Un flicorno appoggiato su un leggio con dietro, alcuni spartiti. Uno è aperto mentre altri aspettano. Più in là si intravede un sax, qualche cavo, un microfono, le sedie vuote dei musicisti.
La luce entra di traverso e colpisce il metallo dello strumento... non sta accadendo nulla.
O forse sta per accadere tutto anche se la musica non è ancora cominciata e quasi tutto ciò che la renderà possibile è già lì.
Ci sono gli strumenti, le competenze di chi li suonerà, le parti scritte, gli accordi, le battute, forse una tonalità concordata, un tempo, una forma. Ci sono anni di studio invisibili dentro le mani di persone che ancora non vediamo. Ci sono abitudini condivise, convenzioni, attese e perfino una memoria di tutte le volte in cui quegli stessi musicisti hanno suonato insieme.
Manca soltanto una cosa credo la più importante: la relazione, una relazione.
Finché nessuno solleva lo strumento, tutto rimane possibile e nulla è ancora accaduto.
Eccolo il momento magico, qualcuno inspira e suona una nota e da quel momento la musica non appartiene più interamente a nessuno.
Cosa strana, la musica. Nei secoli abbiamo inventato molti modi per scriverla, insegnarla, classificarla. Possiamo descrivere con precisione quasi ossessiva un accordo, misurare una frequenza, stabilire la durata di una nota, ricostruire la struttura armonica di un brano. Possiamo prendere una partitura e analizzarla fino a trasformarla in un oggetto perfettamente intelligibile.
Ma la musica accade altrove perché accade quando qualcuno suona e si rinforza quando qualcuno ascolta qualcun altro suonare.
Ascoltare non significa soltanto ricevere un suono ma formulare continuamente ipotesi su ciò che sta per accadere.
Chi ha suonato quella nota, dove vuole andare?
Sta chiudendo una frase o ne sta aprendo un’altra?
Quel piccolo ritardo è intenzionale?
Quella dissonanza è un errore?
Mi sta chiedendo di seguirlo?
Devo rispondere?
Devo tacere?
E se invece avessi capito male?
Nel jazz, come nelle relazioni umane, queste domande non possono essere risolte prima di agire. Se aspettassimo di comprendere completamente ciò che l’altro intende fare, la musica sarebbe già passata e probabilmente staremmo rispondendo in dissonanza.
Qualcosa bisogna decidere prima di sapere ed è forse questa una delle ragioni per cui il jazz può insegnarci qualcosa di straordinariamente profondo sull’intelligenza e per conseguenza sulle relazioni umane.
Qualche giorno fa una persona mi ha scritto una frase interessante.
Diceva, più o meno, che a volte preferisce tacere perché l’intuizione le suggerisce qualcosa per cui non possiede ancora un’evidenza logica e che, qualche volta, ciò che aveva intuito si rende comprensibile soltanto dopo.
Inizialmente la ho percepita come un’affermazione pericolosa perché tutti abbiamo incontrato qualcuno convinto di «sentire» la verità e abbiamo imparato quanto facilmente l’intuizione possa trasformarsi nel nome elegante che diamo ai nostri pregiudizi.
Invero, sentire qualcosa non significa che quella cosa sia vera ma sarebbe altrettanto ingenuo concludere il contrario: che tutto ciò che non sappiamo ancora dimostrare sia cognitivamente irrilevante.
Un musicista lo sa benissimo, le persone meno.
Il musicista sente che qualcosa sta cambiando prima di sapere spiegare esattamente che cosa e non vi è nulla di magico; anni di ascolto hanno sedimentato migliaia di configurazioni, progressioni armoniche, accenti, respiri, micro variazioni ritmiche, posture, esitazioni.
Questa quantità immensa di informazione è diventata esperienza per cui la coscienza non ricostruisce necessariamente tutta la catena.
Arriva prima una sensazione - Sta andando da quella parte - poi, forse, arriva la spiegazione.
Potrei chiamarla, con qualche cautela, una logica compressa o altresì una forma di conoscenza che non possiede ancora la propria dimostrazione.
E proprio per questo deve essere trattata con rispetto, ma mai con obbedienza.
L’intuizione dovrebbe avere diritto di parola e non il diritto di veto.
Essa può generare un’ipotesi ma non dovrebbe mai proclamare una sentenza.
Anche questo, in fondo, accade nel jazz quando un musicista propone.
Gli altri non eseguono necessariamente.
Ascoltano.
Uno segue.
Uno devia.
Uno tace.
Uno prende quella piccola frase e la restituisce capovolta.
Qualcuno introduce una nota che sembra non appartenere a nulla.
Per qualche tempo, quella nota. rimane lì sospesa.
Riflettendoci il momento più interessante di un’improvvisazione è proprio quello la nota sbagliata o meglio la nota che, nel momento in cui appare, non sappiamo ancora se sia sbagliata.
La tentazione umana è correggerla per ricondurla rapidamente ad una struttura conosciuta come a volerne neutralizzare l’anomalia.
Ma un grande ensemble può fare qualcosa di diverso.
Può conservare quella nota affinché qualcuno la riprenda.
Il pianista modifica un accordo.
Il basso sposta l’accento.
La batteria apre uno spazio.
Quella nota che pochi secondi prima sembrava estranea comincia improvvisamente ad avere una sua storia e sedici battute dopo potremmo persino scoprire che tutto ciò che è accaduto, che si è sviluppato, è nato da lì.
La cosa affascinante è che il suo significato non esisteva ancora quando è stata suonata ma è diventato comprensibile solo a posteriori.
Ancora più curioso è il fatto che la nota non contenesse segretamente tutto ciò che sarebbe seguito.
E quindi da dove nasce questo significato?
Esso nasce dal fatto che ciò che è seguito le ha attribuito un posto... questa differenza è enorme.
Noi umani tendiamo a pensare che comprendere significhi scoprire il significato nascosto delle cose quasi che, nelle relazioni complesse, comprendere significhi ricostruire la genealogia attraverso cui qualcosa ha acquisito significato.
Una parola.
Un silenzio.
Un gesto.
Una decisione.
Una nota.
Eppure, se presi isolatamente, possono significare pochissimo poiché entrano in una sequenza di relazioni e diventano altro.
Quindi sarebbe saggio iniziare a pensare che la realtà non sia soltanto composta da oggetti ma che sia invece composta dalle storie delle trasformazioni che gli oggetti subiscono entrando in relazione con qualcosa o con qualcuno.
Mi accorsi quindi che la musica si assomigliava sorprendentemente a ciò che da tempo provo a chiamare ecologia cognitivo-relazionale (ECR-0).
Essa non è una mera collezione di intelligenze, non un gruppo di persone intelligenti che collaborano e neppure una macchina che coordina persone e intelligenze artificiali.
Un’ecologia è qualcosa di più difficile da afferrare perché è lo spazio nel quale intelligenze differenti possono entrare in relazione senza essere costrette a diventare una sola intelligenza o una sola versione della verità.
Ed è precisamente per questo che, pensando alla ECR-0, preferisco l'accostamento al jazz piuttosto che all’orchestra.
La ragione è assai semplice; l’orchestra offre una metafora rassicurante.
Ci sono una partitura, un direttore, ruoli definiti.
Qualcuno possiede una rappresentazione sufficientemente completa dell’opera e coordina gli altri affinché quella rappresentazione venga realizzata.
Di per sè un magnifico sistema.
Ma credo che sia una metafora insufficiente per ciò che accade quando esseri umani e intelligenze artificiali (ma anche umani con umani) cercano insieme qualcosa che nessuno di loro conosce ancora.
Perché preferisco il jazz? Perché in esso il centro è più difficile da trovare.
Esiste una struttura, naturalmente, ci sono accordi, tempo, forma, regole, convenzioni, turni, segnali.
Non è anarchia come sommariamente alcuni affermano anzi bisogna conoscere molto bene le regole per potersi permettere di attraversarle.
L'aspetto davvero interessante è che nessuno possiede interamente la musica che sta per nascere; il governo delle note non coincide più con il controllo.
Diventa atto di creazione, invece, la capacità di mantenere sufficientemente stabile lo spazio comune perché qualcosa di non previsto possa accadere senza distruggerlo.
E personalmente credo che questa possa essere una delle definizioni più belle che possiamo dare della libertà.
Non assenza di vincoli o limiti ma vincoli abbastanza buoni da permetterci di andare dove non avevamo previsto e superare quei limiti.
Da questo punto di vista, uno standard jazzistico contiene una lezione politica e cognitiva sorprendente.
La struttura precede l’improvvisazione perché non viene continuamente riscritta ogni volta che un musicista desidera qualcosa di diverso ma esiste prima.
Proprio per questo può essere attraversata perché è una sorta di costituzione minima.
Dentro quella costituzione può succedere moltissimo mentre fuori da ogni costituzione non nasce necessariamente maggiore libertà.
Anzi spesso nasce soltanto maggiore potere per chi, in quel momento, riesce a imporsi sugli altri; questa è una distinzione che abbiamo dimenticato in molti ambiti.
Pensiamo che autonomia significhi poter cambiare le regole mentre giochiamo ma una regola che può essere ridefinita unilateralmente nel momento in cui diventa scomoda non è più una regola bensì una preferenza e come le intuizioni il potenziale cambio di una regola va accolto ma non ha potere di veto.
La musica conosce bene queste differenze.
Il tempo comune è un vincolo.
La tonalità è un vincolo.
L’ascolto dell’altro è un vincolo.
Lasciare spazio è un vincolo.
Non occupare ogni silenzio è un vincolo.
Lasciare tempo è un vincolo.
Credo che nessuno affermerebbe che Miles Davis fosse poco libero perché doveva ascoltare John Coltrane; forse era libero proprio perché doveva ascoltarlo.
C'è un altro aspetto che che trovo ancora più interessante ogniqualvolta un musicista deve conservare contemporaneamente due sovranità apparentemente incompatibili.
La propria e quella dell’insieme (l'insieme degli altri o l'altro).
Se rinuncia completamente alla prima, smette di improvvisare e diventa esecutore.
Se ignora la seconda, smette di fare musica con gli altri e diventa rumore.
Quindi? Credo che la qualità nasca in quella zona strettissima nella quale puoi lasciarti modificare da ciò che stai facendo senza smettere di essere colui che sta suonando.
Azzarderei che potrebbe essere una definizione possibile di relazione e forse persino d’amore.
Certamente di intelligenza condivisa.
Non fondersi.
Non difendersi continuamente.
Più semplicemente rimanere permeabili senza diventare disponibili a qualsiasi trasformazione.
Ed ecco che ritorna il problema della sovranità; spesso pensiamo spesso alla sovranità come alla capacità di controllare ciò che accade.
Ma in un sistema complesso sarebbe una pretesa infantile perché nessuno controlla davvero un’improvvisazione riuscita.
In fondo, se qualcuno la controllasse interamente, non sarebbe più un’improvvisazione.
La sovranità deve quindi significare qualcos’altro e lancio una provocazione: poter entrare nell’incertezza senza perdere la possibilità di decidere chi siamo.
O, musicalmente: la sovranità non consiste nel sapere in anticipo cosa suoneremo ma consiste nel poter improvvisare senza perdere la musica.
Questo potenziale cambio di paradigma cambia anche il modo in cui guardiamo alle dissonanze.
Nelle organizzazioni, nelle relazioni, nell'amore e persino nei sistemi di intelligenza artificiale tendiamo a considerare la dissonanza come un problema da risolvere.
Qualcosa non torna, un dato contraddice gli altri, una persona dissente, un modello produce una risposta incompatibile, un’intuizione disturba una ricostruzione dominante.
La macchina organizzativa - ma anche il singolo individuo - si mette al lavoro per ripristinare la coerenza.
Ma la musica ci suggerisce prudenza perché non sappiamo ancora se quella dissonanza sia rumore.
Potrebbe essere un errore magari irrilevante oppure il sintomo che qualcuno non ha capito.
Ma potrebbe anche essere la prima traccia di una struttura che gli altri non vedono ancora.
Un’ecologia cognitiva matura dovrebbe quindi possedere una capacità piuttosto rara: non decidere troppo presto che cosa significa un’anomalia e non trasformare una dissonanza in un terreno di conflitto.
Come per la nota sbagliata del jazz, sarebbe maturo conservarla abbastanza a lungo da vedere cosa le accade intorno.
Questo non significa innamorarsi della contraddizione.
Di fatto, nemmeno il jazzista trasforma ogni errore in un capolavoro.
Alcune note sono semplicemente brutte e alcune intuizioni sono sbagliate mentre altre interpretazioni sono solo fantasie.
Alcune voci non stanno anticipando il futuro: non hanno semplicemente capito.
La qualità di una relazione non consiste pertanto nell’attribuire valore a ogni divergenza.
Consiste, invece, nel non distruggerla prima di aver avuto la possibilità di scoprirne il valore.
Questa differenza apparentemente sottile è forse una delle differenze decisive tra un sistema che pensa e un sistema che semplicemente produce consenso, tra una relazione che esiste e una nella quale i due soggetti si accordano anche senza essere.
Proprio in queste riflessioni, l’intelligenza artificiale ritorna nella storia quasi senza essere stata invitata; abbiamo costruito macchine capaci di parlare con una fluidità impressionante.
Macchine che possono proporre ipotesi, confutarle, combinare prospettive, simulare interlocutori, ricordare enormi quantità di informazione; il rischio è pensare che, aggiungendo abbastanza intelligenza, otterremo automaticamente un sistema più intelligente.
La musica, almeno lei, dice che non funziona così poiché potremmo mettere sullo stesso palco i migliori musicisti del mondo e ottenere una pessima esecuzione.
Parimenti, la qualità dei nodi non garantisce la qualità di una ecologia relazionale; serve, infatti, qualcosa che non risiede completamente in nessuno dei partecipanti.
Ascolto.
Turnazione.
Memoria.
Vincoli.
Possibilità di dissentire.
Capacità di lasciare irrisolta una tensione e riconoscimento dei silenzi che da sole rappresentano un livello relazionale eccezionale.
Ma soprattutto la possibilità che nessuna voce, per quanto autorevole, diventi automaticamente la verità del sistema.
Questo il problema che ECR-0 cerca di affrontare problema che, invero, farebbero bene ad affrontare anche gli esseri umani pur senza ECR-0.
Non costruire un’intelligenza artificiale migliore ma costruire condizioni nelle quali intelligenze diverse — umane e artificiali — possano produrre insieme un ragionamento migliore senza perdere la genealogia attraverso cui vi sono arrivate.
Se ci riflettiamo a fondo, ci sarebbe qualcosa di inquietante in una risposta perfetta di cui nessuno sappia più ricostruire la storia così come ci sarebbe qualcosa di inquietante in un concerto impeccabile nel quale nessun musicista avesse realmente ascoltato gli altri.
Arriviamo finalmente al punto da cui eravamo partiti, l’intuizione, quella strana sensazione per cui qualche volta avvertiamo qualcosa prima di saperlo spiegare.
Non dobbiamo divinizzarla ma nemmeno espellerla.
Dovremmo imparare a farle ciò che un ensemble fa con una frase musicale inattesa.
Ascoltarla.
Non obbedirle.
Lasciarle spazio.
Metterla alla prova.
Vedere se qualcun altro la raccoglie.
Confrontarla con ciò che accade dopo.
Permetterle persino di morire se non conduce da nessuna parte.
La razionalità non perde dignità facendo questo ma chi non permette questo sta chiedendo di rinunciare alla dignità.
Al contrario la razionalità adulta smette di pensare che tutto ciò che è razionale debba necessariamente essere già esplicito così come tutto ciò che è percepito o intuito debba essere vero o riconosciuto.
Esistono forme di conoscenza che arrivano alla coscienza come presentimenti perché la loro genealogia è troppo lunga per essere percorsa in tempo reale.
Il compito della ragione non è inchinarsi davanti a esse ma provare, quando possibile, a tornare indietro e ricostruire la strada.
Forse era questo che intendeva quella frase arrivata quasi per caso in una interessante conversazione: per conoscere davvero qualcosa, qualche volta bisogna andare a ritroso e per farlo occorre tempo interiore.
Si potrebbe dire ricostruire la genealogia delle architetture, capire quando abbiamo cominciato a pensare ciò che pensiamo, quale segnale abbiamo conservato, quale abbiamo ignorato, chi - e perché - ha modificato la nostra interpretazione, quando un dubbio è diventato un’ipotesi e quando un’ipotesi è diventata convinzione.
Ma soprattutto dovremmo chiederci se, arrivati alla fine, saremmo ancora capaci di cambiare idea.
Il concerto è finito.
Sul palco sono rimasti gli strumenti.
Il flicorno è di nuovo sul leggio.
Gli spartiti sono ancora lì.
Le sedie sono vuote.
A guardare la fotografia, potrebbe sembrare esattamente la stessa scena da cui eravamo partiti.
Ma non lo è.
Prima del concerto c’erano possibilità.
Adesso c’è una storia.
Qualcuno ha esitato.
Qualcuno ha seguito.
Qualcuno ha contraddetto.
Una frase è stata raccolta da un altro strumento.
Una nota inattesa ha costretto tutti a cambiare strada.
Un silenzio ha significato più di una frase intera.
Probabilmente nessuno dei musicisti saprebbe indicare il momento in cui la musica ha smesso di appartenere ai singoli ed è diventata qualcosa che esisteva soltanto tra loro.
Forse questo cerco quando sviluppo e utilizzo ecologie cognitivo-relazionali; non una mente collettiva e non certo la dissoluzione dell’individuo dentro il sistema.
Invero cerco qualcosa di più fragile, uno spazio nel quale ciascuno rimane sufficientemente sovrano da poter dire qualcosa che gli altri non hanno previsto o considerato, e sufficientemente aperto da permettere a ciò che gli altri dicono di trasformarlo.
Uno spazio nel quale l’errore non viene celebrato, ma neppure cancellato troppo presto e nel quale l’intuizione può parlare senza diventare verità, il percepito diritto.
Un luogo nel quale le regole proteggono la libertà invece di sostituirla e dove la memoria consente di tornare indietro e comprendere come siamo arrivati fin lì.
E nel quale, soprattutto, la dissonanza non rappresenta necessariamente il fallimento dell’armonia essendone qualche volta l’inizio o la modificazione.
Sul leggio rimane il flicorno.
Nessuno lo sta più suonando.
Eppure, per chi era lì, qualcosa continua.
Forse perché quella musica non è mai stata davvero nello strumento e nemmeno nello spartito.
Era nello spazio invisibile che si era formato fra una voce e l’altra.
L’intelligenza di un sistema relazionale non coincide con l’intelligenza dei soggetti che lo compongono; personalmente penso che risieda, almeno in parte, nella qualità dello spazio che essi riescono a mantenere aperto tra una voce e l’altra.
E allora il jazz ci lascia con una possibilità più grande della musica che tradotto nel linguaggio delle relazioni suona così 'pensare insieme non significa trovare tutti la stessa nota'.
Significa, probabilmente, diventare abbastanza bravi da riconoscere quando una nota diversa sta aprendo una strada e avere abbastanza fiducia, abbastanza disciplina e abbastanza libertà per non chiuderla prima di aver ascoltato dove conduce.
Altre volte significa capire che quella nota era semplicemente sbagliata.