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Il saggio 'IAetica su palafitte', prefazione di Tiziana Catarci, Armando, 2026, di Palma Sgreccia, invita ad assumere, di fronte all''intelligenza artificiale', una posizione saggia e critica, lontana dalla sudditanza. Ogni essere umano -non solo il tecnologo, il filosofo- è invitato ad assumersi il peso della scelta, della responsabilità morale e del dubbio esistenziale, rinunciando a ogni facile sicurezza.

Cosa possiamo chiedere alla filosofia oggi. Quale è significato della riflessione filosofica nei tempi che appaiono dominati, ancor più che dalla scienza, dalla tecnica. Tempi dominati, più precisamente, dalla metafora della macchina. Di un certo tipo di macchina.

Filosofia ancillare

Putroppo, proprio in questi nostri tempi, la posizione comunemente assunta dalla filosofia è invece ancillare, autoridotta nella migliore delle ipotesi ad epistemologia. Il filosofare è così costretto nei confini predefiniti da scienziati e tecnici.

Esiste anche poi, nell'ambito di una filosofia già di per sé confinata, inquadrata, in ambiti disciplinari ed metodologici definiti da scienziati, una certa tendenza giudicante. Si leggono e si ascoltano le parole di filosofi che ostentano una sicurezza che forse non possiedono: questa argomentazione è erronea, questa questa linea interpretativa è inistenibile, questa tesi è priva di fondamenti...

Proprio di fronte a novità ed evidenze scientifiche e tecnologiche che destano stupore e meraviglia, converrebbe invece, più che abbarbicarsi a chiavi di lettura che sembrano garantire una qualche sicurezza, tornare a considerare la filosofia, con il coraggio che ci è possibile, come indagine sull'essere – indagine condotta da un essere umano che, se non conosce sé stesso, non dispone delle chiavi di lettura per tentare di intendere il mondo.

Filosofia come tentativo di illuminare l’oscuro, costante sondaggio dell'ignoto, ricerca di senso.

Solo in questa 'ricerca filosofica', che si colloca 'fuori', e mette in dubbio ogni costrutto euristico di ogni singola disciplina, e rifiuta l'a priori della metafora della macchina, posta a modello e chiave di lettura dello stesso essere umano, solo in questa 'ricerca filosofica' sembra giustificato parlare di morale.

Alla luce di questo 'bisogno di filosofia' la metafora delle palafitte, proposta da Sgreccia nel saggio IAetica su palafitte (prefazione di Tiziana Catarci, Armando, 2026) appare ricca di significato.

Se la filosofia non è ancillare, allora la filosofia è sguardo del pensatore, anzi della pensatrice. Sgreccia infatti è filosofa che può ben essere letta alla luce di una genealogia di filosofe. Sgreccia cita non a caso nel saggio Hannah Arendt e Simone Weil, ed è studiosa di GEM Anscombe. Sceglie una metafora per parlare di un approccio etico alla progettazione dell’intelligenza artificiale e all’adoperare le intelligenze artificiali. Un approccio che possa coinvolgere insieme computer scientist e filosofi. Sceglie la metafora delle palafitte. C’è in questo un richiamo all’uso della metafora delle palafitte da parte di Popper, nel quadro del suo riflettere sull’epistemologia. A il modo di intendere la metafora di Sgreccia è differente, e riguarda l’etica, non l’epistemologia.

Metafore

Si può dire dunque che una filosofia non ridotto ad ancella della tecnologia, non ridotta ad epistemologia, si nutre di narrazioni. La proposta di Sgreccia è dunque, in fondo, l'invito a cercare metafore che aiutino a capire.

Questo mi evoca l’esperienza personale di aver vissuto in case su palafitte, e di aver vissuto in culture che scelgono di costruire le case su palafitte. Questo non significa tanto cercare di costruire fondamenta in terreno instabile. Significa, quale che sia il terreno, elevare al di sopra del terreno il pavimento della casa: un modo di isolare dal condizionamento il luogo di vita, un modo di custodire l’umanità.

E ancora la metafora mi evoca un’idea di cantiere aperto, di costruzione orientata da progetto ma sempre in fieri. Ho in mente il cantiere della Torre di Pisa, dove esisteva un progetto da eseguire. Ma il terreno non lo permetteva. Dopo cento anni il lavoro di costruzione si interruppe, per mancanza dei tecnologie adeguate alla costruzione su un terreno cedevole. E così una seconda volta dopo cent’anni ancora. Solo dopo trecento anni il progetto fu completato, con il numero di piani previsti dal progetto. L’edificio, così come appare, la torre inclinata è il frutto del progetto possibile, la torre edificata su quel terreno. Vanamente nel 1800 si cercarono prove del fatto che il progetto prevedeva una torre pendente: non si voleva accettare che il progetto compiuto fosse il risultato di un adattamento di un progetto ‘sulla carta’ a ciò che era possibile nel contesto ambientale.

Progetto, responsabilità, speranza

Sgreccia si interroga su questo: i progetti digitali, ed in particolare il progetto dell’intelligenza artificiale, rifiutano a priori questo stare nel mondo come frutti possibili dell’agire umano. Sono progetti fondati su una simulazione di mondo che sta al posto del mondo. I filosofi -si può anche precisare: maschi, come sono maschi i tecnologi digitali- accompagnano i tecnologi su questa strada, senza metterla in discussione.

Sgreccia ci aiuta invece a ricordare che le macchine presenti non sono le uniche macchine possibili. La tecnica non è un frutto dell'evoluzione; è una scelta di progettisti e costruttori umani. Sgreccia apre così la strada all'immaginare una progettazione che coinvolga tecnologi, computer scientist, certo, ma allo stesso tempo filosofi liberi pensatori. Non per correggere o limitare negli effetti le macchine autonomamente pensate da tecnologi e computer scientist, ma per immaginare insieme macchine differenti. E per intanto, di fronte alle macchine presenti, Sgreccia ci invita a fare esercizio di tutto lo spirito critico che siamo capaci di mettere in campo.

Sgreccia ci invita a riscoprire in noi stessi autorevolezza, responsabilità, speranza. Proprio quando la scena tecnoscientifica propone una pesante imposizione di autorità, che si vorrebbe giustificata dalla Scienza, e dalla pretesa autonomia dello sviluppo tecnologico da scelte morali umane. Il cittadino, ridotto a utente, viene invitato ad una sudditanza nei confronti di tecnologi e scienziati, computer scientist, filosofi accompagnatori. E infine il cittadino viene invitato ad una sudditanza nei confronti della macchina. La macchina detta 'intelligenza artificiale' sembra fatta apposta per questo. La sudditanza si manifesta innanzitutto come obbligo: non agirai, non penserai più da solo; sarai sempre in compagnia della macchina; la capacità di pensare e di agire non è più tua, è proprietà emergente dall'accoppiamento strutturale umani-macchine.

Non a caso nell'ultimo capitolo del saggio Sgreccia torna sul tema del riconoscersi autorità -ovvero: libertà. Riconoscere a se stessi autorità e libertà significa, anche nei tempi difficili che viviamo, non nascondersi dietro l'autorità da noi stessi attribuita a scenziati, tecnologi, e filosofi.

Anche qui, nel parlarci di ciò che è più importante, Sgreccia ci propone una efficace narrazione: riprendendo il racconto del Grande Inquisitore, incastonato nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij.

Conclude Sgreccia: “La libertà, ci suggerisce Dostoevskij, non coincide con una felicità immediata garantita dall’alto, ma implica l’accettazione consapevole del peso della scelta, della responsabilità morale e del dubbio esistenziale, rinunciando a ogni facile sicurezza.”

Pubblicato il 30 giugno 2026

Francesco Varanini

Francesco Varanini / ⛵⛵ Scrittore, consulente, formatore, ricercatore - co-fondatore di STULTIFERA NAVIS

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