A pochi giorni dal mio precedente contributo pubblicato su StultiferaNavis, torno da un’altra prospettiva sul tema dell’inverno demografico dell’occidente per una riflessione, all’opposto, sulle pratiche che la medicina occidentale ha via via messo in opera per favorire in tutti i modi la maternità grazie alle sempre più innovative tecnologie riproduttive nate per supportare il concepimento naturale, tutelare la gravidanza nei mesi successivi e quindi il successo finale con la nascita del bambino; tecnologie talora usate anche al di là degli scopi per cui erano state concepite e, in alcuni casi, dei limiti etici che comunque imporrebbero.
Infatti, se a livello individuale il corpo di ogni donna dispone del potenziale biologico della maternità, non è detto che poi ogni donna (al di là di quelle che non sentono come istinto naturale quello della maternità) riescano, pur volendo, a concretizzare tale istinto mettendo al mondo uno o più figli. Esiste, cioè, un’altra faccia del problema, quella in cui i protagonisti non sono più coloro che scelgono di scartare a priori l’ipotesi di diventare genitori per non perdere le loro libertà personali o che allontanano nel tempo tale scelta perché ne sono impediti da esigenze economiche e lavorative; parliamo invece di quelle coppie o anche di quelle donne single che, al contrario, puntano in qualsiasi modo a volere un figlio, costi quel che costi, anche quando non ci riescono, accettando di superare, seppur spesso rischiando, difficoltà o limiti che magari un tempo erano considerati insormontabili (o che lo erano comunque per la scienza del passato).
non si può negare che in tutto l’occidente l’infertilità (maschile o femminile) è da anni in continuo inarrestabile aumento
C’è chi parla, al riguardo, di una vera e propria “epidemia sociale”, anche se nell’uso di certa terminologia bisognerebbe stare attenti. Tuttavia non si può negare che in tutto l’occidente l’infertilità (maschile o femminile) è da anni in continuo inarrestabile aumento. Le percentuali di infertilità maschile e femminile si equivalgono, attestandosi intorno al 35,5%; ma nel 15% dei casi entrambi i partner sono infertili. Fra i fattori di rischio ci sono sicuramente l’abuso di alcool, fumo e droghe, ma anche l’uso “maldestro” per molto tempo di anticoncezionali senza un vero e periodico controllo medico; c’è poi chi imputa il dito contro l’inquinamento. Ma ciò che rimane certo è che il desiderio del primo figlio in un’età sempre più tardiva, sia per la donna che anche per l’uomo, diminuisce la percentuale di successo.
In entrambi i sessi, ma ovviamente in modo ben più marcato per l’universo femminile, lo spazio che la biologia ha affidato alla procreazione viene psicologicamente violentato dalla rimozione di tre paradigmi, di cui le donne sono protagoniste[1]: quello della mai auspicata ma comunque possibile mortalità precoce, sia per la donna (collegata al parto) che per il suo bambino (collegata al parto o a eventi nei suoi primi mesi dopo la nascita); quello della malattia, percepita ormai come uno scandalo intollerabile in una società che ha fatto della “salute” il suo vero e proprio mito dominante, e quello della vecchiaia, con le sue inevitabili fragilità ed esigenze di assistenza[2]. L’esito di queste dinamiche, intrecciandosi, fa della società contemporanea un contesto freddo e conturbante legato strettamente a ogni altra logica insita alla mercificazione capitalistica della persona, del suo corpo, della sua salute e del suo “valore” (quanto vale una vita?).
Le strutture ospedaliere alle quali è possibile fare ricorso per giovarsi delle tecniche di P.M.A. (procreazione medicalmente assistita), ma anche le cliniche della fertilità che sono nate negli ultimi anni per operare in alcuni casi anche in quella zona grigia che va al di là di tali pratiche, non sono estranee a questa logica, dato che la loro funzione e i loro metodi spesso travalicano, soprattutto in alcuni Paesi, le ragioni per cui sono nate, andando ben al di là dello scopo originario di tutelare e favorire la capacità riproduttiva delle donne e garantire, dopo il concepimento, l’assistenza alla salute di madre e nascituro nelle gravidanze che continuano a essere a rischio.
Le pratiche che alcuni di questi centri medici espletano, magari in via riservata, rispondono anche a istanze di assistenza dove più labili magari si fanno i confini fra clinicamente ed eticamente possibile, come quelle volte a preservare, allungandola oltre i termini biologici naturali, la capacità riproduttiva della donna, offrendo servizi di congelamento di spermatozoi maschili e/o di ovociti femminili (ovviamente a pagamento) che intercettano non solo esigenze reali, ma perfino condizionamenti psicologici e angosce esistenziali, in linea con quanto appena detto: timori di perdere la propria capacità riproduttiva per una possibile futura malattia; speranza di poter procreare anche al di là dei termini che la natura imporrebbe ai corpi, per esempio perché nel frattempo la donna sceglie altre priorità nella sua vita, come la carriera o semplicemente perché, dopo un periodo in cui ha deciso di non volere assumere il ruolo sociale di madre, a un certo punto della sua vita cambia idea ma si ritrova sola o fuori età per una gravidanza.
Ma ormai si va anche ben oltre questi scopi: esistono già alcuni di questi centri che, in alcuni Paesi in cui le legislazioni vigenti lo consentono o appaiono meno vincolanti, operano per rispondere a richieste “ulteriori” da parte dei potenziali genitori, come quella di qualificare al meglio il genoma del nascituro, non solo cercando di eliminare eventuali geni indesiderati per prevenire lo sviluppo di malattie, ma addirittura costruendo “a tavolino” le fattezze del nascituro in una prospettiva di eugenetica “estetica”. Nel precedente articolo evidenziavo a tale riguardo la continua nascita in questi ultimi anni, soprattutto nella Silicon Valley, di startup a carattere eugenetico con l’obiettivo di creare in provetta attraverso embrioni geneticamente modificati figli che avranno poi tutte le caratteristiche desiderate, ben oltre la salute: intelligenti più della media e ovviamente belli, grazie alla possibilità di sceglier colore degli occhi e dei capelli, statura e perfino caratteristiche del metabolismo.
Non parliamo di fantascienza, ma di attività che già fanno parte del menù di servizi offerto da alcuni di questi centri, ai quali talvolta si rivolgono anche coppie di italiani, evidentemente in grado di pagarne i relativi servizi, per ottenere qualcosa che va ben al di là delle cure consentite nel nostro Paese. C’è chi, avendone la possibilità economica, non si tira indietro nemmeno nel cercare uteri in affitto di donne che, mediate sempre da apposite organizzazioni, accettano di prestare, anche in questo caso a pagamento, il proprio corpo per l’incombenza sapendo che, portata a termine la gravidanza, non vedranno mai quel bambino di cui in qualche modo sono anch’esse madri, pur non avendo donato al nascituro nessuna percentuale del proprio patrimonio genetico, avendo svolto solo il compito di “incubatrice” dopo l’impianto nel proprio corpo di un ovocita della donna della coppia richiedente già fecondato in vitro da spermatozoi del suo uomo. Insomma, un vero e proprio mercato di “neonati su commissione”.
Ci troviamo di fronte così non solo a pratiche discutibili sul piano etico, ma a un atteggiamento che evidenzia una vera e propria nuova patologia sociale che riguarda l’ambito familiare, opposta a quella della scelta di non mettere al mondo alcun figlio, in cui il bisogno stavolta esasperato di genitorialità si pone su un piano di ossessività che nulla ha di normale e che meriterebbe sicuramente, e prima di tutto, un intervento di supporto psicologico, dato che quell’eventuale bambino tanto pervicacemente voluto potrebbe dimostrarsi ben presto, già nei primi mesi di vita, qualcosa di assai diverso dall’essere immaginato, sicuramente ben lontano da un peluche o da un barboncino da tenere in braccio. Per di più il ricorso a tali pratiche contribuisce a sua volta a dividere sul piano economico chi può farlo, anche a costo di calpestare diritti e sentimenti di altri pur di raggiungere il suo scopo, e chi invece alla fine deve arrendersi di fronte all’insormontabilità degli ostacoli che si frappongono alla propria genitorialità.
non possiamo dimenticare quanti bambini vengono al mondo in aree del globo ad altissimo tasso di mortalità infantile, senza che nessuno provi davvero a fare qualcosa per loro, per le loro famiglie e per i loro popoli
Nel contempo non possiamo nemmeno dimenticare quanti bambini vengono al mondo in aree del globo ad altissimo tasso di mortalità infantile senza che nessuno provi davvero a fare qualcosa per loro, per le loro famiglie e per i loro popoli, spesso insanguinati anche da conflitti regionali a bassa vocazione mediale (cioè di cui nessuno parla in occidente), nell’ambito dei quali li troviamo poi con un fucile in mano in un’età nella quale i nostri figli giocano. Parliamo di bambini che non hanno alcuna colpa “personale” di nascere in quei contesti e che talvolta, abbandonati o rimasti orfani, per sfuggire a un destino che sembra continuare a remargli contro, scelgono la strada della migrazione senza sapere da che lato sia, se mai c’è, una terra promessa. Parliamo di bambini che finiscono magari all’interno di traffici criminali che sfruttano in molti Paesi anche il sistema delle adozioni e che rimangono magari per anni affidati a case-famiglia e a strutture quasi mai all’altezza delle loro esigenze e del loro bisogno di affetto. Vittime, tutti, di un ulteriore destino di cui chiaramente non hanno alcuna colpa e in cui talvolta anche la burocrazia mette il proprio zampino mostrandosi troppo lenta e spesso perfino crudele.
Dietro le quinte di una società ormai abituata a superare, se può, in un modo o nell’altro limiti e norme, cresce così un mercato spesso anch’esso senza regole (che coinvolge oltre le nascite anche le adozioni) divenuto un business, seppur per pochi, che sfrutta ogni zona grigia e ogni spazio non ancora del tutto regolamentato per farsi largo e raggiungere i propri scopi; un mercato di consulenti paludati e intermediari spesso senza scrupoli che riescono a fare colloquiare due diverse e opposte “povertà” all’interno comunque di una cultura sociale che non riesce a creare le condizioni perché il bisogno di maternità e genitorialità degli adulti trovi adeguata e ovvia corrispondenza con i bisogni di un’altra parte della popolazione: coloro che, nascendo, hanno il diritto di essere considerati persone e non solo oggetti o “prodotti”.
Come evidenziato da Daniela Danna, il sistema capitalistico contemporaneo è riuscito negli ultimi anni a penetrare con le sue logiche anche in ambiti prima d’ora inammissibili, come la sfera più intima della femminilità, cioè quella legata alla gravidanza, e quella relazionale familiare: dopo essere riuscito a trasformare la gravidanza da naturale attività del corpo femminile in campo di ulteriore applicazione dell’osservazione, della sorveglianza e del controllo dell’ambito medico, creando di fatto una «colonizzazione dei corpi gravidi» da parte delle autorità sanitarie e delle industrie farmaceutiche (dato che la gravidanza non è una malattia), ha allargato ulteriormente i suoi interessi fino a prospettare un vero e proprio commercio della filiazione su basi prettamente economiche, oltre che burocratiche e legislative[3].
Se quindi è finito all’interno di tante culture il tempo in cui il concepimento, la gravidanza e la nascita di un nuovo essere erano legati all’esito di pratiche magiche, riti propiziatori o esorcismi, possiamo affermare che purtroppo molti di quegli spazi lasciati liberi da tradizioni e riti sono stati oggi occupati da ben più prosaici rituali legati a logiche affaristiche e commerciali, lasciando tuttavia ampi vuoti che, in mancanza di adeguate politiche solidaristiche sul piano sociale e del welfare, non possono che inficiare ulteriormente il rapporto fra chi è già nato e chi è chiamato (possiamo dire: suo malgrado) alla vita. Vi è una riflessione da fare, al riguardo, sulla maternità, che non può che rimanere in ogni cultura alla base delle rappresentazioni di genere, costituendo da sempre in natura l’architrave portante. Se è vero che l’essere donna ha coinciso sempre con l’essere madre, cioè con la capacità di mettere al mondo un altro essere umano, sembra essere venuto meno, quanto meno in occidente, l’assioma secondo il quale essere madri è al tempo stesso misura dell’identità sessuale e del “valore” femminile: è finito, cioè il tempo nel quale era opinione comune che si era veramente donne solo quando si diventava madri; e questo è un cambiamento di prospettiva pressoché assente nella stragrande maggioranza delle altre culture, in oriente come nel sud del mondo.
Rimangono pertanto aperti vasti spazi sociali, corrispondenti a tutti quegli aridi deserti interiori che probabilmente solo la terapia psicoanalitica (guarda caso figlia delle lacerazioni, delle contraddizioni, della repressione e, in un certo senso, dell’aridità spirituale ed emotiva della cultura occidentale) può essere in grado di riempire o di rendere fertili, provando a supportare le tante solitudini esistenziali che affiorano in una società sempre più individualista, e spesso anche narcisista; per esempio offrendo una chiave di lettura più profonda per comprendere le angosce di quelle donne che, dopo aver magari tanto desiderato un figlio, a posteriori rivivono il parto come una mutilazione del proprio corpo per l’avvenuta separazione della creatura che hanno portato in grembo per tanti mesi; o, all’opposto, per fare emergere in altre le ragioni più profonde delle angosce e dei rimorsi che continuano a consumarle anche in tarda età per avere rifiutato da giovani la maternità, quasi come se si trattasse di una specie di “furto metaforico” del simbolo stesso della loro femminilità (anche se sul parto in molte culture e religioni ha gravato un alone negativo legato al tema dell’impurità, del peccato, della colpa e quindi della punizione proprio per quella funzione così importante: il potere di mettere al mondo).
Note
[1] Cfr. Francesco D’Agostino: “La maternità fondamento del mondo”, da “Avvenire” 2 febbraio 2022.
[2] Cfr. il mio libro “Il male e la malattia. Normalità e anormalità fra corpo e mente” – Palermo, 2023.
[3] Cfr. Angela Biscaldi - Daniela Danna - Chiara Quagliarello: “Nella pancia delle donne. Prospettive socio-antropologiche sulla gravidanza nella società globale” - Milano, 2023.