono solo deboli fiammelle, parliamo. Parliamo di grotte, di montagne, di viaggi passati e futuri, e Massimo, mio omonimo, alpinista e speleo di grande esperienza, ci racconta dei pinguini del Polo Sud.
Chiuso nel sacco da bivacco, nella luce fioca delle lampade che vanno spegnendosi, penso a casa. Sono il solito disgraziato, sono quasi due mesi che non do mie notizie. Domani prenderò carta e penna e scriverò una lettera:
«Cara mamma, oggi ho arrampicato dentro al ventre della balena insieme ai cugini sporchi di fango …»