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Alcune brevi note sul nuovo libro di Marco Salucci: Bestiario Artificiale: storie di macchine che parlano.


Il titolo scelto da Marco Salucci non è casuale, e denso di significati.

Il bestiario è una forma medievale precisa. Non un catalogo zoologico ma un libro morale, in cui gli animali, reali o fantastici che siano, servono da specchio per comprendere le virtù e i vizi dell'uomo, le verità della fede, la struttura del cosmo. Usare quella forma per parlare di macchine che parlano è già una presa di posizione filosofica: le macchine intelligenti sono le nuove bestie del nostro tempo, creature che non capiamo del tutto, che proiettiamo di significati che forse non hanno, che usiamo per capire qualcosa di noi stessi che da soli non riusciamo a vedere.

Salucci, dottore di ricerca in filosofia della mente, autore di una lunga riflessione sul problema mente-corpo da Platone all'intelligenza artificiale, porta a questo libro una competenza rara: quella di chi conosce sia la tradizione filosofica sia i meccanismi tecnici dei sistemi di cui parla. Non è né l'entusiasta acritico né il profeta della catastrofe. È qualcosa di più difficile e più utile: un osservatore preciso che sa fare le domande giuste.

Le domande che il libro pone sono quelle che la maggior parte del dibattito pubblico sull'IA evita sistematicamente, preferendo i titoli agli argomenti: cosa significa pensare? Cosa significa comprendere? Cosa significa essere intelligenti? Non sono domande retoriche, sono domande che i Large Language Models rendono urgenti in modo nuovo, perché per la prima volta nella storia abbiamo a disposizione sistemi che imitano il linguaggio umano con una fluidità sufficiente a rendere quelle domande empiricamente non banali.

Il contributo più originale del libro è la categoria di epistemologia sperimentale applicata all'intelligenza artificiale, riprendendo l'intuizione galileiana che la costruzione di macchine aiuti a riflettere sulla natura delle cose. Le macchine che parlano non sono solo strumenti: sono esperimenti. Ci dicono qualcosa su cosa è il linguaggio, su cosa è il pensiero, su cosa è la comprensione, non per analogia, ma per contrasto. Vedere cosa una macchina riesce a fare e cosa non riesce a fare è uno dei modi più precisi per capire cosa facciamo noi quando parliamo, pensiamo, capiamo.

Salucci rivendica la continuità tra filosofia e informatica, non come novità ma come struttura storica: non è un caso che Turing pubblicasse le sue tesi fondative sulla rivista Mind. La filosofia ha sempre orientato la costruzione di macchine intelligenti, e le macchine intelligenti hanno sempre costretto la filosofia a rivedere le proprie categorie. È una relazione di reciproca provocazione che il libro ricostruisce con rigore e che il dibattito contemporaneo tende a dimenticare, presentando l'IA come un fenomeno radicalmente nuovo invece che come l'ultimo capitolo di una storia molto più lunga.

La tesi più importante, forse la più scomoda, è quella che interessa la frattura tra scienza e cultura umanistica. Salucci la identifica come il problema epistemico centrale del nostro tempo: i progettisti dell'IA non possono eludere le questioni filosofiche che i loro sistemi sollevano, e gli utenti non possono usare consapevolmente ciò che non capiscono. Informazione ed educazione sono preliminari alla regolamentazione, non nel senso che si debba aspettare di capire tutto prima di regolamentare, ma nel senso che una regolamentazione senza comprensione è una regolamentazione cieca.

Se il libro ha un limite, difficile da valutare senza leggerlo nella sua interezza, è quello che condivide con la tradizione filosofica analitica di cui Salucci è esponente, ossia la tendenza a trattare le questioni cognitive e linguistiche in modo relativamente separato dalle questioni politiche ed economiche. Chi decide come vengono costruite queste macchine? Chi ne controlla i parametri? Chi ci guadagna? Sono domande che Mattei, Orain, Sadin porrebbero con insistenza, e che il Bestiario, almeno nella sua sinossi, sembra sfiorare senza affrontarle direttamente.

Resta un libro necessario, nel senso preciso che colma un vuoto reale: quello di chi sa fare filosofia della mente senza ignorare la tecnica, e sa fare tecnica senza ignorare la filosofia. In un dibattito sull'IA dominato o dagli ingegneri che non leggono filosofia o dai filosofi che non capiscono i sistemi di cui parlano, questa doppia competenza è un bene raro da non sprecare.


Pubblicato il 20 maggio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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