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Stati Uniti e Cina si contendono la grammatica profonda del mondo digitale; l’Europa, dice l’ISPI, osserva. Ma osservare, nella civiltà del calcolo, significa essere infrastruttura di un progetto altrui. Un ragionamento in tre immagini: una pillola, uno stretto, una clessidra.


Confesso che questo articolo nasce da una lettura e da un fastidio; la lettura è una breve pubblicazione dell’ISPI del 31 luglio 2026, “IA: Stati Uniti e Cina si contendono il primato, l’UE osserva” (https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ia-stati-uniti-e-cina-si-contendono-il-primato-leu-osserva-242929): poche pagine che fotografano una gerarchia ormai stabilita.

Il fastidio è originato da quel verbo, osserva, che descrive con esattezza clinica la posizione europea: non contende, non costruisce, guarda. Ne avevo già scritto, qui su Stultifera Navis, a proposito di un nuovo universalismo tecnocratico (articolo https://www.stultiferanavis.it/la-rivista/un-nuovo-universalismo-tecnocratico); torno sull’argomento perché la situazione evolve mentre il dibattito, come accade sempre più spesso, evapora.

La domanda che circola è “l’Europa saprà gestire la regolamentazione dell’intelligenza artificiale?”, ancora una volta la trovo mal posta, perché presuppone che si possa regolare un territorio di cui non si possiede la geografia. Vorrei sostenere una tesi più scomoda: nella civiltà del calcolo l’Europa non è un giocatore, ma un’infrastruttura, è la materia prima su cui altri stanno edificando la propria cosmologia. E proverò a dirlo, questa volta, non con l’apparato delle teorie sociali, ma con tre immagini: una pillola, uno stretto, una clessidra.

Credo, infatti, che stiamo vivendo l’alba di una nuova cosmologia; chiaramente non quella di Copernico, che ci tolse dal centro dell’universo fisico, ma una cosmologia digitale che ridefinisce il centro del potere dove Stati Uniti e Cina non si contendono un mercato: si contendono la grammatica profonda del mondo, il modo stesso in cui l’esperienza umana viene tradotta in dati e i dati in calcolo.

È ciò che Martin Heidegger, con parola difficile, chiamava Gestell, ovvero la tecnica non come insieme di strumenti neutri, ma come un modo di disvelare che decide in anticipo che cosa conti come reale e come conoscibile. Chi possiede quella grammatica non vende prodotti: impone una visione del mondo. E in questo confronto l’Europa fornisce l’humus, la ricerca, i cervelli, i dati, persino la propria idea di regola, che diventa contenuto da processare in un’architettura altrui. È la diagnosi di Zygmunt Bauman portata al suo esito: nella modernità liquida il potere non appartiene a chi possiede i mattoni, ma a chi controlla il flusso e disegna i canali in cui la vita scorre.

Ho sempre sostenuto, nei miei scritti, che il potere, oggi, non risiede primariamente nei territori o negli eserciti, ma nella capacità di trasformare l'esperienza umana in dati, e i dati in capacità di calcolo. Mi si potrà obiettare che queste cose sono ormai conosciute, dibattute, analizzate e anche dimenticate: quasi come una semplice notizia data al telegiornale; ne prendiamo atto e andiamo avanti. Siamo tutti concentrati a discutere di modelli, di Agenti AI, di norme giuridiche relative all’AI e tanto altro ancora; tutto corretto, tutto giusto però, c’è sempre un però, pochissimi articoli relativi alla narrazione che si sta costruendo.

Come detto in premessa provo ad esporre le immagini: la prima immagine è, forse, la più nota. La scelta davanti a cui si trova l’Europa somiglia al dilemma di Matrix, il film che i fratelli Wachowski costruirono, non a caso, sopra il Simulacri e simulazione di Jean Baudrillard. Morpheus offre a Neo due pillole: la blu, che lo riporta nel sogno confortevole; la rossa, che lo consegna al deserto del reale.

Oggi quelle due pillole hanno un nome tecnico. La blu è CUDA, Compute Unified Device Architecture ovvero l’ecosistema software con cui NVIDIA parla alle proprie schede grafiche: proprietario, maturo, dominante da quasi vent’anni, un ambiente così avvolgente che gli sviluppatori lo chiamano, insieme, fossato e palude dove ci si sta comodi e non se ne esce più. La rossa è CANN, Compute Architecture for Neural Networks ovvero l’equivalente di Huawei per i suoi chip Ascend: più giovane, ancora acerbo, e nell’agosto del 2025 reso open source proprio per costruire un’alternativa al recinto americano. Per altre diagnosi tecniche rimando all'articolo dell'ISPI

Ma il punto filosofico è un altro, ed è impietoso: entrambe le pillole sono state prodotte altrove. L’Europa non è Neo di fronte alla scelta; è lo spettatore che guarda gli altri scegliere. Il nostro sforzo normativo (il GDPR, l’AI Act) è il tentativo, nobile e vano, di scrivere le leggi di un paese di cui non conosciamo le strade: un recinto disegnato intorno a un territorio che non presidiamo. È la forma più sottile di eteronomia: darsi delle proprie regole scritte sulla grammatica di altri e, di fatto, regolamentare ciò che altri hanno costruito non è sovranità, ma la sua contraffazione.

Per la seconda immagine conviene guardare al mare; ogni ordine politico è anzitutto un ordinamento dello spazio, e che il potere marittimo si esercita nel controllo dei passaggi. Per secoli il dominio degli stretti, Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca, Gibilterra, il canale di Suez, è stato la chiave dell’egemonia globale: oltre l'80% del commercio mondiale di merci, misurato in volume, viaggia per mare, e si incanala in pochi colli di bottiglia. La stessa ONU, dal 2024 (UNCTAD) segnala che passaggi chiave come Suez e Panama sono sempre più vulnerabili a tensioni geopolitiche, conflitti e cambiamento climatico. In pratica l'organismo ONU che monitora il commercio mondiale ha dedicato il suo rapporto-bandiera proprio agli stretti.

Chi li controlla, anche solo con la minaccia di chiuderli, detta legge. La crisi del Mar Rosso, con gli attacchi che hanno di fatto sottratto il canale di Suez a una parte del traffico, e le tensioni intorno a Ceuta e Melilla, un passaggio terrestre tra due mondi, sono l’ultimo promemoria di questa verità elementare.

La competizione tra Stati Uniti e Cina è la versione digitale, e più pervasiva, di questa antica lotta per gli stretti; solo che i nuovi stretti non sono d’acqua, ma di silicio e di codice: i sistemi operativi, i linguaggi di programmazione, le piattaforme cloud, i modelli. Come Hormuz è il passaggio obbligato del petrolio, CUDA è il passaggio obbligato dell’intelligenza artificiale.

L’Europa, in questa geografia, non possiede alcuno stretto di silicio: non ha un Hormuz digitale, non ha un Suez del calcolo. Come nel mondo fisico un paese che non controlla le proprie rotte è condannato alla dipendenza, così nel mondo digitale chi non presidia le proprie infrastrutture di calcolo è condannato all’irrilevanza. Con una differenza che aggrava la posta: se il dominio degli stretti marittimi minaccia il flusso delle merci, quello degli stretti di silicio minaccia il flusso del pensiero e della volontà politica.

La terza immagine, che ho già evocato in articoli precedenti e che ora riempio di significato: la clessidra sociale. Alla base, la moltitudine, utenti, lavoratori, cittadini, che producono dati ed esperienza; in cima, i giganti del calcolo che trasformano quell’esperienza in previsione, profitto, controllo: è l’esperienza umana convertita in materia prima comportamentale. In mezzo, il collo stretto: l’ecosistema software, il sistema operativo del mondo. Chi controlla quel collo decide che cosa passa, a che velocità, a quale prezzo. Lo si può comprendere studiando gli imperi: il potere segue sempre il controllo dei mezzi con cui la conoscenza circola. L’Europa, oggi, è la sabbia che scorre docile in un imbuto costruito da altri. Metaforicamente quella sabbia può essere accostata ai dati, alla materia oscura del nostro tempo, quella massa invisibile che tiene insieme le galassie sociali e ne determina forma e movimento.

Noi europei ci comportiamo come astronomi che pretendono di scrivere le leggi del moto stellare senza possedere un telescopio, mentre altri costruiscono i telescopi, i modelli, le infrastrutture e mappano l’universo a propria immagine e somiglianza. E discutiamo se la mappa vada stampata su carta riciclata.

Il rovescio della medaglia di questa analisi è ancora più paradossale: i dati degli europei non alimentano una sola architettura, ma entrambe: la nostra esperienza, tradotta in materia prima comportamentale, nutre tanto l'ecosistema americano quanto quello cinese. Ma con i dati viaggia qualcosa di più profondo ovvero il giacimento che l'Europa possiede più di chiunque: la sua tradizione storico-filosofica, il diritto romano, l'idea greca di misura, la libertà dell'Illuminismo solo per citarne alcune. Un patrimonio culturale costruito in secoli e secoli che fa gola sia agli USA che alla Cina: le due potenze, però, con questo patrimonio fanno cose diverse, e la differenza non è di merito ma di rapporto con la storia.

Gli Stati Uniti sono una civiltà nata dopo una frattura con gli europei, che con l'eredità europea intrattiene un rapporto selettivo e adattivo: la reinventa, la ottimizza, ne fa software ovvero un'assimilazione che è comprensione interessata, non ignoranza. La Cina è invece una civiltà millenaria con una propria autonoma tradizione e dialoga con l'Occidente da pari, in modo strategico: per perfezionare la propria, non per ereditare la nostra. In mezzo, l'Europa, che possiede la profondità storica ma non l'infrastruttura per farla valere. Ed è in questo contesto che si consuma l'ironia più amara; con un gesto che tradisce un'atavica idea di sé come legislatrice del mondo, l'Europa fa l'unica cosa che le riesce ancora: scrive le regole. Detta all'intelligenza artificiale principi, diritti, limiti, convinta che normare equivalga a governare. Ma è la posa di chi traccia i confini di un territorio che non ha mai esplorato e recinta un campo che non presidia.

L'universalismo giuridico, un tempo proiezione di potenza, diventa la liturgia di un'impotenza: continuiamo a promulgare la legge del mondo proprio mentre smettiamo di possederne il suolo e, usando una metafora, abbiamo la biblioteca, abbiamo il codice civile ma, semplicemente, non abbiamo il processore per cui la sovranità del senso senza la sovranità del mezzo finisce, prima o poi, per essere pensata da altri.

Da qui la domanda che dovrebbe stare al centro di ogni dibattito pubblico europeo, e che è insieme politica e filosofica: può un’entità che ambisce a essere faro di diritti esercitare una sovranità reale, se il suo stesso territorio esistenziale ovvero l’infrastruttura digitale su cui poggia la vita dei cittadini è progettato e governato altrove?

Sovrano è chi decide; e se a decidere l’architettura sono Pechino e la Silicon Valley, la sovranità europea è un ornamento. La posta, allora, non è economica ma antropologica. Se ospedali, scuole e amministrazioni funzioneranno attraverso piattaforme progettate altrove, le nostre idee di bene comune, di giustizia, di uguaglianza verranno filtrate, tradotte e forse tradite da una grammatica che non è la nostra.

Antonio Gramsci l’avrebbe chiamata egemonia, esercitata non con la forza ma con la forma; attualizzando questo concetto torna comodo quanto affermato da Luciano Floridi che, sostiene, che ormai abitiamo un’infosfera: non si è sovrani di un mondo di cui non si scrive il codice.

In questo processo continuiamo a leggere lo schema in modo sbagliato. Pensare di intervenire a livello industriale senza prima creare un progetto culturale significa non aver compreso il problema reale: bisognerebbe investire non solo in chip, ma in pensiero critico; costruire un’infrastruttura intrisa, fin dalla progettazione, dei valori che diciamo di voler difendere; uscire dal ruolo di spettatori per diventare, se non protagonisti assoluti, almeno coautori del copione. È, in fondo, il ritorno dell’immaginazione come facoltà politica: quella capacità di istituire il proprio mondo, invece di ereditarlo già scritto, posta a fondamento di ogni società autonoma.

 Il sonno dell’Europa davanti alla rivoluzione del calcolo genera, giorno dopo giorno, la nostra irrilevanza; il paradosso è che la scelta di Matrix, per noi, non è nemmeno tra la pillola blu e la pillola rossa: è tra continuare a pensare che basti regolare, oppure svegliarci e chiederci se siamo ancora capaci di produrre una pillola nostra.

Resta allora la domanda, aperta e radicale, che consegno a chi legge: se anche il pensiero comincia a viaggiare per stretti che non controlliamo, che cosa significa, per un continente, restare libero? O ci accorgeremo dell’imbuto soltanto quando saremo, ormai, l’ultimo granello di sabbia a passare?

Di come l’architettura algoritmica ridisegni il potere, il lavoro e la percezione ho scritto diffusamente ne Il Leviatano Algoritmico. La silenziosa trasformazione del lavoro e dell’essere umano (Delos Digital, 2026).


StultiferaBiblio

Pubblicato il 07 agosto 2026

Luigi Russo

Luigi Russo / Autore, Saggista - Etica dell’AI - Gruppo BNP Paribas