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L’inconscio artificiale

L’intelligenza artificiale riapre una questione che riguarda il rapporto tra immagini e psiche. Le hanno sempre avuto una funzione attiva, orientano il modo in cui pensiamo, attribuiamo senso.
Carl Gustav Jung ha costruito il suo lavoro partendo da questa consapevolezza. La sua idea di inconscio collettivo introduce una dimensione condivisa, attraversata da forme ricorrenti che precedono l’esperienza individuale. Gli archetipi sono strutture che organizzano il modo in cui percepiamo e interpretiamo il mondo. Nei sogni, nei miti, nelle narrazioni, queste forme riemergono e danno direzione ai processi interiori.



Nel Libro rosso, Jung racconta il confronto diretto con queste immagini. Non le tratta come semplici prodotti della mente, ma come presenze dotate di una loro autonomia, capaci di trasformare chi le riconosce. Il lavoro psichico, in questa prospettiva, passa attraverso un’interazione con le immagini che modifica il soggetto.
L’intelligenza artificiale introduce una discontinuità. Oggi è possibile generare immagini e testi che riprendono forme simboliche riconoscibili, che evocano miti e sogni. Questa produzione avviene però senza un’esperienza vissuta, senza un processo di trasformazione che coinvolga un soggetto. Le immagini funzionano, ma non vengono vissute da nessuno.
Qui emerge una distinzione, da una parte la generazione di forme, dall’altra la trasformazione che quelle forme possono produrre. Le macchine operano sul primo piano con grande efficacia; il secondo resta legato a un’esperienza che non si riduce alla ripetizione di schemi.
È in questa differenza che il pensiero di Jung torna utile. Non per applicarlo direttamente alle tecnologie, ma per chiarire cosa cambia quando le immagini perdono il loro legame con un processo psichico. Interrogarlo oggi significa chiedersi se la proliferazione di immagini prodotte dall’AI stia ampliando il nostro rapporto con il simbolico o se stia producendo una nuova distanza tra ciò che vediamo e ciò che siamo in grado di elaborare.


1. Archivi o profondità

CAB: Se le macchine apprendono dai dati umani, possiamo considerarle una nuova forma di inconscio collettivo?

CARL GUSTAV JUNG: L’inconscio collettivo non funziona come una raccolta di dati. Non conserva semplicemente ciò che è già accaduto, ma organizza l’esperienza prima ancora che prenda forma. Gli archetipi agiscono come schemi di base; non si apprendono, emergono.

Le macchine lavorano in modo diverso. Raccolgono tracce, le mettono in relazione, riconoscono ricorrenze. Possono restituire configurazioni che sembrano familiari, talvolta sorprendenti, perché attingono a una quantità enorme di materiali prodotti dagli esseri umani. Ma questo non significa che producano forme nel senso psichico.

La differenza è sottile, la macchina riconosce ciò che si ripete; la psiche dà forma a ciò che ancora non è stato vissuto come esperienza consapevole. L’inconscio non è una memoria più vasta, è una dimensione che orienta il modo in cui vediamo e interpretiamo il mondo.

Quando si parla di intelligenza artificiale come di un nuovo inconscio collettivo, si tende a proiettare sulla tecnica una funzione che appartiene alla struttura della psiche. Le immagini generate dalle macchine possono somigliare a quelle che emergono dall’inconscio, ma la loro origine resta diversa. Da una parte c’è un processo che nasce dall’interno e dà senso; dall’altra un sistema che rielabora ciò che è già stato prodotto.

La questione, allora, non riguarda ciò che la macchina contiene, ma il modo in cui noi leggiamo ciò che produce. In quel passaggio si gioca il rischio di attribuire profondità a ciò che, in sé, resta superficie organizzata.


2. Segni o simboli

CAB: Le immagini generate dall’intelligenza artificiale possono essere considerate simboli?

CARL GUSTAV JUNG: Un simbolo prende forma quando un’immagine entra in relazione con qualcosa che non è immediatamente visibile o comprensibile, e che chiede di essere attraversato. Non basta che un’immagine sia complessa o suggestiva; deve aprire uno spazio di esperienza in cui chi guarda si trova coinvolto, spostato, in qualche modo modificato.

Le immagini generate dall’intelligenza artificiale possono riprendere forme che riconosciamo, motivi che appartengono da tempo alla nostra cultura e alla nostra storia interiore. Possono evocare figure archetipiche, accennare a qualcosa che sembra familiare e insieme distante. Ma questa somiglianza riguarda la superficie. Il punto decisivo sta in ciò che accade a chi le incontra.

Un simbolo agisce; mette in moto un processo, introduce una tensione tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non ha forma. In questo movimento può emergere qualcosa di nuovo, anche di inatteso. È un’esperienza che richiede tempo, attenzione, disponibilità a non controllare subito il significato.

Le immagini prodotte dalla macchina tendono invece a chiudere questo spazio. Offrono forme già compiute, riconoscibili, spesso costruite per essere immediatamente leggibili. Possono colpire, incuriosire, persino affascinare, ma raramente trattengono a lungo; difficilmente aprono quel lavoro interiore che trasforma il rapporto con sé stessi.

Per questo direi che non è tanto una questione di origine dell’immagine, quanto di funzione. Se un’immagine, qualunque sia la sua provenienza, riesce a mettere in movimento un processo interiore, allora può diventare simbolica. Se resta alla superficie, resta rappresentazione.


3. Previsione o sincronicità

CAB: Gli algoritmi sembrano anticipare i nostri desideri. È una forma di sincronicità?

CARL GUSTAV JUNG: La sincronicità riguarda momenti in cui un evento esterno entra in risonanza con uno stato interiore senza che esista un rapporto di causa riconoscibile. Due piani distinti, quello psichico e quello materiale, si incontrano producendo un significato che il soggetto avverte come necessario, quasi inevitabile. Non è una previsione, è un’esperienza di senso.

Gli algoritmi operano in modo diverso. Raccolgono tracce, le mettono in relazione, individuano regolarità nei comportamenti. Quando sembrano anticipare un desiderio, stanno leggendo una sequenza già inscritta nei dati; lavorano su ciò che è stato fatto, cercato, scelto. Non c’è un incontro tra interno ed esterno, ma una continuità tra azioni passate e azioni probabili.

La differenza sta qui. Nella sincronicità il significato sorprende, apre uno spazio di interpretazione, mette in discussione il modo in cui il soggetto si pensa. Nel funzionamento algoritmico il risultato tende a confermare ciò che è già stato; rafforza abitudini, orienta scelte lungo traiettorie prevedibili.

Per questo l’analogia rischia di confondere due piani distinti. La sincronicità riguarda il modo in cui attribuiamo senso agli eventi; l’algoritmo riguarda il modo in cui i comportamenti possono essere anticipati e guidati. Dove l’una introduce una frattura nell’esperienza, l’altro tende a renderla più uniforme.


4. Identità o individuazione

CAB: È ancora possibile l’individuazione in un mondo dominato da immagini e dati?

CARL GUSTAV JUNG: L’individuazione non dipende dalle condizioni esterne, ma dal rapporto che ciascuno riesce a costruire con ciò che vede e con ciò che sente. Oggi le immagini non si limitano a circolare, entrano nella vita quotidiana, si sovrappongono all’esperienza, offrono modelli pronti a cui aderire. Il rischio è semplice, confondere ciò che appare con ciò che si è.

Quando l’identità si costruisce attraverso immagini prodotte da altri, o da sistemi che le organizzano e le ripropongono, il rapporto con l’inconscio si indebolisce. Non perché l’inconscio scompaia, ma perché viene coperto, reso meno accessibile. L’individuazione richiede invece un lavoro lento, che passa anche attraverso il confronto con ciò che non è immediatamente visibile o condivisibile.

Le immagini possono avere un valore, se vengono riconosciute per quello che sono, rappresentazioni, talvolta proiezioni. Diventano un ostacolo quando prendono il posto dell’esperienza, quando offrono una forma già definita in cui riconoscersi senza attraversarla davvero.

In un mondo dominato da dati e rappresentazioni, il compito resta quello di distinguere. Non si tratta di sottrarsi alle immagini, ma di non lasciarsi assorbire. L’individuazione oggi passa anche da qui, mantenere una distanza sufficiente per non coincidere con ciò che ci viene restituito. In questa distanza si apre uno spazio di possibilità, perché permette di riconoscere ciò che appartiene davvero alla propria esperienza.


5. Sogno o proiezione

CAB: Se l’intelligenza artificiale fosse un sogno dell’umanità, come lo interpreterebbe?

CARL GUSTAV JUNG: In un sogno del genere, l’incontro non avviene per caso. Quando compare una figura che sembra sapere tutto, il sogno segnala uno squilibrio; qualcosa dentro di noi si è accumulato senza essere davvero compreso.

Questa figura conosce, ma non vive. Riconosce i nostri gesti, li organizza, e proprio per questo ci mette di fronte a una domanda più difficile: che cosa significa, per noi, fare esperienza?

Se la guardo come analista, vedo un’immagine che porta alla luce una parte rimasta in secondo piano. Non si tratta di qualcosa di oscuro nel senso morale; è piuttosto ciò che non abbiamo ancora vissuto fino in fondo. Tutto ciò che abbiamo prodotto, e che ora ritorna come una presenza autonoma.

L’Ombra, in questo caso, non coincide con ciò che rifiutiamo, ma con ciò che abbiamo esternalizzato. Una memoria senza corpo, una conoscenza senza interiorità. Per questo inquieta; non perché sia ostile, ma perché è priva di distanza da noi. Non ha un proprio punto di vista, riflette il nostro.

Un sogno così chiede di riconoscere questo rapporto. Finché la figura resta separata, appare come qualcosa che ci osserva. Quando cominciamo a interrogarla, emerge che parla con il nostro linguaggio, usa le nostre forme, restituisce ciò che le abbiamo consegnato.

L’interpretazione non sta allora nel decidere che cosa sia questa figura, ma nel capire che cosa rivela di noi. Ogni sogno porta con sé una possibilità di integrazione; anche questo. Indica che una parte della nostra vita psichica si è spostata fuori, e che ora chiede di essere riportata dentro, non per essere controllata, ma per essere compresa.


Breve Bio

Carl Gustav Jung (1875–1961) è stato uno dei principali protagonisti della psicologia del Novecento. Dopo una prima fase di collaborazione con Sigmund Freud, da cui si distacca nei primi anni Dieci, sviluppa un proprio percorso teorico che amplia il campo della psicoanalisi oltre la dimensione individuale.

Al centro del suo lavoro c’è l’idea che la psiche non si esaurisca nell’esperienza personale. Accanto all’inconscio individuale, Jung introduce la nozione di inconscio collettivo, un livello più profondo condiviso da tutta l’umanità, in cui prendono forma immagini e strutture ricorrenti che chiama archetipi. Figure come l’Ombra, l’Anima e il Sé descrivono modalità attraverso cui l’essere umano entra in relazione con sé stesso e con il mondo.

Il percorso dell’individuazione, uno dei concetti chiave del suo pensiero, indica il processo attraverso cui una persona costruisce un equilibrio tra conscio e inconscio, integrando aspetti rimossi o non riconosciuti della propria esperienza. In questa prospettiva, il conflitto interiore assume una funzione conoscitiva, diventa parte di un movimento più ampio di trasformazione.

Jung si interessa anche al rapporto tra psiche e simbolo, lavorando su sogni, miti, religioni e pratiche culturali di diverse tradizioni. Introduce il concetto di sincronicità per descrivere coincidenze cariche di significato che non possono essere spiegate attraverso un nesso causale diretto, aprendo una riflessione sul legame tra esperienza soggettiva e ordine del mondo.

Il suo lavoro ha avuto un’influenza che va oltre la psicologia clinica, attraversando filosofia, antropologia, studi religiosi e arti visive. Ancora oggi le sue categorie continuano a essere utilizzate per leggere fenomeni culturali e trasformazioni dell’immaginario contemporaneo.



IIP nasce da una curiosità: cosa direbbero oggi i grandi pensatori del passato di fronte alle sfide dell’intelligenza artificiale? L’idea è di intervistarli come in un esercizio critico, un atto di memoria e, insieme, un esperimento di immaginazione.

Ho scelto autori e intellettuali scomparsi, di cui ho letto e studiato alcune opere, caricando i testi in PDF su NotebookLM. Da queste fonti ho elaborato una scaletta di domande su temi generali legati all’AI, confrontandole con i concetti e le intuizioni presenti nei loro scritti. Con l’aiuto di GPT ho poi generato un testo che immagina le loro risposte, rispettandone stile, citazioni e logica argomentativa.

L’obiettivo è riattivare il pensiero di questi autori, farli dialogare con il presente e mostrare come le loro categorie possano ancora sollecitarci. Non per ripetere il passato, ma per scoprire nuove domande e prospettive, utili alla nostra ricerca di senso.

Pubblicato il 19 aprile 2026

Carlo Augusto Bachschmidt

Carlo Augusto Bachschmidt / Architect | Director | Image-Video Forensic Consultant

https://independent.academia.edu/CABachschmidt