L’arte non spiega, non dimostra, non argomenta, anticipa. Nomina ciò che la lingua comune non ha ancora codificato, mostra ciò che il pensiero sistematico produrrà dopo, e lo fa con una precisione che nessuna teoria raggiunge, perché non è vincolata dalla necessità di essere capita subito. Ogni opera è una lente, non un’illustrazione: non viene usata per confermare ciò che già sappiamo, ma per vedere ciò che non abbiamo ancora saputo guardare.
Ogni articolo prende una coppia di parole opposte e chiede: chi ha deciso quale delle due è il bene e quale il male? Chi ha il potere di assegnare il nome, e cosa cambia nella vita di una persona a seconda della parola che le viene data? La risposta non è mai neutrale. La parola arriva prima delle prove, prima del processo, prima di qualsiasi valutazione. La parola è già la sentenza.
Non dà risposte. Apre spazi. Ogni articolo si chiude con una domanda che il lettore porta con sé.
Nel 1892 Edvard Munch dipinge Viale Karl Johan di sera, l’arteria principale di Christiania, l’attuale Oslo, e la strada è piena di gente che cammina compatta, uomini e donne borghesi ben vestiti, i cilindri degli uomini e i cappellini delle signore che segnalano una classe che ha appena conquistato il benessere e l’ordine sociale, i volti pallidi che emergono dal buio come maschere, gli occhi spalancati e fissi nel vuoto, le bocche chiuse, i corpi che avanzano verso chi guarda fino a togliere distanza, insieme ma soli, senza che nessuno guardi nessuno, senza che nessuno comunichi con nessuno, mentre sullo sfondo le finestre illuminate del Parlamento sembrano occhi che vigilano sul rispetto delle convenzioni borghesi, e sulla destra, in mezzo alla strada deserta, una figura scura cammina di spalle in direzione opposta.
Munch non dipinge i volti, li disfa, e la pennellata ampia trasforma le persone in macchie intercambiabili, in larve sbiancate che si ripetono senza variazioni, non per una scelta stilistica ma concettuale, perché quello che vede intorno a sé non è una folla di individui ma qualcosa che non ha ancora un nome e che lui riesce a mostrare prima che qualcuno riesca a descriverlo. La strada è piena di corpi ed è una pienezza di vuoti: non c’è arroganza, non c’è massa che rivendica, c’è gente che ha smesso di abitare se stessa, e il vuoto non è intorno alle persone ma dentro, ed è inquietante proprio perché non ha la forma di una forza, è assenza, è deriva, è perdita silenziosa che non sa di essere perdita.
Ortega y Gasset descriverà una massa piena nel senso fisico del termine, che occupa ogni spazio disponibile e rende l’eccezione impossibile non perché la combatta ma perché non le lascia posto, ma la massa di Munch è qualcosa di diverso e di più sottile: non esclude l’individuo, lo dissolve, e la differenza non è di grado ma di natura, perché chi viene escluso sa di esserlo, mentre chi si dissolve no, e forse è questo il punto più preciso del dipinto, non il conformismo come scelta o come pressione esterna, ma come sparizione silenziosa dall’interno, come il momento in cui una classe ha guadagnato tutto e ha perso se stessa senza accorgersene.
La figura di spalle non viene fermata né notata, semplicemente non esiste per la massa che procede senza sguardo, e la prospettiva del dipinto la rimpicciolisce e la relega ai margini replicando con precisione il meccanismo: chi va controcorrente non viene combattuto, viene reso irrilevante, e quando il dipinto fu esposto la rivista Morgenbladet lo definì immediatamente un quadro assolutamente folle, perché la parola arrivò subito a mettere al suo posto chi aveva mostrato quello che non si voleva vedere. Ma anche quella figura merita di essere guardata senza automatismi, perché chi va controcorrente non è automaticamente più pieno, può portare con sé un vuoto speculare a quello della massa, diverso nella forma ma identico nella sostanza, perché il vuoto non ha una direzione preferita e abita anche chi crede di essersene sottratto.
La tensione vera non è tra chi cammina con la massa e chi le va contro, ma tra chi è pieno e chi è vuoto, e il confine non passa tra la folla e la figura solitaria ma dentro ciascuno, invisibile dall’esterno.
Nella tua vita, in questo momento, sei pieno o sei vuoto, e sai rispondere senza guardare cosa fanno gli altri?
Nota: titolo originale norvegese Aften på Karl Johan. Christiania è il nome di Oslo fino al 1925. Il dipinto è alla Rasmus Meyer Collection, Bergen, Norvegia.