Scrive Giorgio Agamben, uno dei più grandi intellettuali e filosofi al mondo:
“chi si trova a scrivere in un’epoca che, a torto o a ragione, gli appare barbara, deve sapere che le sue forze e la sua capacità di espressione non sono per questo accresciute, ma, semmai, diminuite e logorate”.
Oggi molti si sentono logorati e sofferenti, ansiosi per il cigno nero sempre dietro l’angolo, ma soprattutto per i tanti cinghiali in circolazione, che devastano per istinto e per fame. Il logorio non incide certo sui Cazzullo o i Vannacci di turno, che primeggiano nelle classifiche dei libri più letti, ma colpisce molti, tanti che avrebbero cose interessanti da scrivere e mille racconti da condividere.
Chi ama scrivere sa che farlo è un’esigenza. Non si scrive solo per farsi leggere, si scrive anche per sé stessi. Nell’epoca barbara che viviamo chi scrive Sto arrivando! che sarà difficile trovare molti lettori con cui confrontarsi (su 75000+ libri pubblicati all’anno in Italia , 23000 non vendono neppure una copia, 35000 fanno fatica ad arrivare a 10 copie vendute). L'autore può provare ad affidarsi agli amici e ai parenti ma senza la certezza di trovare un riscontro partecipato ed empatico da parte loro.
Scrivere è una forma di resistenza, una testimonianza solitaria e un modo per preservare il pensiero critico di fronte alla saturazione tecnologica e alla crisi della cultura contemporanea. La scrittura, come direbbe Agamben, è un rapporto solitario ed esistenziale del singolo con "gli altri". Non è un atto deliberato, ma un modo per testimoniare, attraverso la "forma-di-vita" filosofica, l'esilio dalla polis e dal potere. In un'epoca di continua emergenza, il pensiero e la scrittura non possano essere definitivi, ma rimangano frammenti di una ricerca continua.
Molti manco si interrogano su cosa voglia dire scrivere, scrivono e basta, cercando di superare l’afasia, di dare al linguaggio una profondità da tempo offesa dalla superficialità del linguaggio di molti in circolazione. Un linguaggio che ci racconta l’abisso nel quale siamo precipitati.
Nonostante le difficoltà e la mancanza di mercato, si continua a scrivere, soprattutto online.
Come direbbe il filosofo noi non siamo solo Homo sapiens, siamo Homo sapiens loquendi, esseri viventi che non semplicemente parlano ma sanno parlare e scrivere, perché il sapere della lingua viene prima di ogni altro sapere. Ma oggi il linguaggio si è informatizzato attraverso la definizione di codici comunicativi che ricordano quelli degli animali. Il linguaggio ha perso la sua forza storica, è diventato strumento generativo, come quello della ChatGPT. La Rete ne evidenzia la realtà e la proliferazione.
Fortunatamente c’è la scrittura, che ci permette di catturare la voce, anche quella interiore, ci comprenderla e di trascriverla. Fortunatamente sono molti coloro che sentono l’esigenza di scrivere e di dare significati alle parole che passano per la loro mente, descrivendo le realtà vissute e dando forma ai reali possibili, spronando l’immaginazione del lettore, elaborando con lui nuovo senso, alimentandone la mente e coltivandone lo spirito.
Non si scrive solo per gli altri, si scrive anche perché si ama la propria lingua, la si contempla essendone attratti, la si vuole difendere dalle orde selvagge che la stanno distruggendo semplificandola. Scrivere è un atto di creazione e di resistenza umanista in difesa del NOSTROVERSO, contro un’informatizzazione che sta riducendo tutto a cinguettii, scritture brevi, pensieri rattrappiti e grammaticalmente mal esposti, spesso portatori di false verità anche se parlano in nome della Verità.
Chi scrive veramente sa che la verità sta nel contenuto delle parole usate.
Tutti gli altri scrivono perché spesso non hanno nulla da dire. E sulle piattaforme social quelli che non hanno nulla da dire sono moltitudini.