Nel settembre del 1666 Londra bruciò per quattro giorni. Il fuoco partì da un forno di Pudding Lane e attraversò la città da tetto a tetto, perché le case di legno erano addossate l'una all'altra e nessuna poteva salvarsi da sola.
Pochi anni dopo nacquero i primi uffici di assicurazione contro l'incendio. Ma assieme alle polizze li ricordiamo anche per un altro gesto: quelle compagnie organizzarono brigate proprie, uomini e pompe pronti a intervenire, e fissarono sulle facciate delle case assicurate piccole placche di metallo, i fire marks.
Risarcire non bastava, chi assicurava una casa sapeva che la sua sorte dipendeva da quella della casa accanto, e da quella dopo ancora.
Per secoli la paura del futuro ha costruito strumenti e istituzioni di protezione. L'assicurazione è stata una delle risposte più originali: invece di promettere che l'evento temuto non sarebbe accaduto, rendeva possibile condividerne le conseguenze economiche. La vulnerabilità individuale diventava ragione di protezione collettiva. Alle origini, però, l'assicurazione conosceva anche un'altra verità: la perdita di uno nasce spesso da una condizione di tutti.
Assicurare viene da securus, e securus da se-cura: senza preoccupazione, sciolto dalla cura. La promessa è già tutta nella parola. Qualcun altro si occuperà della perdita, tu puoi tornare a vivere.
Seneca diffidava della securitas. Vi vedeva una tranquillità che smette di vigilare, la quiete di chi si crede al riparo. Parlava dell'anima, eppure descrive con precisione il prezzo implicito di ogni protezione ben riuscita: più funziona, meno ci si chiede da che cosa dipende.
La mutualità ha poggiato per secoli su un fondamento: ci si metteva insieme perché nessuno sapeva chi sarebbe stato colpito. L'incertezza individuale era il cemento della solidarietà. Rawls avrebbe chiamato questa condizione velo di ignoranza, costruendola come esperimento mentale per immaginare una società giusta. Gli assicuratori la praticavano da secoli senza teorizzarla: il patto reggeva perché ciascuno, guardando al futuro, vedeva una nebbia uguale per tutti.
L'assicurazione è nata così da una doppia rinuncia. Si rinunciava a sapere chi avrebbe sofferto, e in cambio si otteneva di poter smettere di preoccuparsene da soli.
Le tecnologie descritte in Insurance Futurescapes 2026 promettono di anticipare le perdite, modificare le condizioni biologiche, delegare attività, preservare funzioni, costruire ambienti più protetti. Ciascuna amplia la capacità di proteggersi individualmente. Insieme compongono un paradosso.
Quanto più diventiamo capaci di proteggerci da soli, tanto più le condizioni di questa protezione poggiano su sistemi collettivi complessi: reti energetiche e infrastrutture di calcolo, catene di approvvigionamento che nessuno vede per intero. La tecnologia accresce nello stesso movimento la nostra autonomia operativa e la nostra interdipendenza materiale. Ci sentiamo più padroni della nostra sorte nel momento esatto in cui essa è legata a un numero crescente di fili invisibili.
C'è poi un secondo elemento, più scomodo per chi lavora nel settore. La predizione assottiglia il velo. Ogni sensore, ogni modello, ogni dato in più rende il rischio meno comune e più personale. Chi si sa a basso rischio è tentato di uscire dal gruppo; chi si sa ad alto rischio finisce per esserne escluso. La conoscenza che doveva rendere l'assicurazione più precisa ne erode il presupposto.
Il destino comune continua dunque a esistere, ed è sempre più fitto. Diventa però meno visibile proprio a chi ne dipende, mentre il sistema che avrebbe dovuto custodirne la memoria è spinto dalla sua stessa evoluzione tecnica a scomporlo in profili individuali.
Un sistema può essere estesamente assicurato e restare profondamente fragile. Il risarcimento di una perdita non ripristina l'infrastruttura che l'ha generata. La somma delle protezioni individuali non equivale alla resilienza dell'insieme.
Kierkegaard distingueva la paura dall'angoscia. La paura ha un oggetto: il lupo, la malattia, l'incendio. L'angoscia riguarda il possibile, è la vertigine davanti a ciò che non ha ancora forma.
L'assicurazione è stata, in questo senso, una macchina per convertire l'angoscia in paura. Prendeva l'indeterminato e lo rendeva nominabile e prezzabile. Il futuro informe diventava una lista di eventi, ciascuno con la sua probabilità e il suo premio
La capacità predittiva porta questo lavoro molto più lontano. Sempre più eventi acquistano un nome e un numero. Eppure, mentre le paure si fanno più precise, sotto di esse cresce un'angoscia di tipo nuovo. Temiamo ancora l'incendio della nostra casa. Ci inquieta però sapere che la luce che la illumina e i dati che la proteggono passano attraverso sistemi di cui ignoriamo il funzionamento e i custodi. È un'inquietudine senza oggetto, perché il suo oggetto è il tessuto stesso delle dipendenze.
Se la paura del futuro ha prodotto istituzioni, il futuro della paura rischia di produrre isolamento. Ciascuno cerca la propria protezione dentro un mondo che percepisce come sempre più opaco, e ogni protezione individuale, aggiungendo un nodo alla rete, la rende ancora più difficile da vedere.
Se il valore dei beni, delle attività e delle protezioni individuali poggia sempre più su infrastrutture comuni, organizzare la compensazione delle singole perdite non basta. L'evoluzione più importante dell'assicurazione potrebbe allora consistere nel riconoscere una diversa unità di protezione: accanto all'individuo, all'impresa e al bene, le condizioni condivise da cui dipende la loro continuità.
È una mutualità più ampia. Condivide le perdite e insieme costruisce strumenti, incentivi e responsabilità comuni per ridurre la fragilità delle interdipendenze.
La proposta ha una memoria, le brigate di Londra erano già questo. Lo fu, nel Settecento, Lloyd's Register, nato per verificare la solidità delle navi prima che salpassero. Lo furono, alla fine dell'Ottocento, gli Underwriters Laboratories di Chicago, sostenuti dagli assicuratori per rendere sicura una tecnologia nuova e temuta, l'elettricità. In ciascuno di questi casi l'assicuratore aveva capito che la propria sopravvivenza dipendeva da condizioni che nessun singolo contratto poteva garantire.
Qui il rovesciamento etimologico: l'assicurazione è nata per sollevare dalla cura, il suo futuro le chiede di reintrodurla: cura delle infrastrutture e delle filiere, dei sistemi che nessuno possiede per intero e da cui tutti traggono sicurezza. Per farlo dovrà lasciare andare una parte della propria promessa originaria, quella di rendere qualcuno securus, e assumerne una più esigente.
Nessuna promessa di invulnerabilità collettiva, nessuna illusione che ogni rischio sistemico possa essere coperto. L'assicurazione potrebbe così passare dal distribuire le conseguenze economiche dell'incertezza al partecipare alla costruzione della continuità collettiva.
Torniamo alla paura da cui eravamo partiti. Continueremo ad avere paura del futuro: è la condizione di chi si sa mortale, e lo ha sempre spinto a costruire. Il pericolo più sottile sta altrove. Nel tentativo di proteggerci individualmente da ciò che temiamo, possiamo indebolire le condizioni comuni da cui dipende la nostra sicurezza.
Le case di Londra erano di legno e stavano vicine, lo vedevano tutti. Le nostre sono fatte di reti, e stanno ancora più vicine, però quasi nessuno lo vede.