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Tutti noi stiamo percependo che non siamo in una fase di trasformazione graduale che lascia tempo per adattarsi. Siamo dentro una singolarità in emergenza, in una fase di accelerazione esponenziale in cui le istituzioni, i sistemi di welfare, le categorie giuridiche, i contratti sociali sono stati pensati per un mondo che sta scomparendo sotto i nostri occhi.


Questo articolo proverà ad avere un taglio diverso da quelli che ho scritto in precedenza, almeno ci tenterò e, come si dice, chi ha buone intenzioni è a metà dell’opera. Infatti mi è stato detto che, nei miei articoli, sussistono riflessioni interessanti (a detta di chi li ha letti) ma mancano le proposte.

Giusta osservazione; a mia parziale discolpa, però, non ho mai fatto proposte nei miei scritti perché credo che, oggi come oggi, qualsiasi strada si scelga di intraprendere dovrà sempre essere collettiva per cui le mie analisi vogliono fondamentalmente generare consapevolezza e spirito critico. Però accetto la sfida per cui, dopo l’iniziale disamina sociale, proverò a formulare delle idee.

Cosa centra il Welfare con l’Intelligenza Artificiale e il progresso? Sicuramente è utile tracciare un breve percorso che sostenga tutta l’analisi partendo dall’idea di fondo, come la storia insegna e non credo che questo periodo faccia eccezione, che ogni fase della modernità nasce per risolvere una crisi della fase precedente (dalla crisi del 2008 non siamo mai usciti), ma finisce per produrre nuove forme di rischio e disuguaglianza.

Tutti noi stiamo percependo che non siamo in una fase di trasformazione graduale che lascia tempo per adattarsi. Siamo dentro una singolarità in emergenza, in una fase di accelerazione esponenziale in cui le istituzioni, i sistemi di welfare, le categorie giuridiche, i contratti sociali sono stati pensati per un mondo che sta scomparendo sotto i nostri occhi.

Inoltre, questo percorso parte dall’assunto che il Capitalismo Digitale o Leviatano Algoritmico, al pari delle precedenti rivoluzioni industriali, stia ridefinendo gli equilibri sociali e culturali; come ogni grande rivoluzione economica che lo ha preceduto, esso non si limita a modificare i processi produttivi, ma sta ridefinendo i rapporti di potere, le forme della cittadinanza e i criteri attraverso cui vengono distribuite opportunità, risorse e riconoscimento sociale.

Tuttavia, a differenza del modello fordista e della relativa architettura del Welfare State (affluent society) che avevano accompagnato la crescita economica con meccanismi di inclusione e protezione sociale, il capitalismo contemporaneo sembra orientarsi verso logiche differenti, nelle quali l'efficienza, la competitività e l'innovazione tendono a prevalere sulle esigenze di tutela collettiva.

Inoltre, il nuovo assetto globale sta presentando un modello sociale di cittadinanza non più basato sui pilastri storici della sovranità moderna quali le strutture democratiche e i principi del Welfare State, ma una cittadinanza partecipativa gestita dal potere algoritmico, in un’epoca in cui il consenso si costruisce attraverso la programmazione delle probabilità. Queste trasformazioni stanno esercitando un'influenza profonda sulla natura stessa degli Stati nazionali, i cui tratti distintivi appaiono sempre più messi in discussione e, alla luce delle attuali dinamiche di espansione economica e tecnologica, cercano un nuovo equilibrio all’interno di strutture sovranazionali.

Risulta evidente che tale processo di integrazione sovranazionale non si traduce automaticamente in un rafforzamento della sovranità politica collettiva: al contrario, il potere decisionale tende a spostarsi sempre di più verso livelli tecnocratici e finanziari difficilmente accessibili alla cittadinanza attiva. Si pensi ad esempio a quanto sta accadendo nel contesto geo-politico, alle assurde vicende dell’Unione Europea (su cui meglio sospendere il giudizio) e al ruolo inesistente dello Stato Italiano (meglio parlare di altro).

Tornando al nostro percorso se analizziamo questo fenomeno sotto una lente sociologica ed, al contempo, economica possiamo vedere l'emergere di una nuova forma di capitalismo, che Marx e i suoi successori avrebbero probabilmente definito come un Ipercapitalismo immateriale. Questo nuovo modello capitalistico è radicalmente diverso dal vecchio che, pur mantenendo evidenti disuguaglianze, consentiva una certa partecipazione al sistema tramite le rivendicazioni operaie, i sindacati, le leggi sul lavoro e la creazione stessa da parte degli Stati del Welfare.

Se volete una fotografia del prossimo futuro può essere utile leggere l’ultimo Global Risks Report del World Economic Forum; infatti il rapporto analizza i rischi globali, ovvero quelli che, se si avverassero, impatterebbero negativamente e in maniera significativa sul PIL, la popolazione o le risorse naturali globali. Tra guerra e inflazione, cambiamenti climatici e tensioni sociali, crisi energetica e alimentare, quello che si prospetta è una policrisi, ovvero l’interazione contemporanea tra diverse crisi il cui effetto complessivo è maggiore della somma dei singoli impatti.

Prima di proseguire nel ragionamento dobbiamo, però, darci alcune definizioni di base:

  • Il Welfare State va inteso come una istituzione integrata in un complesso sistema di interdipendenze con altre istituzioni. La capacità di produrre benessere da parte dello Stato non dipende, infatti, soltanto da scelte di carattere politico, ma è strettamente legata alla sfera economica dalla quale dipendono la quantità e la qualità delle risorse disponibili per la popolazione e dal modo in cui la società contribuisce a garantire sicurezza e protezione ai propri membri.
  • Il Welfare State erogatore si riferisce a un modello in cui lo Stato assume un ruolo attivo nell'erogare servizi pubblici e fornisce ampi sostegni finanziari e sociali ai cittadini. In questo modello, lo Stato si impegna con la responsabilità diretta di garantire il benessere sociale attraverso la fornitura di servizi come l'assistenza sanitaria, l'istruzione, la previdenza sociale e l'assistenza sociale. L'obiettivo principale è ridurre le disuguaglianze e garantire un livello minimo di sicurezza e protezione per tutti i cittadini.
  • Il Welfare State regolatore si riferisce a un modello in cui lo Stato si concentra maggiormente sul fornire una cornice normativa e sulla regolamentazione del settore privato e dei mercati. In questo modello, lo Stato promuove l'autonomia e la responsabilità individuale, incoraggiando la partecipazione del settore privato nella fornitura dei servizi e concentrandosi sulla regolamentazione per garantire l'accesso equo e la qualità degli stessi. L'obiettivo principale è creare un contesto favorevole per la crescita economica e la prosperità generale, mentre si cerca di mantenere una certa equità e inclusione sociale.

Per ovvi motivi tecnici tralascio la periodizzazione sociologica del Welfare State, però è possibile affermare che, dal 1980 in poi, in maniera più o meno graduale, il Welfare da dispositivo di protezione collettiva fondato sulla solidarietà e sulla redistribuzione, si è progressivamente trasformato in un meccanismo di regolazione e controllo, in cui lo Stato non agisce più come garante del benessere comune, ma come mediatore di forze economiche e sociali spesso in conflitto. In questa transizione, la logica della solidarietà viene sostituita da quella della competizione, e il linguaggio della cura collettiva si dissolve nel vocabolario della Governance, dove l’efficienza diventa la nuova etica e la precarietà la condizione strutturale del vivere contemporaneo.

In questi quasi 50 anni, che per la Storia possono essere paragonati a ieri mattina, prima la deregulation poi le politiche economiche neoliberiste, con la scusante della semplificazione normativa e delle discutibili politiche di gestione del risparmio (finanziarizzazione) ha di fatto trasmesso un unico implicito messaggio: tutto è vendibile, tutto è commercio, tutto è consumo e quello che, come la casa di proprietà, non è vendibile si può cartolizzare e disperdere nel mercato finanziario.

Il capitalismo finanziario ha progressivamente subordinato l'economia produttiva alla logica dei mercati finanziari e, di conseguenza anche il Welfare, come capro espiatorio di una economia sempre meno legata agli investimenti nell'economia reale e sempre più orientata alla valorizzazione degli asset finanziari. L’idea dell’espansione continua (come ho già avuto modo di scrivere nell’articolo L’Illusione dell’Illimitato qui su Stultifera Navis) alimenta l'idea che il progresso economico possa procedere indefinitamente; ma la storia, prima o poi, presenta il conto e, infatti, l'idea di una crescita illimitata appare dunque sempre più come una costruzione teorica difficilmente conciliabile con i limiti economici, sociali e ambientali del nostro tempo. Inoltre, tale visione si scontra con una realtà caratterizzata da una progressiva stagnazione delle classi medie, dall'aumento delle disuguaglianze e da una crescente distanza tra le performance della finanza globale e l'andamento dell'economia produttiva.

 Siamo dentro ad un ulteriore cambiamento di paradigmi economici che avranno impatti sociali, anche se la strada non sarà uguale per tutti; questo passaggio dal Welfare erogatore al Welfare regolatore che in parte abbiamo già vissuto, ma che sarà sempre più accentuato, non rappresenta solo una mutazione amministrativa, ma il sintomo di un più ampio cambiamento antropologico e politico. L’idea di cittadinanza sociale sta cedendo il passo alla figura dell’individuo-impresa, chiamato a gestire la propria vulnerabilità come rischio personale in un mercato della sicurezza e dell’assistenza.

Il ragionamento resta particolarmente complesso e soprattutto imbrigliato nelle sole logiche economiche; infatti, molti sociologi ed economisti si sono “preoccupati” di spiegare che il passaggio da un modello di Welfare State erogatore a uno di Welfare State regolatore si sia reso necessario per ridurre la spesa pubblica, per sostenere, attraverso innovazione ed efficienza, i meccanismi del mercato economico. Hanno omesso, però, di fornire chiare interpretazioni sulle sfide sociali ed economiche emergenti come l'automazione, l’Intelligenza Artificiale e le nuove forme di lavoro, che richiedono (e richiederanno sempre di più) una flessibilità sociale la quale, probabilmente, avrà conseguenze sul modello stesso di società. Inoltre, quello che nessuno spiega è se questa transizione è la risposta ad una crisi economico – sociale strutturale (nata nel 2008 con la crisi dei subprime) oppure è la consacrazione dell’Ipercapitalismo Immateriale.

Oggi all’apice della finanziarizzazione dell’economia, il sistema economico si è spostato dal mondo materiale alle transazioni economiche e alla produzione immateriale, rendendo, nei fatti, obsolete le teorie economiche che accompagnarono gli anni d’oro delle politiche sociali. E la domanda a cui nessuno vuole rispondere è: quanta e quale disuguaglianza saremo disposti ad accettare?

Poi si legge sul Sole24Ore che nei campus americani, i dirigenti e i manager della Silicon Valley stanno venendo accolti da fischi e contestazioni durante le cerimonie di laurea e i convegni; questa reazione è guidata dalla Gen Z e non è da confondere con un rifiuto aprioristico della tecnologia. Oppure che i Data center IA consumeranno acqua per l’equivalente di 1,3 miliardi di persone entro il 2030; un rapporto Onu evidenzia l’enorme impatto idrico dell’intelligenza artificiale, spesso ignorato rispetto alle emissioni, con rischi ambientali e sociali globali.

Il punto centrale di questo ragionamento è il seguente: se con le politiche sociali e di Welfare la affluent society (Galbraith) del XX secolo democratizzava il lusso materiale, la società del XXI secolo dovrà affrontare la sfida di democratizzare il lusso immateriale dell’informazione e dell’Intelligenza Artificiale. In entrambi i casi, la trasformazione sociale è accompagnata dalla necessità di ripensare il ruolo del benessere collettivo, dei diritti individuali e del rapporto tra progresso tecnologico ed equità.

Queste brevi riflessioni hanno una loro chiave di lettura: nel frattempo che decidiamo di decidere stiamo accettando l’algoritmo come nuovo regolatore sociale quasi come se l’AI arrivi dopo il Welfare; errare humanum est, perseverare autem diabolicum dicevano i latini. Infatti, ancora una volta crediamo che ogni crisi possa essere risolta semplicemente trasferendo il potere da un attore all'altro: dallo Stato al mercato, dal mercato agli algoritmi. E quando una persona diventa un insieme di dati, il rischio è che la cittadinanza venga sostituita dalla profilazione.

Come promesso ad inizio articolo provo a sviluppare qualche proposta partendo da due idee di fondo: il'integrazione del Welfare sociale (che comunque resta) con un Welfare cognitivo e un nuovo Patto sociale per l’Intelligenza artificiale

  • Welfare cognitivo: All’orizzonte, neanche per sbaglio, si vede uno Stato, una istituzione che progetti una formazione permanente rivolta alla cittadinanza, una alfabetizzazione digitale di massa (come fu la TV italiana di Alberto manzi negli anni Sessanta, dove gli italiani impararono a leggere e scrivere), un accesso alla conoscenza che sviluppi e alimenti capacità critica; il Welfare che verrà non dovrà solo proteggere salute, lavoro e pensioni, dovrà redistribuire capacità di comprensione e adattamento.
  • Un nuovo patto sociale per l’Intelligenza Artificiale: come il Welfare State nacque dopo la crisi del capitalismo industriale (1929) e dopo la Seconda guerra mondiale, oggi servirebbe un nuovo contratto sociale che definisca cosa resta sotto controllo democratico e quali funzioni possono essere delegate agli algoritmi; quali diritti devono essere garantiti a livello sociale, indipendentemente dal mercato e dalla tecnologia. Insomma un Welfare capace di proteggere i cittadini dagli effetti sociali della concentrazione algoritmica del potere.

Inoltre, sarebbe possibile creare una Carta dei diritti algoritmici, di accesso all’informazione e ai servizi dove vengono spiegate le decisioni automatizzate, consentito il diritto alla trasparenza, all’intervento umano e alla contestazione come la Carta dei diritti dei consumatori?

Sarebbe possibile ipotizzare una legge nazionale (o anche di iniziativa popolare, dove venga sancito il fatto che i dati generati collettivamente dai cittadini non possono essere considerati esclusivamente una risorsa privata delle piattaforme digitali, ma devono essere riconosciuti come patrimonio strategico della collettività (dati come bene comune)?

Infine, una riflessione di Stiglitz e Fitoussi, molto indicativa: “Il mondo sta affrontando tre crisi capitali: una crisi climatica, una crisi di diseguaglianza e una crisi della democrazia. Riusciremo ancora a prosperare entro i limiti del nostro pianeta? Può un’economia moderna offrire una prosperità condivisa? ... I modi abituali con cui misuriamo la performance economica non fanno minimamente sospettare il fatto che potremmo trovarci di fronte a un problema… il PIL ci è ronzato piacevolmente nelle orecchie, crescendo un anno dopo l’altro, fino a quando, nel 2008, la crisi finanziaria globale ci ha colpito…le voci di allarme e gli studi pubblicati sul rallentamento della produttività e della crescita sono stati ampiamente ignorati. I politici suggeriscono deboli riforme del sistema economico e promettono che tutto andrà bene. E’ chiaro che vi è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui valutiamo la performance economica e il progresso sociale… Se oggi misuriamo la cosa sbagliata domani faremo la cosa sbagliata…”

Se vogliamo correggere le aberrazioni economiche che stiamo vivendo i nuovi indicatori di progresso dovranno tener conto di altri parametri come la stabilità e qualità del lavoro, l’accesso alla conoscenza, la salute mentale, la sostenibilità ambientale e la partecipazione democratica solo per citarne alcuni. E se tutte queste idee non saranno possibili attraverso lo Stato e le istituzioni che lo facciano i cittadini in modo spontaneo ricreando quelle che furono a suo tempo le Società di Mutuo Soccorso.

Perché prima o dopo la storia presenterà il conto e sarà anche salato; arriverà quando né lo Stato, né il mercato saranno più in grado di governare una realtà che, a livello collettivo, appare sempre più complessa e troppo sofisticata per accorgersi di se stessa e dove sta iniziando ad emergere un vero e proprio corto circuito sociale. 

Luigi Russo, Il leviatano Algoritmico. La silenziosa trasformazione del lavoro e dell’essere umano, Delos Digital, maggio 2026 (versione digitale e cartacea)


Pubblicato il 14 giugno 2026

Luigi Russo

Luigi Russo / Autore, Saggista - Etica dell’AI - Gruppo BNP Paribas