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Abitare il confine: la dolorosa necessità di mutare pelle e certezze


Immaginate il paesaggio del Giappone che sfreccia oltre il finestrino di uno Shinkansen, il treno proiettile che solca l’arcipelago come un ago d’argento cucitore di distanze. Il mondo è una scia sfocata, un trionfo di accelerazione, di efficienza, di quel ritmo cardiaco che la nostra epoca ha eletto ad unico battito possibile. Eppure, improvvisamente, il convoglio rallenta. Si ferma. Le porte si aprono su una piattaforma il cui nome, per un orecchio occidentale, è un incantesimo incomprensibile, eppure custodisce una geografia precisa: è la piattaforma con vista sul fiume (Seiryū Miharashi-eki).

Ma c’è un dettaglio, una regola non scritta ma ferrea, che trasforma questo scalo in un enigma esistenziale: non si può scendere. Non ci sono tornelli che conducono all’uscita, non ci sono centri commerciali, non ci sono discoteche, non c’è il rumore rassicurante del consumo. Si è costretti a restare lì, sospesi tra l’arrivo e la partenza, in un limbo di cemento e aria. Qual è il senso di questa sospensione in una nazione che dell’accelerazione ha fatto la sua religione laica? Il senso è una provocazione silenziosa, un imperativo categorico scolpito nel vento: fermati.

È in questo spazio di impossibilità che si consuma il primo, grande inganno della nostra percezione. Quando ci fermiamo, quando il motore dell’azione si spegne, scopriamo con sgomento che il vuoto non è mai vuoto. Non l’hanno chiamata "piattaforma sul nulla", ma "piattaforma con vista sul fiume". Perché lì, nella costrizione della sosta, potresti fare l’interessante e angosciante scoperta che c’è un fiume che scorre, che ci sono montagne antiche a fare da cornice, e che, in mezzo a questo scenario titanico, occhio, ci sei tu. E questa scoperta è terrificante. Perché fermarsi significa smettere di guardare avanti per guardarsi intorno, e infine guardarsi dentro.

Per comprendere la meccanica di questa resistenza alla sosta, dobbiamo abbandonare i binari d’acciaio ed immergerci nelle acque profonde, mutuando una metafora folgorante dall’antropologo Stefano De Matteis e dal suo “Il dilemma dell’aragosta”. L’aragosta è uno degli organismi più longevi del pianeta, capace di sfiorare i centovent’anni. Il segreto della sua sopravvivenza non risiede in una corazza indistruttibile, ma esattamente nel suo opposto: nella vulnerabilità. L’aragosta, per crescere, deve fare i conti con un dilemma lacerante: il suo carapace, l’esoscheletro che la protegge dai predatori e dalle insidie dell’abisso, ad un certo punto diventa troppo stretto. Il corpo che preme per espandersi incontra l’ostacolo di ciò che dovrebbe tutelarlo. E così, l’aragosta si rifugia sotto gli scogli, in un luogo buio e insicuro, e lì si spoglia. Muta la sua corazza, esponendosi al pericolo mortale, pur di poter continuare a vivere. Lo fa venticinque volte nei primi anni di vita, e poi una volta l’anno.

Il dilemma dell’aragosta è il nostro dilemma. Che cos’è che ci spinge a cambiare? La risposta è scomoda: il dolore. La zona di comfort, quella che abbiamo arredato con cura maniacale, è il nostro carapace: ci abbiamo messo dentro i fiorellini, la jacuzzi, la rassicurante prevedibilità delle abitudini. Ma il problema è che l’abbiamo arredata talmente bene da non accorgerci che è diventata una prigione. Non serve evocare il Libro VII della Repubblica e l’allegoria della caverna di Platone per capire che gli schiavi di oggi non hanno catene ai polsi, ma cavi HDMI. Finché c’è la fibra ottica, lo schermo da 75 pollici, l’abbonamento ad Amazon Prime, Disney Plus e Netflix, la domanda sorge spontanea, e terribile: perché dovrei fare una rivoluzione? Perché dovrei voltare il capo verso la luce accecante dell’esterno?

Voltare il capo. Un muscolo, se non eserciti mai e, quando finalmente decidi di muoverlo, ti regala una sofferenza atroce. Chi di noi non ha mai provato il dolore di un collo irrigidito da anni di posture fisse, di sguardi monodirezionali? Ecco, la monodirezionalità dà forma alla mente. Crea una forma mentis, un modo sicuro, consolidato, rassicurante di guardare le cose. Perché accorgersi delle catene? Perché accorgersi del vuoto, della sofferenza che pulsa sotto la corazza? Ci raccontiamo che ci prendiamo cura della sofferenza degli altri, ma è una pietas sospetta. Come puoi farti carico del dolore del mondo se non hai il coraggio di farti carico del tuo?

Non scendiamo da quel treno, non ci fermiamo su quella piattaforma, perché la prima cosa che la sosta regala è la sofferenza. Esattamente come la conoscenza. Non raccontiamoci favole edulcorate: la conoscenza non è un abbraccio caldo, è un vento gelido. La prima cosa che ti restituisce il sapere è la vastità abissale della tua ignoranza. Prendi coscienza non di ciò che sai, ma di ciò che ti sfugge. È per questo che l’ignoranza socratica, il "so di non sapere", rende l’uomo apparentemente più incerto, meno sicuro di sé, privo di quel facile appeal che tanto amiamo.

Basta accendere un televisore per assistere al trionfo dell’arroganza epistemica. Chi pontifica, chi sciorina dogmi, chi usa slogan semplici e formule binarie, appare sicuro, incrollabile, rassicurante. Chiunque ricorda le certezze granitiche su eventi che avrebbero dovuto sconvolgere le nostre vite e che invece ci hanno trovati impreparati, o le pretese di chi tuonava chiedendo alla scienza "delle verità", manifestando un’ignoranza abissale sulla natura stessa del metodo scientifico. La scienza non fornisce verità assolute; la scienza produce fragili certezze, soggette al taglierino della falsificabilità di Karl Popper. Ma chi vuole stare con la fragilità? Il paziente no. E il problema è che non ci vogliamo stare nemmeno noi.

È difficile rallentare, perché la lentezza ti riconsegna alla tua nudità. E questa vulnerabilità, che De Matteis indica come la vera forza motrice dell’evoluzione, è ciò che scacciamo sistematicamente. Costruiamo sistemi filosofici, ideologici, politici, che diventano autoreferenziali, macchine che si danno ragione da sole, inattaccabili e, proprio per questo, pericolosissime. In un talk show, colui che sa davvero apparirà esitante, titubante, costretto a navigare nel mare magnum delle probabilità e dei dubbi. Chi invece ne sa meno colmerà il suo abisso ignorante con l’arroganza, producendo verità semplici, digeribili, letali.

Forse il trucco per cambiare, per mutare la pelle come l’aragosta, è ammettere la nostra radicale vulnerabilità. Blaise Pascal, secoli fa, ci ha consegnato l’immagine più bella e terribile della condizione umana: l’uomo è la più fragile fra le canne dell’universo. Basta un soffio, una goccia di vapore, un microbo, per frantumarlo. Anche se l’universo decidesse di franargli addosso, l’uomo non potrebbe opporsi fisicamente. Ma abbiamo un vantaggio incommensurabile: il pensiero. La possibilità di essere consapevoli della nostra fragilità. L’universo ignora la sua potenza distruttiva; l’uomo, la canna, la conosce.

Qualcuno potrebbe obiettare, rifugiandosi in un leopardiano amore per le illusioni, che sia preferibile l’ignoranza della tragicità del vivere. Invece no. Pascal costruisce la sua grandezza proprio su quel limite. E oggi, forse, stiamo toccando i bordi taglienti di quel limite. La filosofia da sola non basta più, l’antropologia da sola non basta più. Il dialogo, la vera frontiera, nasce dalla consapevolezza che la tua disciplina non è sufficiente.

Dovremmo cominciare ad abitare i luoghi che scacciamo: i confini, le terre di nessuno. Gregory Bateson, biologo, antropologo, filosofo, o come vogliamo chiamare i geni del Rinascimento che sfuggono alle tassonomie, ci insegna che la catalogazione è spesso una scappatoia. Oggi chiediamo ai bambini "cosa vuoi fare da grande?", costringendoli in compartimenti stagni. Il rischio è non abitare più le terre di confine, quelle in cui si sta scomodi, in cui siamo stranieri tanto alla terra da cui proveniamo quanto a quella verso cui andiamo. Non parliamo più la lingua dei padri, e non abbiamo ancora l’orecchio per la lingua dei figli. E senza accorgerci, iniziamo a balbettare una terza lingua, che è la somma faticosa dell’una e dell’altra, il luogo dove si vede di più, dove si soffre di più, ma dove si vive davvero.

La sfida, oggi, è coltivare la propria disciplina con passione, e non con fanatismo. Come ricordava il filosofo Armando Plebe: il fanatico, quando incontra il limite, lo nega, lo distrugge o si distrugge. Il passionale, invece, lo accoglie con benevolenza. È solo il passionale che è disposto a rompere il carapace delle proprie convinzioni, a soffrire la sofferenza dell’ignoranza, a frantumare con dolore le zone di comfort che si era faticosamente costruito.

Bisognerebbe cominciare a capire che bisogna ripensarsi. Infatti, si dice "fermarsi a pensare", non "correre a pensare", perché si pensa meglio stando fermi. Allora non ti agitare. E magari, in quella stazione giapponese, guardando il fiume che scorre indifferente alla tua fretta, potrai scoprire che ciò che per una vita hai ritenuto essere la tua identità personale, professionale, ideologica, era soltanto un feticcio di legno (cfr la metafora di Tolstoi).

… E quando l’indigeno scopre che il suo feticcio di legno non è Dio, non ha scoperto che Dio non esiste: ha scoperto che Dio non è di legno.

E molto di più.


Pubblicato il 29 giugno 2026

Daniele D'Innocenzio

Daniele D'Innocenzio / Docente di scuola secondaria di secondo grado