Go down

Chi celebra l’intelligenza artificiale come il punto di arrivo di un progresso continuo che dura da tempo e “non avrà fine”, dimentica la barbarie in cui questo progresso ci ha portato, oggi anche sottomettendo la scienza, mettendola al proprio servizio e a quello delle sue narrazioni manipolatorie e propagandistiche.

La barbarie non è colpa della tecnologia, viene da lontano, ma oggi la scienza ha fornito ad essa uno strumento potentissimo chiamato “intelligenza artificiale” che questa barbarie potrebbe persino allargare, diffondere e approfondire.

La barbarie di cui parliamo qui non viene dall’esterno ma è endogena, nasce tutta da dentro, dalla nostra società occidentale, è il prodotto logico del suo sviluppo tecnico ed economico, la conseguenza necessaria di premesse che l'Occidente ha accettato senza capirne a fondo tutte le implicazioni, forse addirittura ignorandole.


La morte di Dio raccontata da Nietzsche ha anticipato il presente, la catastrofe culturale a cui stiamo assistendo e contribuendo, la fine di ogni valore e ordine morale, la perdita di senso e la capacità di distinguere il bene dal male. Il vuoto che ne è derivato è all’origine del nichilismo, anche contemporaneo, produce barbarie. Una barbarie sofisticata, caratterizzata da violenza senza principi, poteri forti senza legittimità alcuna, la forza che si giustifica da sola, ma anche da tanta stanchezza dello spirito, dovuta alla mancanza di qualcosa in cui credere ancora. Con la morte di Dio abbiamo demolito le nostre stesse fondamenta e oggi ci troviamo in una (poli)crisi radicale dalla quale, ciechi come siamo diventati, non sappiamo cosa e come fare a uscire.

In attesa di tornare a credere, “l’ultimo uomo” ha eliminato tutto ciò che era difficile, rischioso, grandioso, accontentandosi di una vita sempre più confortevole, perfettamente mediocre, sempre più vuota, eliminando lo sforzo (del pensare) e il rischio, inventando(si) la felicità e il benessere (wellbeing) come mode e non come stato dell’animo e dell’esistenza, perseguendo la mediocrità.

Crollati i fondamenti di una civiltà e della sua cultura, il vuoto oggi si sta riempiendo dalla forza bruta, non solo politica, ma anche da quella esercitata da uno strumento, non più solo strumento e pertanto neppure neutrale, che chiamiamo “intelligenza artificiale”. Uno strumento che è responsabile, con la nostra complicità e grazie alla nostra stupidità, della barbarie dell’addomesticamento, un fenomeno insidioso perché invisibile e che si sviluppa nel tempo presentandosi e raccontandosi come civiltà, democrazia, benessere, progresso, normalità. Un addomesticamento che non può essere denunciato come barbarie se non si vuole passare per folli che urlano al vento correndo per le strade, gridando che Dio è morto.

Le barbarie insita nel crollo di una civiltà, la nostra, e quella dell’addomesticamento oggi si sono fuse. Non è una grande notizia e non è una semplice coincidenza. Una grande responsabilità è anche della tecno-scienza che, con l’intenzione di esaudire e precorrere le esigenze dell’era delle macchine, ha deciso di costruire e fornire un dispositivo tecnologico chiamato “intelligenza artificiale”, IA. Un nome scelto forse con leggerezza ma che non brilla certo per la sua scarsa trasparenza. Come ha scritto Giorgio Agamben, il problema dell’IA “non è quello di essere artificiale (il pensiero, in quanto inseparabile dal linguaggio, implica sempre un’arte o una parte di artificio), ma di situarsi al di fuori della mente del soggetto che pensa o dovrebbe pensare.”

"[IA come regressione] L'intelligenza artificiale, alla quale la tecnica sembra voler affidare il suo esito estremo, cerca di produrre un'intelligenza che, come l'istinto animale, funzioni per così dire da sola, senza l'intervento di un soggetto pensante." (Giorgio Agamben - Quodlibet, 12 ottobre 2025, e «Il toro di Pasifae e la tecnica»)

Fuori dalle nostre menti si sta realizzando una specie di intelletto separato, aspirante a diventare unico per tutti gli uomini e le donne della Terra. Con questo Grande Intelletto (artificiale) Separato (GIS), esternalizzato, ogni singolo essere umano è chiamato a misurarsi, con un problema reale. “Se l’intelligenza è separata dai singoli individui, in che modo questi potranno congiungersi ad essa per pensare?” L’unica risposta oggi possibile è che questa congiunzione, in forma di comunicazione e interazione, non possa che avvenire attraverso l’immaginazione, che è e resterà sempre esperienza individuale, di ogni singola persona o essere umano.

E qui c’è un problema ancora più grande. Se stiamo sperimentando una barbarie è anche perché l’immaginazione è venuta meno, del fatto che all’intelligenza artificiale non si pone neppure il problema di usarne una. Eppure, se abbiamo eletto l’IA a entità pensante, e non lo è, per di più da noi separata, allora chiedersi come possa costruire un rapporto con un essere pensante quale siamo noi non è per nulla capzioso.

Sempre più convinti che la macchina-IA sia pari all’essere umano, che tra macchina ed esseri umani non ci siano diversità nei modi di “essere” e di pensare, stiamo delegando in modo sistematico, le nostre facoltà tipicamente umane a semplici dispositivi tecnologici, ai quali tendiamo a adattarci, contribuendo in una forma di servitù volontaria o complicità, alla barbarie (anche cognitiva) che si va diffondendo, grazie alla silenziosa abdicazione del pensiero umano alle macchine. L’abdicazione trova una sua possibile spiegazione nella ricerca della via più facile e meno faticosa di un essere umano ormai vittima delle adulazioni, delle promesse e delle gratificazioni che la tecnologia è in grado di offrire.

Ci siamo costruiti nuovi idoli e relative mitologie, sotto le cui ali cercare rifugio, credendo ciecamente alle loro promesse. Tra questi idoli, l’intelligenza artificiale è forse il più potente e pericoloso, perché nel vuoto pneumatico in cui sembriamo essere precipitati, l’IA non è un semplice avanzamento tecnologico, ma una vera e propria mutazione antropologica. Lo è non per la potenza dello strumento, ma per la sua (di chi oggi la produce e la governa) volontà e pretesa di sostituirsi alla mente umana, “operando in una zona oscura e inaccessibile, separata dall’esperienza umana del soggetto [umano]”. Quello che è in atto è uno scisma, non naturale ma provocato dalla intelligenza (stupidità) umana, tra l’atto del pensare e colui che dovrebbe essere il pensatore.

Dediti come siamo a soddisfare la curiosità della macchina-IA con le nostre domande (prompt) e interrogazioni, si stiamo comportando come stupidi che invece di sfruttare la nostra immaginazione per coltivare una intelligenza da noi prodotta in grado di collegare individuale e universale, o anche soltanto per colloquiare con una IA, ci siamo ridotti ad aspettare che sia l’IA a fornirci anche l’immaginazione, nella forma di testi, immagini e molto altro, tutte cose premasticate e confezionate, in modo da piacerci ed esonerarci da ogni nostro gesto autonomo e individuale creativo.

Quello che molti raccontano, nello storyelling che va oggi tanto di moda, come una interazione uomo-macchina-IA fertile, si sta traducendo rapidamente in un nostro “fertile” (per le macchine) parassitismo sterile che ci fa dimenticare quanto uomo e macchina siano tra loro diversi. Lo sono perché la macchina, pur essendo oggi dotata di archivi sterminati di dati e di informazioni e di capacità computazionali inimmaginabili, non pensa nel senso umano del termine, inoltre non ha esperienza di cose molto umane come la sofferenza, il dolore, la gioia, la morte. Il pensiero dell’IA è solo simulato, a partire da un rimescolamento, che all’IA oggi riesce molto bene, di cose che già sono state dette, da esseri umani in carne e ossa, pensanti (almeno finora).

In realtà tutto questo darsi da fare ad interrogare la novella Piz-IA sta generando un cortocircuito preoccupante, per non dire mostruoso, forse preparatorio di altre barbarie in arrivo, di cui non siamo neppure in grado di immaginare la varietà e la profondità. Il cortocircuito nasce da umani diventati sempre più stupidi, anche ignoranti, sicuramente più lenti e ormai meno allenati nel calcolo e nella computazione, che però continuano ad essere dotati di coscienza (che non vuol dire consapevolezza), e macchine-IA che, dotate di capacità di calcolo mostruose, pretendono di avere una coscienza pur non essendone (per ora secondo alcuni) ancora dotate, che però pretende di essere una intelligenza pensante.

Nella nostra stupidità, passiamo ormai giornate intere a interagire con IA scambiate per oracoli che, ci regalano quello che secondo loro noi cerchiamo, ma soprattutto alimentano e confermano la nostra pigrizia mentale, intellettuale e cognitiva, trasformandoci piano piano, in modo difficilmente avvertibile da menti addormentate e pigre, in macchine incoscienti, semplici appendici biologiche, protesi noi stessi, di dispositivi tecnologici e processi algoritmici che siamo sempre meno capaci di comprendere, ostacolare e sfuggire.

Come dice ancora Giorgio Agamben l’uomo che oggi interroga le IA è un essere umano alla ricerca dell’oblio nella sua connessione totale con il mondo della tecnologia, non solo IA, ma Cloud, piattaforme, streaming, ecc. Da qui la vera minaccia e la potenziale vera barbarie, un essere umano che ha abdicato alla macchina e che ha (di)smesso di essere soggetto capace di pensare, “di dire io penso”, capace di assumersi la responsabilità “vertiginosa” “di quel pensiero che, da sempre, cerca di pensare lui”.

Tanti buoni motivi per tornare a pensare, per essere meno stupidi e meno pigri (mentalmente), per provare a tornare a essere intelligenti, anche esercitando la nostra umana immaginazione.


 

 

 

StultiferaBiblio

Pubblicato il 05 maggio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

https://www.stultiferanavis.it/gli-autori/carlo