Nel 1866 ad una stenografa appena ventenne, Anna Grigor'evna Snitkina, venne proposto un lavoro: lo scrittore Fëdor Dostoevskij (Фёдор Михайлович Достоевский) aveva bisogno di dettare un romanzo in poche settimane. Egli aveva un gran debito economico e a carico numerosi parenti. Così aveva firmato un contratto capestro con un editore: gli avrebbe acquistato tutte le sue opere e pagato una bella somma ma solo se avesse scritto un nuovo romanzo in poche settimane.
Il romanzo sarà "Il giocatore". Dostoevskij aveva accettato ma aveva poco tempo e voglia di scriverlo.
Così per velocizzare il lavoro aveva richiesto un dattilografo.
Anna era ragazza piena di buona volontà, con una lunga treccia, felice di aver trovato un lavoro e di essere indipendente economicamente (una cosa rara per le ragazze del tempo).
Aveva accettato con entusiasmo l'incarico che le era stato proposto: suo padre aveva adorato "Memorie da una casa di morti", il libro di Dostoevskij sulla terrible prigionia in gioventù per le sue idee socialiste e che aveva fatto piangere lo zar.
Il datore di lavoro di Anna l'aveva avvertita che lo scrittore era un uomo cupo e arcigno.
In più egli aveva pubblicato "Delitto e castigo" e il fosco, complicato personaggio di Raskol'nikov aveva suscitato non pochi dibattiti.
Così nell'autunno del 1866, dopo una notte in bianco per l'emozione, lei si era recata nel vicolo dove abitava Dostoevskij. Non era certo una zona residenziale ma una piccola strada che quando tramontava il sole era frequentata da ubriachi (tanto è vero che egli poi preferirà riaccompagnarla a casa in carrozza).
Egli abitava al secondo piano di un grande caseggiato insieme ad una cameriera. L'appartamento era arredato modestamente.
Dostoevskij la ricevette indossando una giacca di panno blu un po' consunta e una camicia bianca candida. Era gentile, serio, professionale, dall'aria esausta, emaciato.
Lei rimase delusa.
Continuando il lavoro di dettatura egli a volte si interrompeva come soprappensiero.
Lentamente Anna incominciò a provare compassione verso quell'uomo che aveva tanto sofferto e che scriveva così mirabilmente.
Lui aveva 45 anni, era stempiato, sarebbe stato interessante se non fosse stato così provato, aveva un occhio ammalato.
Non era uno scrittore affascinante, né un brillante conversatore ma Anna scoprì, dietro al tono severo di lui, un uomo sensibile e premuroso e dettando e trascrivendo il romanzo nello studio con due finestre sul vicolo pietroburghese, tra i mobili da poco prezzo e tazze di tè nero si innamorarono reciprocamente.
Dostoevskij era nato nel 1821 a Mosca
figlio di un brutale medico militare alcolista (non tutti gli alcolisti sono brutali) e di una donna di temperamento solare che però era prematuramente deceduta quando lui aveva solo 16 anni.
Era cresciuto in un triste ospedale militare ma nonostante l'ambiente certo non adeguato ad un fanciullo si era appassionato ai libri.
Si trovava in collegio quando aveva saputo che suo padre era stato ucciso da uno o più dei suoi servitori.
Alcuni fanno risalire a questo grande trauma la prima crisi epilettica di Dostoevskij, la malattia che lo tormenterà per tutta la vita e che attribuirà al principe Myškin, protagonista de "L'idiota" in alcune delle pagine più belle ed intense del romanzo ed anche ad altri suoi personaggi.
A 23 anni egli si era fatto conoscere con il bel romanzo breve "Povera gente" che era stato apprezzato dal celebre critico letterario Belinskij.
Era il tempo della diffusione delle idee socialiste sorte per contrastare l'aggressività e la brutalità del capitalismo che aveva distrutto il modo di vivere precedente e creato una nuova classe di sfruttati: il proletariato. E i proletari avranno tanta parte nelle opere di Victor Hugo ("I Miserabili", "Jean Gueux") Charles Dickens ("Oliver Twist" e altre), Émile Zola ("Germinal", "Il ventre di Parigi", L'Assommoir").
Idee che Karl Marx definirà poi, un po' frettolosamente, utopiste.
Le teorie socialiste erano varie e diverse tra Robert Owen, Charles Fourier, Blanqui e Lammenais ma c'era nella gioventù russa o almeno in una parte di essa una volontà di rinnovamento, una sete di giustizia sociale anche in ragazze e ragazzi aristocratici, stanchi del lusso e dei privilegi.
La situazione della Russia era diversa da quella inglese e francese: era un enorme impero con un unico capo: lo zar e la borghesia non esisteva.
Libri emblematici sul tema saranno "Che fare?" dello scrittore Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, che propose un nuovo modello sentimentale tra uomini e donne basato sul rispetto ed ebbe grande successo, "Resurrezione" di Lev Tolstoj sul principe Nechljudov che vuole riparare un antico torto, il bellissimo "Il passato e i pensieri" di Aleksandr Herzen e Memorie di un rivoluzionario" l'autobiografia del principe Pëtr Kropotkin, anarchico.
Da ragazzo Dostoevskij aveva aderito ad un circolo di seguaci delle idee di Charles Fourier. In realtà la sua attività politica era stata limitata ma venne arrestato e poi condannato a morte con l'accusa di aver preso parte ad una cospirazione alla quale non aveva partecipato.
Fu l'esperienza più tragica della sua vita: il 29 dicembre 1849 (aveva 28 anni) i condannati erano stati messi al muro bendati, i soldati erano in posizione di tiro con i fucili spianati, il comandante stava per ordinare il fuoco quando giunse un militare a cavallo che sventolava un fazzoletto bianco: lo zar aveva concesso la grazia.
In realtà lo zar l'aveva già concessa ma venne inscenata questa messinscena non si sa bene a quale scopo, se per sadismo o per una presunta lezione morale.
L'uomo che era certo che la sua vita sarebbe finita a 28 anni affrontò invece coraggiosamente la morte nel 1881, pochi mesi prima di compiere 60 anni.
Fu uno sforzo fisico (aveva sollevato un mobile pesante per raccogliere la penna stilografica che gli era caduta) e un acceso diverbio avuto con una parente a farlo repentinamente peggiorare.
Assai credente, Dostoevskij, secondo un'antica usanza, aveva chiesto alla moglie Anna di aprire una pagina a caso del Vangelo e vi aveva trovato o aveva creduto di trovarci conferma del suo decesso nelle parole: 'non mi trattenere'.
Nell'ultimo periodo della sua vita lo scrittore aveva aderito ad idee conservatrici (e ciò va inteso nel senso ottocentesco del termine) e aveva scritto "I demoni" dove rappresentò negativamente i rivoluzionari nichilisti che avevano compiuto alcuni attentati.
Ci furono tre donne nella vita sentimentale di Dostoevskij: la prima moglie, Marya Dmitrievna Isaeva, di cui sappiamo poco. Quando si conobbero era già sposata e aveva un figlio. Nel 1857, dopo il decesso del marito, si sposarono ma sembra che sia stato un matrimonio infelice, con lunghe separazioni, lei era ammalata gravemente di tubercolosi ed era stata infedele a Dostoevskij che era molto geloso.
Il loro matrimonio era già in crisi quando a 40 anni, nel 1861, incontrò invece Apollinarija Prokof'evna Suslova, ventidue anni, che seguiva le sue lezioni di letteratura. Apollinarija era abbastanza bella, indipendente, sfidava la società con i suoi modi anticonformisti ma era anche, sembra, un carattere difficile.
La figlia di Dostoevskij scrisse, molto tempo dopo, che Apollinarija aveva scritto una 'ingenua e poetica lettera d'amore' allo scrittore anche se non è stata mai stata ritrovata (forse venne strappata).
Nacque una relazione sentimentale complessa, il temperamento di Apollinarija, che aveva aspirazioni letterarie, sembrava mal assortito con quello vulnerabile di Dostoevskij.
Dopo la morte della prima moglie, egli le chiederà più volte di sposarlo ma lei rifiuterà, andrà a Parigi, lo lascerà (1866).
Secondo alcuni studiosi Apollinarija è il modello (o almeno in parte) di alcune donne dei romanzi di Dostoevskij: quelle volubili, affascinanti, irrazionali nei loro comportamenti, segretamente ferite ma orgogliose, insondabili per certi versi come Nastas'ja Filippovna ne "L'idiota".
La terza sarà Anna, la sua ex dattilografa e seconda moglie, con la quale Dostoevskij avrà un rapporto molto più sereno e stabile, i figli, i viaggi all'estero (Dresden, Ginevra, Torino, Firenze, Roma) e con cui affronterà anche alcune tragedie come il decesso di una neonata, la povertà (Stefan Zweig racconta che in Germania Dostoevskij aveva impegnato al Monte di Pietà un suo abito per pagare il costo di spedizione di una lettera in Russia), l'epilessia, la ludopatia.
Ella dedicherà al marito un bellissimo memoriale intitolato "Dostoevskij, mio marito".
L'abuso di alcool, la passione invincibile per il gioco (da entrambe tentò di liberarsi) convissero con il grande, profondo indagatore dell'animo umano, colui che non aveva temuto di descrivere l'assurdo ed efferato delitto dello studente Raskol'nikov e le sue conseguenze con la forza possente del "Macbeth" shakespeariano.
Ma anche una società, come quella zarista, segnata da immani diseguaglianze, un mondo a metà tra oriente ed occidente, per certi versi bizzarro ma tremendamente affascinante.
Nei suoi libri vi è un misto di tragedia, di misticismo e di ironia che forse soltanto chi è nato nella sua cultura può comprendere pienamente così come l'onesto cattolicesimo ottocentesco e progressista de "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni viene poco compreso all'estero.
Però l'aspirazione al bene, le domande sulla vita, i conflitti che attraversano la sua opera sono senza confini.
Chi non ha trascorso una notte insonne leggendo Dostoevskij?
La "lista" dei crudeli dostoevskiani è ampia: Rogozin, il bizzarro, volubile, maligno personaggio che fa da contrappunto al principe Miškin in "L’idiota", Stravogin ne "I demoni", Smerdjakov ne "I fratelli Karamazov", Valkovskij in "Umiliati e offesi", uno dei suoi romanzi più belli ma meno letto di altri.
Ci sono poi personaggi che sono vie di mezzo, farabutti, disonesti ma capaci, a volte, di compiere un gesto umano fino a quelli puri, limpidi, incompresi come la delicata e vulnerabile Sonja in “Delitto e castigo” costretta a prostituirsi per non far morire di fame la famiglia, Natascia che per seguire il fatuo e volubile amante ha perso i genitori e la reputazione (in "Umiliati e offesi"), il fiducioso Aleksej Karamazov, il sognatore innamorato senza speranza di "Le notti bianche".
Nel 1869 Dostoevskij tentò, con successo, di descrivere un uomo "assolutamente buono": il principe Miŝkin. Fin dalla sua presentazione egli incanta: un ragazzo bello ma minato dall'epilessia, ingenuo, cristallino, intelligente, del tutto ignaro della burocrazia, della corruzione dilagante, ben disposto anche verso chi lo deride o lo denigra.
La bellissima Nastas'ja Filippovna, di cui lui si è innamorato solo vedendola in una fotografia, nel loro primo, casuale incontro lo scambia per un domestico e addirittura lo insulta senza alcun motivo:
"Il principe tolse il catenaccio, aprì la porta e indietreggiò stupefatto, addirittura sussultò: davanti a lui c’era Nastas’ja Filippovna. La riconobbe immediatamente grazie al ritratto. Gli occhi di lei ebbero un bagliore di stizza quando lo vide: entrò rapidamente nell’ingresso, urtandolo con la spalla mentre passava e disse rabbiosamente, levandosi la pelliccia: "Se sei troppo pigro per aggiustare il campanello, potresti almeno stare qui nell’ingresso quando la gente bussa. Ora hai fatto pure cadere la pelliccia, demente!" (...)
Il principe avrebbe voluto dire qualcosa, ma era così confuso che non riuscì a proferire parola".