Quelli che si allontanano da Omelas di Ursula K. Le Guin non è una distopia nel senso corrente del termine. Non descrive un futuro possibile né un presente alternativo: descrive una struttura. La città felice di Omelas regge la propria prosperità sulla sofferenza di un bambino tenuto nel buio, nella sporcizia, nell'abbandono. Gli abitanti lo sanno. Il sapere fa parte del sistema, viene spiegato ai bambini tra gli otto e i dodici anni, come si spiega una regola del gioco. E il gioco continua.
Le Guin lo dice senza ambiguità: gli abitanti sanno di non essere liberi, proprio come il bambino. Ma la non-libertà non è distribuita in modo uniforme, è asimmetrica, e questa asimmetria non è accidentale: è la struttura stessa del sistema. Il bambino patisce la propria non-libertà nel corpo, nella perdita del linguaggio, nell'incapacità di immaginare un altrove. Gli abitanti non la patiscono: la struttura ha provveduto a renderla tollerabile, persino razionale. Le Guin descrive con esattezza il meccanismo: i giovani che vedono il bambino tornano a casa in lacrime, elaborano, e col tempo arrivano ad accettare. Le lacrime stesse, scrive, sono forse la vera fonte dello splendore delle loro vite. Il dolore morale viene metabolizzato e restituito come profondità. La struttura non teme il sentimento: lo incorpora.
La domanda sulla libertà è già nel testo, e ha già una risposta. Quello che il testo lascia aperto è altro: a cosa serve il sapere, se non modifica la struttura? Il sapere è previsto, contenuto, amministrato. Non è sovversivo, è parte del funzionamento. Sapere e agire si sono separati, e questa separazione non produce scandalo. Produce l'ordine ordinario di Omelas.
Il racconto cessa di essere una distopia quando lo sovrapponiamo al presente, quando riconosciamo che la struttura che descrive non appartiene a un altrove immaginario, ma al funzionamento ordinario del mondo in cui viviamo.
Sappiamo che i componenti elettronici dei nostri dispositivi vengono recuperati ad Agbogbloshie (Accra) anche da bambini che si ammalano tutti gravemente ("Si stima che ogni anno vengano importate ad Agbogbloshie circa 215 000 tonnellate di apparecchiature elettroniche di consumo usate.
Questa zona ospita circa 40 000 persone. È stata definita una delle minacce più tossiche al mondo", Children and digital dumpsites: e-waste exposure and child health, Unicef, 2021).
Sappiamo che gli indumenti venduti a pochi euro vengono prodotti in condizioni che intossicano la manodopera che li produce.
Questi non sono saperi astratti: ci sono corpi precisi, sostanze precise, malattie precise, nomi di luoghi e di aziende. L'informazione è disponibile, abbondante, verificabile: ci sono reportage, documentari, indagini, rapporti. Non manca il sapere. Eppure il dispositivo di sei mesi fa è già obsoleto, e la maglietta a due euro è ancora nel carrello.
Tra Omelas e il presente non c'è distanza da colmare perché la distanza non c'è.
Con Foucault possiamo comprendere. Il potere, nel suo funzionamento maturo, non agisce per repressione, ma per produzione: produce discorsi, produce verità, produce i soggetti che abitano quelle verità come se fossero proprie. L'obsolescenza di un dispositivo elettronico, ad esempio, non è un dato naturale, è un discorso prodotto dagli stessi sistemi che traggono vantaggio dalla sostituzione ciclica. La scelta di consumo non è un atto sovrano di libertà individuale, è una soggettività fabbricata dentro categorie che il sistema ha già definito: necessità, progresso, convenienza. Il sapere circola dentro questo stesso apparato: è previsto, nominato, a volte persino incoraggiato.
Ciò che non viene prodotto è la possibilità di pensarsi fuori dalle categorie che il sistema offre. Non c'è bisogno di nascondere nulla quando il nascondimento è già avvenuto nel momento in cui si è deciso cosa conta come realtà e cosa come scelta.
Anche qui, come a Omelas, la consapevolezza diventa a volte essa stessa un prodotto: l'etichetta che certifica le condizioni di produzione o il marchio che segnala la scelta responsabile.
Il sistema impara a vendere anche il disagio che produce, e il disagio cessa di essere un'incrinatura per diventare una nicchia di mercato.
La domanda che il racconto di Le Guin permette di formulare con precisione è questa: quanto siamo disposti a pagare ciò da cui dipende la nostra felicità? E ha una risposta misurabile. La diamo ogni giorno, e ogni giorno coincide con la scelta di non darla.