Go down

Espressioni come “noi siamo dalla parte giusta della storia” o “noi rappresentiamo la parte civilizzata del mondo” non sono semplici slogan politici: sono il segno di una visione del mondo profondamente autoreferenziale.


È interessante osservare come, nel dibattito pubblico occidentale, sia estremamente facile puntare il dito contro le teocrazie altrui.

Paesi e civiltà che intrecciano religione e potere politico vengono spesso descritti come esempi di arretratezza istituzionale. 

Eppure questa rappresentazione nasconde una contraddizione raramente riconosciuta. 

Anche Stati che si autodefiniscono pienamente democratici, come gli Stati Uniti o Israele, sono profondamente impregnati da una dimensione religiosa che esercita una reale influenza sulla vita politica. 

Negli Stati Uniti, il linguaggio pubblico è costantemente attraversato da riferimenti teologici, dalla retorica della “missione provvidenziale” della nazione fino all’influenza concreta delle comunità religiose nelle scelte politiche.

In Israele, la dimensione religiosa non è soltanto culturale, ma interviene direttamente nella definizione dell’identità nazionale e nelle dinamiche legislative. 

Non si tratta dunque di teocrazie nel senso formale del termine, ma di sistemi politici nei quali una teologia diffusa continua a operare come struttura simbolica e come forza politica. 

L’Europa, da parte sua, ha certamente compiuto un processo storico di emancipazione dal potere temporale della Chiesa.

La secolarizzazione ha progressivamente separato le istituzioni civili da quelle religiose, riducendo il peso diretto delle autorità ecclesiastiche nella gestione dello Stato. 

Ma questa emancipazione ha generato anche un effetto paradossale. 

Molti cittadini europei vivono oggi in una sorta di bambagia culturale, in un bozzolo protettivo che impedisce loro di comprendere davvero il mondo esterno.

La convinzione di appartenere alla parte “più avanzata” o “più civile” dell’umanità ha prodotto una forma di cecità culturale, una intelligente ignoranza. 

Espressioni come “noi siamo dalla parte giusta della storia” o “noi rappresentiamo la parte civilizzata del mondo” non sono semplici slogan politici: sono il segno di una visione del mondo profondamente autoreferenziale. 

Questa visione impedisce di riconoscere che il pianeta non è più organizzato attorno al baricentro occidentale. 

Se è pur vero che l’Occidente sia stato capace, prima di altri, di conquistare un livello di benessere materiale (spesso solo materiale) superiore e di costruire un sistema di diritti giuridici più ampio a tutela dei suoi cittadini, è altrettanto vero che quel benessere materiale si è progressivamente ridotto nel tempo, soprattutto per le fasce più ampie della popolazione, e che molti diritti sociali si sono progressivamente indeboliti, relegando spesso il cittadino a una posizione più vicina alla sudditanza amministrativa che alla piena titolarità di diritti. 

Parallelamente assistiamo invece alla crescita del benessere materiale, e in parte anche all’affermazione di nuovi diritti, nelle società dei mondi emergenti o già emersi, dove vaste porzioni di popolazione stanno vivendo trasformazioni economiche e sociali che ricordano, per dinamica storica, quelle attraversate dall’Occidente durante la propria fase di espansione. 

Negli ultimi decenni infatti, il mondo ha visto laffacciarsi sulla scena globale di nuove potenze economiche, politiche e culturali, forze che non chiedono permesso ma ridefiniscono con vigore gli equilibri internazionali, mettendo in discussione l’egemonia occidentale e riscrivendo, pezzo dopo pezzo, le regole della storia. 

La crescita della Cina, il consolidamento di potenze regionali come l’India, il ritorno geopolitico della Russia e il progressivo coordinamento dei paesi del cosiddetto Sud globale stanno lentamente ridisegnando l’architettura del potere internazionale. 

Per oltre due secoli l’ordine mondiale è stato costruito attorno alla centralità occidentale: prima attraverso l’espansione coloniale europea, poi attraverso l’egemonia economica e militare degli Stati Uniti nel secondo dopoguerra. 

Quell’ordine, tuttavia, non era una struttura eterna della storia, ma una fase storica determinata. 

Oggi quella fase mostra crepe sempre più evidenti. 

Nella storia, il privilegio non è una proprietà: è una parentesi. 

Nuovi corridoi commerciali, nuove alleanze economiche, nuove istituzioni finanziarie e nuove piattaforme di cooperazione internazionale stanno affiorando al di fuori delle tradizionali strutture di potere occidentali.

Molti paesi del mondo non si riconoscono più automaticamente nel paradigma politico, economico e culturale elaborato in Europa e negli Stati Uniti. 

Questo non significa che stiano emergendo modelli necessariamente migliori o più giusti.

Significa però che il mondo sta diventando più plurale, più complesso e meno centrato sull’Occidente. 

Il problema dell’Occidente allora, non è soltanto geopolitico.

È, prima ancora, cognitivo. 

Una civiltà che si percepisce come modello universale superiore fatica inevitabilmente a riconoscere valore in ciò che le è diverso.

E quando la diversità non viene compresa, ma soltanto giudicata secondo i propri parametri, la conseguenza inevitabile è lincomprensione del mondo. 

Molti occidentali continuano a interpretare i cambiamenti globali come deviazioni temporanee da un ordine che ritengono naturale, anziché come la trasformazione strutturale di un sistema internazionale che sta entrando in una nuova fase storica. 

Ogni civiltà attraversa inevitabilmente tre fasi: 

Prima viene il tempo della scoperta, quando una cultura guarda il mondo con curiosità e desiderio di comprenderlo.

Poi viene il tempo della potenza, quando quella stessa cultura espande la propria influenza e costruisce un ordine attorno a sé.

Infine arriva il tempo della convinzione, quando quella civiltà smette di interrogarsi e comincia a credere che il proprio modo di vedere il mondo sia l’unico possibile. 

È in quel momento che la forza si trasforma lentamente in rigidità. 

Il vero declino delle civiltà non comincia quando perdono potere, ma quando perdono la capacità di vedere. 

La storia raramente procede secondo le certezze di chi la vive e la cecità della bambagia impedisce lo sforzo della conoscenza e della comprensione di sistemi diversi. 

Le civiltà raramente cadono dall’esterno; più spesso declinano dall’interno, quando smettono di immaginare un mondo diverso da quello che hanno costruito. 

La storia non perdona chi smette di guardare.

Macte Animo ! 

Guido Tahra 

🌹

Pubblicato il 31 marzo 2026

Guido Tahra

Guido Tahra / Human Being, Philosopher, Ted Speaker, Writer, Designer