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Il funerale di Clara

Romanzo. Capitolo 1


Pioveva da tre giorni, con una pioggia sottile e insistente che non bagnava del tutto ma non lasciava mai asciugare. Milano sembrava avvolta da un velo grigio, come se la città stessa non riuscisse a decidere se piangere o trattenersi.

Lorenzo arrivò in ritardo. Non aveva deciso così in anticipo, ma semplicemente aveva camminato a lungo prima di riuscire a varcare la soglia della chiesa di San Gregorio. Aveva girato intorno al Cimitero Monumentale per quasi un’ora, le mani in tasca, lo sguardo fisso sui marmi bagnati, come se cercasse un segnale, una parola che non gli era stata detta in tempo. Indossava un cappotto nero troppo grande, era stato di suo padre, anni prima, e non si era più rasato da quando, quella mattina di febbraio, l’infermiera gli aveva detto con voce rotta: “Non c’è più niente da fare.”

Dentro, la chiesa era piena. Clara non era stata una donna di chiesa, ma era stata una donna di relazioni che, a quanto pareva, avevano riempito ogni banco.

Lucia, la sua amica d’infanzia, sedeva in prima fila, con i capelli bianchi raccolti in uno chignon severo e gli occhi asciutti, ma le mani tremanti. Era stata lei a chiamare Lorenzo dall’ospedale, quella notte. Accanto a lei, Giovanna, ex collega del liceo Parini, con cui Clara aveva fondato negli anni Novanta un circolo di lettura femminista che si riuniva ogni mercoledì in una libreria di via Borsieri. Giovanna teneva in grembo una copia consunta de “Il secondo sesso”, con la dedica di Clara scritta a margine: “Per chi non ha paura di guardare.”

Più indietro, un gruppo di donne con foulard colorati e accenti slavi: erano del centro di accoglienza di Lambrate, dove Clara andava due volte alla settimana a insegnare italiano. Una di loro, Nadia, aveva portato un vaso di fiori di campo che aveva raccolto in un prato vicino alla stazione di Rogoredo. “Lei diceva che i fiori veri non si comprano,” aveva sussurrato a Lorenzo all’ingresso, con un sorriso triste.

C’erano anche i vicini di casa del palazzo di via Solari, dove Clara aveva vissuto per oltre quarant’anni: la signora Marisa, ottantadue anni, che ogni domenica le portava il brodo quando era malata, e Paolo, il libraio dell’angolo, che le teneva da parte i libri usati di storia locale, sapendo che li avrebbe pagati “quando le andava”.

Lorenzo si sedette in fondo, vicino a una colonna. Non voleva essere visto, non voleva stringere mani, non voleva sentire frasi come “Era una santa” o “Ora è in pace.” Clara non era una santa, era stata testarda, polemica, a volte ingiusta. Ma era sempre stata presente. Sempre.

Il prete, un giovane sacerdote che non l’aveva mai neanche vista, parlò di “donna di fede, generosa e devota.” Lorenzo ascoltava perplesso. Clara non aveva messo piede in chiesa da quando aveva quindici anni, e glielo aveva raccontato ridendo: “Ci sono entrata l’ultima volta per rubare un cero da accendere durante un’assemblea al Leoncavallo.” Avrebbe forse dovuto dirlo, ma non era evidentemente il momento giusto. Lasciò che le parole di circostanza del prete scivolassero via, come la pioggia sui vetri. 

Però, durante l’omelia, si alzò Lucia, e fu lei a porre un po’ rimedio alle sue perplessità su quelle parole.  Senza chiedere il permesso, Lucia si avvicinò al leggio e disse, con voce ferma:

"Clara non credeva in Dio, ma credeva nelle persone. Credeva che si potesse cambiare il mondo cominciando dal proprio quartiere, dalla propria classe, dalla propria cucina. Diceva che la giustizia non è un’idea, è un atto quotidiano”.

Fece una pausa, guardò distrattamente Lorenzo per un attimo, e aggiunse: “E credeva in suo figlio. Più di ogni altra cosa”.

Risuonò qualche singhiozzo, mentre Lorenzo abbassò lo sguardo. Sentì le guance bruciare.

Quando uscirono aveva smesso di piovere, ma l’aria era sempre fredda e umida. I presenti si radunarono in un piccolo bar vicino al cimitero, il Bar dei Fiori, dove Clara andava ogni sabato a prendere un caffè e a leggere il giornale. Il proprietario, Enzo, aveva preparato un vassoio di pasticcini e un thermos di caffè caldo. “Lo faceva sempre lei, per le riunioni,” disse, posando una mano sulla spalla di Lorenzo. “Diceva che il caffè cattivo rovina le idee buone.”

Mentre gli altri parlavano, Lorenzo rimase in disparte, appoggiato a un muro di mattoni anneriti dal tempo. Ascoltò frammenti di conversazioni:

“Non ha mai voluto parlare di suo marito…”

“Ma ti ricordi quando organizzò quella manifestazione per le badanti?”

“Diceva sempre che Lorenzo era la sua ‘ribellione riuscita’…”

Per la prima volta dopo molti giorni, Lorenzo sorrise, anche se fu solo per un attimo.

Tornando alla sua auto, aprì il bagagliaio per riporre il mazzo di fiori che non aveva avuto il coraggio di lasciare sulla bara. Fu allora che vide, appoggiato sul sedile posteriore, il cappotto di lana blu scuro che Clara indossava sempre d’inverno. Lo aveva portato via dall’ospedale, senza pensarci. Lo toccò. Era ancora freddo, ma conservava un vago odore di lavanda.

E in quell’istante, come un riverbero improvviso, gli tornò in mente un pomeriggio di tanti anni prima.

 

Milano, 1977.

Clara aveva ventotto anni, i capelli lunghi e ricci, una giacca di velluto verde e un paio di stivali da cui spuntavano calze a righe. Camminava veloce per via Torino, tenendolo per mano; lui aveva appena tre anni, piccolo, con gli occhi sgranati e un berretto di lana troppo grande. Intorno, il caos: slogan urlati, motorini che sfrecciavano, ragazzi con bandiere rosse e nere appese alle spalle. C’era stato un corteo, e Clara non aveva voluto lasciarlo a casa. “Il futuro non si guarda dalla finestra,” aveva detto a chi la criticava.

A un certo punto, una volante della polizia aveva svoltato l’angolo con le sirene accese. Clara si era fermata di scatto, lo aveva sollevato tra le braccia e si era infilata in un portone. Lì, al riparo, lo aveva stretto forte, sussurrandogli: “Non aver paura. Il rumore passa. Le persone restano.”

Poi, dopo un minuto, aveva sorriso, gli aveva sistemato il berretto e gli aveva indicato un murale appena dipinto su un muro: una donna con le ali e un libro in mano.

— Quella sei tu, un giorno, — gli aveva detto.

Lui non aveva capito. Ma aveva sentito, con la chiarezza dei bambini, che sua madre lo guardava come se fosse già qualcuno.

 Il ricordo svanì come era arrivato. Lorenzo aprì gli occhi. Era di nuovo nel parcheggio del cimitero, il cappotto tra le mani, il cuore che batteva troppo forte.

Fu allora che notò la busta.

Era appoggiata sul sedile, accanto al cappotto. Una busta di carta spessa, chiusa, senza mittente. Dentro, una foto in bianco e nero: una donna giovane, sorridente, in piedi davanti a una chiesa di campagna, con un vestito a fiori e i capelli raccolti in una treccia. Sul retro, una scritta a penna, inconfondibile: “Per la nostra piccola Anna, 1952.”

Lorenzo non conosceva nessuna Anna. Ma quella calligrafia — minuscola, precisa, leggermente inclinata a destra — era quella di sua madre.

E in quel momento, per la prima volta da quando era morta, sentì qualcosa muoversi dentro di sé: non era dolore e neanche sollievo, ma una domanda. Una domanda che non sapeva ancora come formulare precisamente, ma che già sapeva avrebbe cambiato tutto.


 

Pubblicato il 02 ottobre 2026

Cleto Corposanto

Cleto Corposanto / Honorary Professor of Sociology, Writer