Esiste qualcosa di profondamente paradossale nella civiltà contemporanea.
Mai nella storia umana abbiamo posseduto una simile capacità di calcolo. Mai abbiamo avuto accesso a una tale quantità di dati. Mai siamo stati in grado di simulare sistemi tanto complessi.
Eppure proprio nel momento in cui la nostra potenza operativa raggiunge livelli senza precedenti, una domanda sembra progressivamente scomparire dall'orizzonte culturale e scientifico.
Che cosa significa comprendere?
La questione emerge con particolare chiarezza osservando il destino di due uomini dell'Ottocento, Claude-Louis Navier e George Gabriel Stokes. Oggi i loro nomi evocano software, simulazioni numeriche, aerodinamica, fluidodinamica computazionale e modelli industriali. Sono diventati sinonimo di una tecnologia che permette di prevedere il comportamento di sistemi estremamente complessi. Eppure né Navier né Stokes videro mai un computer. Nessuno dei due eseguì una simulazione numerica. Nessuno dei due avrebbe potuto immaginare un cluster di calcolo, una GPU o un software capace di risolvere in pochi minuti problemi che avrebbero richiesto anni di lavoro manuale.
Questo fatto, apparentemente marginale, merita attenzione. Suggerisce infatti che l'obiettivo originario della loro impresa fosse radicalmente diverso dal nostro.
Navier e Stokes non cercavano strumenti di calcolo. Cercavano intelligibilità. Non volevano costruire simulatori. Volevano comprendere il moto. La differenza è enorme. Nel XIX secolo la scienza non era ancora percepita principalmente come una tecnologia della previsione. Era anzitutto una ricerca dell'ordine nascosto dietro l'apparente disordine dell'esperienza.
Le equazioni non erano considerate dispositivi operativi. Erano tentativi di risposta a una domanda antica quanto la filosofia stessa. Quali strutture permanenti si celano dietro il continuo mutamento del mondo?
Le equazioni che oggi portano i loro nomi nascono precisamente da questa ambizione. Da una parte la conservazione della massa. Dall'altra la conservazione della quantità di moto. Pochi principi. Poche ipotesi. E l'aspirazione straordinaria di ricondurre l'infinita varietà dei fenomeni fluidi a una struttura intelligibile.
L'aspetto più sorprendente non è che ci siano riusciti. L'aspetto più sorprendente è che continuiamo a utilizzare quotidianamente il risultato di quella ricerca. Ogni volta che un aereo decolla. Ogni volta che una turbina viene progettata. Ogni volta che una simulazione CFD converge. Ogni volta che un modello climatico produce una previsione. Dietro quel risultato si trova ancora il medesimo tentativo ottocentesco di rendere comprensibile il movimento della materia.
Eppure qualcosa è cambiato.
Profondamente.
Per Navier e Stokes il calcolo era una conseguenza della comprensione. Per noi la comprensione rischia sempre più di diventare una conseguenza opzionale del calcolo. La modernità tecnologica ha progressivamente sostituito una domanda con un'altra. Non chiediamo più principalmente se una teoria renda il mondo intelligibile. Chiediamo se funziona. Se produce risultati. Se genera previsioni accurate. Se permette di intervenire efficacemente sulla realtà. Si tratta di domande legittime. Ma non sono la stessa domanda. Una simulazione non è una spiegazione. Una convergenza numerica non è una teoria. Una rappresentazione tridimensionale non è una comprensione. Confondere questi livelli significa trasformare la conoscenza in una forma particolarmente sofisticata di operatività.
È qui che il destino delle equazioni di Navier-Stokes assume un significato che supera ampiamente la fluidodinamica. Esse rappresentano il passaggio da una civiltà che cercava di comprendere il mondo a una civiltà che eccelle nel calcolarlo. Non è affatto evidente che le due cose coincidano. Si potrebbe obiettare che le equazioni di Navier-Stokes rappresentino uno dei più grandi successi della ragione moderna. Ed è certamente vero.
Attraverso di esse abbiamo imparato a descrivere il moto dell'aria e dell'acqua, a progettare macchine sempre più sofisticate, a prevedere comportamenti che per secoli erano sembrati sottratti a qualsiasi forma di ordine. Tuttavia la loro importanza non deriva soltanto dalla loro efficacia.
Deriva anche da ciò che continuano a ricordarci. Ricordano che comprendere non coincide con utilizzare. Ricordano che la previsione non coincide con la spiegazione. Ricordano che il successo pratico non coincide necessariamente con la chiarezza teorica. Per questa ragione il dibattito contemporaneo sulla democratizzazione della simulazione numerica appare spesso incompleto. Si discute dell'accesso agli strumenti, della riduzione dei costi, della disponibilità di software sempre più potenti.
Tutto questo è importante. Ma la vera domanda si colloca altrove. Che cosa stiamo democratizzando?
La conoscenza oppure l'accesso alla potenza computazionale? Le due cose non coincidono necessariamente. Possiamo distribuire strumenti straordinariamente sofisticati senza distribuire con la stessa efficacia le categorie concettuali necessarie per interpretarli. Possiamo aumentare la capacità di simulare senza aumentare proporzionalmente la capacità di comprendere. Possiamo produrre un numero crescente di risultati senza accrescere in misura equivalente la nostra consapevolezza del loro significato. È una possibilità che merita di essere presa sul serio. Non perché la computazione sia sbagliata.
Al contrario. Perché funziona.
Funziona in modo talmente efficace da rendere superflue molte delle domande che l'hanno resa possibile. L'efficacia genera assuefazione. Il successo produce conformismo intellettuale. L'utilità tende gradualmente a sostituire la curiosità. Quando qualcosa funziona abbastanza bene, la tentazione di smettere di interrogarlo diventa quasi irresistibile. Qui Navier e Stokes continuano a parlarci. Non attraverso le loro equazioni. Attraverso la loro ambizione. Appartenevano a una tradizione intellettuale per la quale comprendere il mondo costituiva un fine in sé.
Una tradizione nella quale il calcolo era uno strumento della conoscenza e non il suo sostituto. Una tradizione che considerava la capacità di spiegare più importante della semplice capacità di prevedere. Forse il problema più interessante della nostra epoca non consiste nella scarsità di dati, nella limitatezza della potenza computazionale o nell'insufficienza degli algoritmi. Forse consiste nel fatto che stiamo progressivamente dimenticando la differenza tra conoscere una cosa e saperla utilizzare.
È una differenza sottile.
Ma è da quella differenza che dipende il significato stesso della parola conoscenza. Ed è forse per questo che, a quasi due secoli dalla loro formulazione, le equazioni che portano i nomi di Navier e Stokes continuano a essere importanti. Non soltanto perché descrivono il moto dei fluidi. Ma perché ci ricordano che la comprensione precede sempre il calcolo, anche quando il calcolo sembra averla resa superflua.