Per anni ho lavorato con i bilanci di massa: quello che entra, quello che esce, quello che si trasforma. In un impianto, se un bilancio non torna significa che c'è una perdita da qualche parte, e che bisogna andarla a cercare. Ho imparato presto che il dato più rivelatore spesso non è il numero, ma la casella in cui qualcuno ha deciso di metterlo.
Qualche giorno fa mi sono fermata sui dati delle dimissioni volontarie in Italia: circa due milioni e duecentomila l'anno. Di quasi tutte sappiamo solo che sono avvenute. Non perché, non verso dove, non a quale prezzo.
Nel 2024, in quei numeri, c'ero anch'io. La scuola dei miei figli dall'anno successivo sarebbe finita alle 14.00, nessuna flessibilità per una manager, ho scelto la libera professione e sono finita nell'unico sottoinsieme di dimissioni che parla.
Il sottoinsieme che parla
Nel 2024 le dimissioni volontarie di madri e padri con figli sotto i 3 anni sono state 60.756. Il 69,5% erano madri.
Lette per genere, le motivazioni raccontano due storie diverse. Il 77,5% delle madri indica difficoltà di conciliazione. Quasi una su due, il 47,5%, cita la mancanza di un nido o di un servizio per l'infanzia accessibile. Il 30% un'organizzazione del lavoro fatta di turni, orari e distanze incompatibili con la cura dei figli.
I padri, nel 66,6% dei casi, indicano ragioni professionali, tipicamente il passaggio a un lavoro migliore. Solo il 21,1% parla di cura.
La casella è la stessa, "dimissioni volontarie", ma il movimento è opposto. Nel primo caso ci si espande, nel secondo ci si contrae: i padri, in maggioranza, vanno verso qualcosa, le madri, in maggioranza, si ritirano da qualcosa che non regge. Le pensioni delle donne sono il 30% più basse di qualle degli uomini perché semplicemente o hanno stipendi e quindi una contribuzione più bassa o perché ad un certo punto la contribuzione si interrompe (o non inizia mai).
La parola "volontarie"
Quando in una coppia qualcuno deve fare un passo indietro, nella maggior parte dei casi è lei. Non perché lo desideri di più, ma perché è la soluzione che costa meno a tutti gli altri: all'azienda, che non deve riorganizzarsi; al territorio, che non deve aprire un nido; alla coppia stessa, dove spesso è lui a guadagnare di più. La cura dei figli è un lavoro che la società non vuole pagare, e che assegna alle madri senza contabilizzarne il prezzo. Una scelta tra un'opzione sola non è una scelta: è un vincolo che ha già la firma in fondo.
Anni fa seguivo un impianto di trattamento dei frigoriferi a fine vita. Ogni componente veniva separato: i metalli, le plastiche, il poliuretano degli isolanti e i CFC che conteneva, allora ancora in grande quantità. Le perdite, però, non pesavano tutte allo stesso modo. Se l'impianto perdeva il rame dei cavi, erano quattromila euro a tonnellata che sparivano dal bilancio, e qualcuno se ne accorgeva subito. Se si disperdeva il CFC, per il conto economico non era una perdita: era gas in meno da smaltire. A pagare era lo strato di ozono, che non compare in nessuna voce di costo.
Le dimissioni delle madri funzionano allo stesso modo. Per l'azienda sono un costo gestibile, a volte perfino un sollievo organizzativo. Per il territorio sono un servizio in meno da finanziare. Il costo vero, fatto di competenze perse, carriere interrotte e autonomia economica che difficilmente si recupera, esce dal perimetro del bilancio e si disperde. Lo pagano le donne, e un sistema intero che si impoverisce senza accorgersene. È un costo ambientale invisibile. Solo che, questa volta, l'ambiente è la società intera.
La perdita c'è, ma a chi da questa situazione trae un beneficio, conviene non vederla.
Il part-time come anticamera
C'è un altro dato che non riesco a guardare come neutro. Tra i genitori che si sono dimessi, lavorava part-time il 37,3% delle madri e il 4,8% dei padri. Le donne sono il 93,6% di tutti i part-time del campione.
Il part-time viene quasi sempre presentato come uno strumento di conciliazione. Questi numeri non bastano a dimostrare un rapporto di causa, ma pongono una domanda legittima: quante volte il part-time è un ponte, e quante l'anticamera dell'uscita? Se riduce le ore, ma non il carico di cura, blocca la carriera e prepara alle dimissioni.
Quello che non sappiamo
C'è una cosa che all'inizio non ho detto, e che lascio a chi è arrivato fin qui. Quando mi sono dimessa, i miei figli avevano già più di tre anni. Tutti i dati che ho raccontato finora riguardano chi lascia il lavoro con figli più piccoli: in quel sottoinsieme io non c'ero. La mia dimissione è finita nell'altra parte del conto, quella muta. Nessuno mi ha chiesto perché. Nella casella c'è scritto soltanto: volontarie.
E mi considero una privilegiata, perché sono riuscita a tenere insieme lavoro e famiglia fino a quando i miei figli sono arrivati alle scuola secondaria. Quante non ci arrivano? Non lo sappiamo.
Le motivazioni le conosciamo solo per circa il 3% delle dimissioni, e solo perché lì la legge ha voluto proteggere. Non sappiamo cosa succede quando il figlio compie quattro anni. Non sappiamo quante donne lasciano per assistere un genitore anziano. Non sappiamo quanti uomini restano in un lavoro che non vogliono più, perché nessuno si aspetta che se ne vadano per curare qualcuno. Quello che non si misura non entra nel dibattito pubblico, e ciò che non entra nel dibattito, non diventa un problema da risolvere.
È il punto in cui i numeri smettono di essere neutri: la scelta di cosa contare e come, è già una presa di posizione.
Una risposta a bordo
Su questa nave Martino Pirella ha scritto che, di fronte alla battuta sessista, tocca agli uomini smettere di ridere.
Aggiungo un'altra cosa che dicono i numeri: finché solo un padre su cinque mette la cura tra le ragioni delle proprie scelte di lavoro, la cura resterà una variabile femminile, e le madri continueranno a fare da ammortizzatore silenzioso del sistema. Non è una colpa individuale dei padri. È un'architettura che rende razionale, per una coppia, che a fare un passo indietro sia sempre lei.
Non propongo di cambiare il nome alla categoria statistica, anche se ci ho pensato. Propongo di leggerla diversamente: ogni dimissione "volontaria" di una madre è un indicatore di attrito, per l'azienda che la perde e per il territorio che non le ha dato un'alternativa. Registrarla come una scelta personale è il modo più efficace per non doverne rispondere.
Volontarie, dunque. Resta da chiedersi di quale volontà stiamo parlando.
Fonti
Ispettorato Nazionale del Lavoro, Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali 2023-2024 (2025)
Ministero del Lavoro, Rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie (2024 e 2025)