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La frazione è più semplice del previsto: come numeratore stiamo delegando all’Intelligenza Artificiale memoria, decisione, interpretazione e orientamento atrofizzando alcune capacità fondamentali del pensiero umano; stiamo ricevendo, in cambio, un flusso informativo (che non significa conoscenza) enorme che comporta confusione, sovraccarico cognitivo, dipendenza dagli algoritmi di selezione. Come denominatore l’accesso all’informazione è sempre più mediato da piattaforme private, motori di ricerca, social network, recommendation system, assistenti intelligenti.


Nel dibattito in corso sulla attuale tecnologia e sulla IA tutte le teorie e le tesi vengono presentate come riflessioni tecniche oppure come avvertenze o ammonimenti, per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale; poche, però, si soffermano sugli impatti sociali che l’IA ha, e avrà sempre di più, sulla moltitudine di persone, ancora ad oggi ignara di tutti questi dibattiti e anche della stessa Intelligenza Artificiale.

Con onestà intellettuale dovremmo riconoscerci che se ci trovassimo a parlare di Intelligenza Artificiale con il fruttivendolo sotto casa (con tutto il rispetto per la nobile e ormai quasi rara professione) abituato a Tik Tok e Facebook ci accorgeremmo che delle tante teorie esplicitate non ne sa nulla e, forse, neanche, gli interessa. Però, se gli parlassimo della società attuale…

Ecco il primo tassello del titolo di questo articolo. Il secondo tassello è che da circa 30 anni stiamo assistendo ad accelerate e profonde trasformazioni sociali, politiche e tecnologiche che stanno ridisegnando radicalmente il ruolo degli Stati e delle istituzioni democratiche sia nazionali che sovranazionali. Infatti, nel contesto del capitalismo globale, dominato da flussi finanziari transnazionali, piattaforme digitali e sistemi algoritmici, la sovranità nazionale appare progressivamente indebolita, mentre il potere tende a concentrarsi nella gestione dei dati, delle reti e delle infrastrutture tecnologiche e, in questo nuovo paradigma post-statuale, la legittimazione politica non deriva più principalmente dal consenso dei cittadini, ma dalla capacità di controllare e orientare l’informazione e i comportamenti collettivi.

Di conseguenza, anche il concetto di cittadinanza sta cambiando profondamente: i tradizionali principi della democrazia rappresentativa e del Welfare State (come li abbiamo conosciuti nel secolo scorso) lasciano spazio a forme di partecipazione sempre più amministrate dal potere algoritmico e da logiche tecnocratiche spesso lontane dalla cittadinanza attiva. Parallelamente, l’espansione delle strutture sovranazionali non coincide necessariamente con un rafforzamento della sovranità collettiva, ma favorisce piuttosto centri decisionali economici e finanziari difficilmente accessibili ai cittadini.

A queste trasformazioni sociali si aggiunge la velocità di Internet e i Social media, che hanno accelerato il rapporto tra pensiero e azione, riducendo gli spazi di riflessione critica e modificando profondamente la vita sociale e individuale; la moltiplicazione dei canali informativi ha, inoltre, frammentato la percezione condivisa della realtà indebolendo il consenso collettivo per cui ciascuno tende a vivere all’interno di una propria “bolla cognitiva”, generando forme di disconnessione relazionale e una crescente difficoltà nel condividere una visione comune del mondo.

Fino alla fine del secolo scorso le diseguaglianze sociali sono state interpretate soprattutto in termini economici: chi possedeva il capitale controllava la produzione; chi possedeva le fabbriche controllava il lavoro e chi deteneva ricchezza esercitava potere politico e sociale. In questo senso la lotta di classe si sviluppava attorno a una frattura relativamente chiara ovvero da una parte il capitale, dall’altra il lavoro.

Ma la società che si sta delineando oggi non può più essere spiegata con quelle logiche perché i futuri conflitti sociali non riguarderanno soltanto il possesso della ricchezza materiale ma interesseranno soprattutto il possesso della conoscenza, della capacità interpretativa e dell’accesso agli strumenti cognitivi avanzati: la vera frattura del XXI secolo potrebbe essere la disuguaglianza cognitiva.

Banalmente non tutti avranno lo stesso accesso all’Intelligenza Artificiale, alle competenze digitali, agli strumenti di analisi, alle infrastrutture informative, alla capacità di comprendere sistemi sempre più complessi; e quando la conoscenza diventa la principale forma di potere, la disuguaglianza cognitiva rischia di trasformarsi nella nuova lotta di classe.

Quello che stupisce è il potere intrinseco che attribuiamo all’IA in tutti i dibattiti: l’intelligenza artificiale non distribuisce automaticamente potere ma, al contrario, rischia di amplificare le differenze esistenti; nel capitalismo industriale il vantaggio economico dipendeva principalmente dal controllo dei mezzi di produzione. Nel Leviatano algoritmico il vantaggio competitivo dipenderà sempre più dal controllo dei mezzi cognitivi e di informazione.

E in quest’ultimo processo che può nascere il prossimo conflitto di classe perché la disuguaglianza cognitiva non riguarda soltanto il livello di istruzione; è qualcosa di molto più profondo che interessa la capacità di comprendere la complessità, di interpretare l’informazione, di utilizzare strumenti tecnologici avanzati, di adattarsi a contesti cognitivi in continuo cambiamento, di distinguere tra conoscenza e manipolazione.

La storia ci ha insegnato che ogni rivoluzione tecnologica ha trasformato il mondo del lavoro e la società e fin qui nulla questio; l’Intelligenza Artificiale, però, introduce una caratteristica nuova ovvero che non automatizza soltanto il lavoro fisico ma sta automatizzando anche parti crescenti del lavoro cognitivo e questo produrrà una forte polarizzazione delle competenze rischiando di avere figure altamente qualificate (in grado di utilizzare la tecnologia) e chi invece resterà escluso da questi processi subendo una progressiva marginalizzazione.

La frazione è più semplice del previsto: come numeratore stiamo delegando all’Intelligenza Artificiale memoria, decisione, interpretazione e orientamento atrofizzando alcune capacità fondamentali del pensiero umano; stiamo ricevendo, in cambio, un flusso informativo (che non significa conoscenza) enorme che comporta confusione, sovraccarico cognitivo, dipendenza dagli algoritmi di selezione. Come denominatore l’accesso all’informazione è sempre più mediato da piattaforme private, motori di ricerca, social network, recommendation system, assistenti intelligenti: in sintesi Delega/Potere e in questo processo non si tiene in conto che, fuori dai dibattiti e discussioni, ci sono persone.

Ormai è fuori discussione, e ne siamo tutti consapevoli, che Il leviatano (capitalismo) algoritmico controlla l’informazione; sanno, infatti cosa leggiamo, cosa guardiamo, cosa desideriamo, cosa temiamo, quanto tempo trascorriamo su un contenuto, etc. etc.

Ma il punto più importante è un altro: il Leviatano algoritmico non si limita a osservare i comportamenti ma li modifica, li influenza, li ottimizza, come ha sostenuto Shoshana Zuboff, in un modello economico fondato sull’estrazione continua di dati comportamentali.

Se poi applichiamo queste riflessioni, con uno sguardo sociologico alla società attuale, la società algoritmica che oggi si sta profilando non appare più semplicemente “liquida”, come magistralmente descritta da Zygmunt Bauman, ma configurata come una società dell’obbedienza fluida, nella quale le norme vengono interiorizzate sotto forma di preferenze individuali e la cittadinanza attiva tende a trasformarsi in una cittadinanza passiva e assistita. In questo scenario l’individuo non è più chiamato a partecipare criticamente alla vita collettiva, bensì a confermare dinamiche già predisposte, mentre il consenso non nasce dal confronto pubblico e dall’argomentazione, ma dalla personalizzazione continua dei contenuti e delle esperienze. Il rischio concreto è che l’essere umano venga progressivamente integrato nella macchina sociale come semplice variabile comportamentale, producendo una crescente disuguaglianza cognitiva tra chi progetta gli algoritmi e chi, invece, ne subisce il funzionamento.

Ma è veramente questa la società che vogliamo per i nostri figli o nipoti? Una società “a due velocità cognitive” dove una minoranza potenziata tecnologicamente governerà una maggioranza progressivamente dipendente da sistemi che non comprende davvero?

Chiaramente un articolo non può essere esaustivo di argomenti che meriterebbero una maggiore disamina e per questo vi rimando alla mia recente pubblicazione: Luigi Russo, Il Leviatano Algoritmico. La silenziosa trasformazione del lavoro e dell’essere umano. Delos Digital, maggio 2026 (versione digitale e a breve anche cartacea)


Pubblicato il 17 maggio 2026

Luigi Russo

Luigi Russo / Autore, Saggista - Etica dell’AI - Gruppo BNP Paribas