Alfonso Cariolato è un filosofo italiano il cui lavoro si muove lungo una linea di ricerca attenta alla trasformazione delle forme dell’esperienza contemporanea, in particolare nei punti in cui soggettività, tecnica e linguaggio entrano in tensione. La sua scrittura mantiene un rapporto costante con la tradizione filosofica, senza assumerla come repertorio da commentare, ma come campo di forze da riattivare criticamente, spesso attraverso un confronto serrato con autori come Baruch Spinoza e Jean-Luc Nancy. Nei suoi interventi emerge una particolare attenzione per ciò che eccede le forme stabilizzate del pensiero, per quelle soglie in cui il senso non è ancora del tutto articolato, ma già insiste, chiedendo di essere pensato. In questo quadro, temi come l’esposizione del corpo, la costituzione del soggetto e le condizioni tecniche della
produzione di immagini e discorsi vengono affrontati evitando sia il rimpianto per forme perdute, sia un’adesione acritica al presente.
Il suo lavoro si colloca così in uno spazio di interrogazione in cui le categorie classiche della filosofia vengono messe alla prova dai dispositivi contemporanei, senza che ciò conduca a una loro semplice dissoluzione. Piuttosto, ne emerge una pratica filosofica che insiste sulla necessità di ripensare i rapporti tra esperienza, finitudine e senso, mantenendo aperta la domanda su ciò che, nel presente, continua a chiedere ascolto.
Mi si chiede di fare una domanda, di porre una questione. E io, dopo una breve esitazione, domando prima di tutto a me stesso se questo sia ancora il tempo delle domande, vale a dire se la filosofia sia più in grado di porre, di porsi, domande. So così di rischiare di scivolare su una meta-domanda e perdermi del tutto in una sorta di mise en abyme – ma tant’è… Il ti esti(n) di Socrate, il sapere delle cause di Aristotele, le tre domande di Kant e via di questo passo fino a Foucault, che ha smascherato la domanda come strumento attraverso cui il potere produce verità e soggetti.
Dal canto suo, Derrida mostra come non vi sia innocenza del domandare, in quanto ogni domanda presuppone un linguaggio e una metafisica. Sappiamo inoltre che giunge repentino il momento in cui chiedere: chi domanda nel domandare? (che è anch’essa un’ennesima variazione della domanda sulla domanda). Insomma, la filosofia è intrisa di interrogativi. Non ne può fare a meno.
Ma forse la domanda che sta al cuore del pensiero è una, e la risposta la si può dare soltanto indirettamente con la pratica stessa del pensare:
quale domanda all’esaurirsi delle domande?