Non è raro sentire miliardari della Silicon Valley annunciare l'intenzione di contrastare la certezza della morte attraverso l'intelligenza artificiale (…e poi forse scappare su Marte!). Milioni di persone, intanto, senza risorse per spostare in là nel tempo il destino della propria obsolescenza programmata, affidano le loro decisioni più intime ad algoritmi che non comprendono, che nessuno in realtà comprende davvero. Abbiamo costruito città intelligenti che ci osservano, automobili autonome che ci conducono, assistenti digitali che ci ascoltano mentre dormiamo. E chiamiamo tutto questo progresso, con la stessa incrollabile certezza con cui i nostri antenati chiamavano progresso l'impero coloniale o la ragione illuminista.
Abbiamo costruito città intelligenti che ci osservano, automobili autonome che ci conducono, assistenti digitali che ci ascoltano mentre dormiamo. E chiamiamo tutto questo progresso...
Trecento anni fa, Jonathan Swift aveva già visto tutto questo. Non la tecnologia odierna, certo, ma l'impulso che la alimenta, quella fede smisurata nella razionalità umana che produce invariabilmente i risultati più assurdi. Un’assurdità che si manifesta oggi nella progressiva divinizzazione della (tecno)scienza e con la sostituzione della trascendenza religiosa con un orizzonte salvifico associato alla tecnologia. In questa visione la (tecno)scienza prende il posto di Dio, la tecnologia diventa il principio ordinatore dell’universo, il sacro non viene superato ma semplicemente trasformato. Il mondo diventa allora il compimento della tecnica, e poco importa se la realtà è sempre più dominata dalla paura e dall’ingegneria sociale, dalla ragione come forza disumanizzazione del postumano e della singolarità delle macchine.
Nel 1726 pubblicava I Viaggi di Gulliver[1], una riflessione inquietante sull’uomo e sul nostro essere umani, una critica spietata e corrosiva della modernità, travestita da racconto fantastico. Nel terzo viaggio (Un viaggio a Laputa, Balnibarbi, Luggnagg, Glubbdubdrib e nel Giappone) Swift prende di mira la scienza. Il suo protagonista Gulliver approda all'isola volante di Laputa, per poi visitare la celebre Accademia di Lagado, nella quale scienziati aristocratici e rigorosissimi, che vivono immersi nei numeri, nei diagrammi, nei calcoli musicali, sono impegnati nella realizzazione di progetti avveniristici, di esperimenti grandiosi, ma privi di senso pratico, condotti in nome di una razionalità che genera solo follia. Vivono completamente disconnessi dal mondo reale, hanno perso ogni contatto con la vita concreta. Provano a estrarre raggi di sole dai cetrioli per illuminare le case durante l'inverno, trasformare gli escrementi umani nel cibo da cui sono stati originati (reverse engineering ante litteram), costruire edifici dal tetto in giù verso le fondamenta, inventare una macchina che scriva libri combinando parole a caso (“senza verun soccorso di genio o di sapere”). Ogni progetto appare perfettamente logico, metodologicamente ben strutturato, sostenuto da dimostrazioni inoppugnabili. E completamente, inesorabilmente delirante.
"Swift ha posti in ridicolo certi professori di scienze speculative dedicatisi allo studio di quanto veniva denominato in allora magia fisica e matematica; studio che non fondato su verun saldo principio, non indicato o comprovato dall'esperienza, penzolava tra la scienza ed il misticismo; di tal genere furono l'alchimia, la fabbricazione di figure di bronzo parlanti, d'augelli di legno volanti, di polvi simpatiche, di balsami efficaci senza applicarli alle ferite, ma bensì all'arma che le aveva fatte, d'ampolle di essenza atte a concimare iugeri sopra iugeri di terreno, e d'altre simili meraviglie predicate da impostori, i quali trovavano sfortunatamente i creduli che ne divenivano le vittime.” (Gutenberg.org)
A distanza di 300 anni le opere ciniche e disilluse di Swift (se qualcuno ancora le legge) continuano a provocare un riso amaro, feroce, spietato, sono un pugno in faccia a ogni forma di ottimismo razionalista dominante. Nel 1700 quel riso veniva riversato su ogni spetto della società del suo tempo, sull’idea che la storia procedesse sempre verso il meglio, che la scienza fosse portatrice di verità, che la politica agisse per il bene comune. Il riso dello scrittore irlandese ricadeva su un’Inghilterra georgiana, con le sue guerre assurde e i suoi intrighi di corte, ma anche con il dogma illuminista secondo il quale la scienza e la ragione fossero portatrici per definizione di progresso e innovazione.
La critica di Swift era rivolta a una scienza fine a sé stessa, slegata dall’etica e dalla realtà, diventata proprio per questo un’altra forma di superstizione. Quella critica oggi potrebbe interessare l’intera nostra epoca, i suoi tecnocrati sciamanici, la tecnocrazia che si è fatta religione, l’intelligenza alienata odierna regalata a quella celebrata e ritenuta da molti superiore delle IA, la confidenza tragicomica di moltitudini di persone che credono di avere capito tutto, di essere entrati in possesso finalmente degli strumenti giusti, di sentirsi diversi da tutti quelli che sono venuti prima, anche grazie alla potenza di fuoco e all’efficienza delle nuove tecnologie.
La critica di Swift era rivolta a una scienza fine a sé stessa, slegata dall’etica e dalla realtà, diventata proprio per questo un’altra forma di superstizione.
Lilliput e l'inflazione dell'ego digitale
Quando Gulliver si risveglia sulla spiaggia di Lilliput, si trova immobilizzato da centinaia di fili sottilissimi. Creature alte quindici centimetri lo hanno legato immobilizzandolo mentre dormiva. Sono esserini minuscoli, non solo fisicamente, ma anche moralmente e intellettualmente parlando, ma si comportano come se fossero dei giganti. Il loro impero lillipuziano, di sole sei miglia per dodici, è per loro immenso. Le loro guerre sono per loro epiche, in realtà semplici e ridicole faide. Le loro controversie sono per loro questioni di vita o di morte.
La più feroce di queste controversie riguarda il verso giusto per rompere le uova, dal lato più grande (Big-endian) o dal lato più piccolo (Little-endian). Su questo punto apparentemente insignificante a Lilliput si sono combattute guerre sanguinose, si sono scritti trattati teologici, si sono giustiziati eretici. L'impero di Lilliput e quello di Blefuscu (i due micro-imperi richiamano la conflittualità storica perenne tra Francia e Inghilterra), anch’esso di grandezza lillipuziana, si massacrano da generazioni per stabilire quale sia il verso corretto per rompere un uovo.
Swift voleva che si ridesse. Voleva che tutti potessero notare l'assurdità di ridurre questioni esistenziali a semplici futilità, e di gonfiare futilità a questioni esistenziali. Il punto della satira non era di guardare a come sono sciocchi gli altri. Per Swift in realtà la satira andava rivolta a come siamo sciocchi noi. Perché Swift sapeva che l'unica differenza tra noi e i lillipuziani non è nella sostanza. Noi umani abitanti del pianeta Terra, combattiamo le stesse guerre. Solo che le chiamiamo diversamente.
Oggi, miliardi di persone, probabilmente sciocche, si svegliano e controllano immediatamente gli schermi dei loro dispositivi. Entrano in piattaforme digitali, dove avatar alti quindici pixel si comportano come giganti, sulle quali controversie che un osservatore esterno giudicherebbe insignificanti, scatenano ondate di indignazione, campagne di boicottaggio, processi sommari nell'opinione pubblica, dove le identità politiche si cristallizzano intorno a posizioni che sono, spesso, arbitrarie quanto il verso dell'uovo da rompere.
Il modo di abitare queste piattaforme, l’architettura stessa dei social media basata sulla brevità della interazione imposta, sull'immediatezza della risposta, sull'algoritmo che premia l'indignazione, la brutalità del linguaggio e la rabbia, trasforma ogni discussione in una guerra lillipuziana, ci ha trasformati tutti in Gulliver. Tutti connessi alle nostre piattaforme, siamo tanti Gulliver legati sulla spiaggia, imprigionati da migliaia di fili sottilissimi (oggi visualizzabili come fibre di vetro e di silicio) che ci tengono legati e immobilizzati in forma di MiPiace, notifiche, algoritmi di raccomandazione, e altre metriche di engagement.
Proprio come a Lilliput, anche nel nostro mondo digitale la politica è diventata meschina, propagandistica, autocelebrativa, pura acrobazia. I funzionari lillipuziani ottengono le cariche pubbliche in base alla loro abilità acrobatica (chi salta più in alto vince), la loro abilità di danzare su una corda tesa. Chi salta più in alto, chi fa le piroette più spettacolari, ottiene il ministero.
Proprio come a Lilliput, anche nel nostro mondo digitale la politica è diventata meschina, propagandistica, autocelebrativa, pura acrobazia.
Swift con le avventure di Gulliver stava descrivendo letteralmente la politica del suo tempo, una corte dove a contare era l'abilità performativa, non la competenza sostanziale, ma anche un potere basato sulla coercizione e sull’ambizione, che non garantisce più la giustizia. Noi oggi abbiamo perfezionato il sistema. Ora la corda tesa è il feed di Twitter, il palco è TikTok, la clava è X. Chi governa non è più chi ha le idee migliori, ma chi produce i contenuti più virali. La politica nell'era digitale è precisamente questo, una gara di salti acrobatici fatta sempre più da persone competenti nel saltare e poco preparate a fare altro. Saltano davanti a una platea che applaude o fischia in tempo reale, dove ogni dichiarazione è calibrata non per la sua verità o utilità, ma per il suo potenziale di ingaggio, coinvolgimento, manipolazione. Il contenuto evapora. Resta solo lo spettacolo, la performance.
Swift ci aveva avvertiti. Quando la politica diventa rituale, quando il dibattito pubblico si riduce a teatro, l'unica cosa che cresce è l'ego dei partecipanti. I lillipuziani sono alti quindici centimetri ma si credono titani. Noi siamo profili digitali ma ci comportiamo come ciclopi, anche nel vederci poco. I politici attuali sono nani ma si credono leader che fanno la storia e aspirano a monumenti quando sono ancora in vita, o forse si accontentano delle tante ricchezze accumulate. L'inflazione narcisistica dell'ego è inversamente proporzionale alla nostra reale capacità di incidere sul mondo. Ne deriva un paradosso tra l'insignificanza oggettiva e la grandiosità percepita. Era e sarebbe esattamente ciò che Swift voleva e vorrebbe che vedessimo. Noi però stiamo bene attenti a farlo, ci rifiutiamo ancora di aprire gli occhi e di vederlo.
L'inflazione narcisistica dell'ego è inversamente proporzionale alla nostra reale capacità di incidere sul mondo.
La razionalità sospesa nel vuoto
Nel terzo viaggio, Gulliver incontra qualcosa di ancora più inquietante dei lillipuziani, un'isola che vola, Laputa. È letteralmente sospesa in aria, governata da un sistema magnetico che le permette di fluttuare sopra il regno terrestre di Balnibarbi. I suoi abitanti sono matematici, astronomi, musicisti teorici, accademici, menti superiori dedicate alla pura contemplazione. Sono così assorti nelle loro speculazioni astratte, incapaci di stabilire comunicazione ed empatia con le persone, che hanno bisogno di servitori chiamati flapper, armati di vesciche piene d'aria, usate per colpirli delicatamente sulla bocca e sull'orecchio. Ogni colpo serve a ricordare loro di parlare o di ascoltare. Senza questi colpetti gentili, gli scienziati di Laputa dimenticano di esistere nel mondo fisico, distraendosi e astraendosi. Il loro compito è di governare Balnibarbi dall'alto e se gli abitanti della terra ferma si ribellano, non devono fare altro che posizionare Laputa sopra le loro città oscurando il sole. Se la ribellione persiste, l'isola scende e schiaccia tutto sotto il suo peso. È una metafora perfetta del potere della conoscenza astratta, distante, incomprensibile ai più, infinitamente distruttiva quando decide di intervenire.
“I saggi [di Laputa ] viaggiavano accompagnati dai servi che avevano un bastone alla cui estremità era legata una sacca. Dato che i saggi entravano sovente in catalessi per via della loro abitudine a riflettere e meditare, il compito dei servi risiedeva nel picchiare sulla bocca dei loro protetti quando era loro richiesto di parlare, sugli occhi quando dovevano guardare e sulle orecchie quando invece dovevano ascoltare. E lo facevano con un colpo secco e forte.”
Il vero capolavoro satirico Swift lo riserva all'Accademia di Lagado, fondata dagli abitanti di Balnibarbi che, ispirati dai sapienti di Laputa, hanno deciso di migliorare il loro paese attraverso progetti scientifici innovativi. Gulliver visita laboratorio dopo laboratorio e in ognuno trova un progetto più delirante del precedente. Un uomo sta lavorando da otto anni per estrarre raggi di sole dai cetrioli, da conservare in fiale ermetiche che, riaperte durante l'inverno, possano illuminare e riscaldare le case. Un altro ha sviluppato un metodo per riconvertire gli escrementi umani nel cibo originario, chiudendo così il ciclo metabolico. Un terzo sta costruendo una casa dal tetto alle fondamenta, come fanno le api e le formiche. Un quarto ha inventato una macchina per scrivere libri senza disporre di alcuna conoscenza. La macchina è un marchingegno meccanico, utilizzato dagli studiosi per generare nuove idee, frasi e libri. Un grande telaio gigante coperto di cubi su cui sono scritte tutte le parole della lingua, che vengono combinate casualmente tirando delle leve. Quando emergono tre o quattro parole consecutive che hanno senso, vengono trascritte, così da servire a comporre trattati di filosofia, poesia, matematica. Su tutto questo si esercita la satira di Swift. Una satira che forse l’autore irlandese terrebbe viva anche oggi, in tempi nei quali il telaio, la macchina, il motore di Lagado, è stato sostituito da potenti macchine-IA. Motori costruiti su modelli LLM, capaci di produrre testo coerente, combinando tra loro parole e idee, sulla base di algoritmi sottostanti, in un modo non dissimile a quello a cui era destinato il telaio di Swift
"Tutti sapevano quanto sia faticoso il metodo consueto per giungere alle arti e alle scienze; mentre, grazie al suo espediente, la persona più ignorante, a un prezzo ragionevole e con un po’ di lavoro fisico, potrebbe scrivere libri di filosofia, poesia, politica, diritto, matematica e teologia, senza il minimo aiuto del genio o dello studio." - I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift (1726)
Ogni progetto è accompagnato da spiegazioni rigorose, da dimostrazioni logiche ineccepibili. Gli scienziati di Lagado non sono ciarlatani, sono razionalisti convinti, metodici, dediti alla loro ricerca con fervore quasi religioso. Il problema non è la mancanza di logica, ma l'eccesso di confidenza nella logica stessa. Parlando di loro, delle loro certezze, Swift stava in realtà ridendo dell'orgoglio della Royal Society, delle promesse grandiose della scienza illuminista, dell'idea che ogni problema umano potesse essere risolto con il metodo razionale. Non stava ridicolizzando la scienza in sé. Stava ridicolizzando la fede cieca che la scienza potesse sostituire il giudizio umano, che la razionalità strumentale potesse rispondere a domande esistenziali, che l'ottimizzazione tecnica fosse equivalente al progresso umano.
Trecento anni dopo, possiamo constatare che tutti stiamo vivendo in una Lagado digitale, virtuale, non molto diversa dalla Lagado immaginata da Swift.
Un settore intero dell’Accademia di Lagado era impegnato nell'estrazione di raggi di sole, oggi interi settori della Lagado globale digitalizzata sono impegnati nell’estrazione di dati e informazioni da ogni aspetto della vita umana, per conservarli in server e dischi rigidi sul cloud, utilizzandoli quando servono per illuminare (manipolare) le decisioni di moltitudini di persone. La promessa è sempre la stessa, quella che passa attraverso l’ottimizzazione, l’efficienza, la comprensione totale della realtà attraverso la quantificazione. Nell’illusione che solo raccogliendo abbastanza dati, costruendo algoritmi sofisticati, saremo in grado di risolvere ogni problema.
Un’altra similitudine possibile tra le due Lagado ci porta a considerare l'economia circolare portata all'estremo delirante di un capitalismo capace di riconvertire i propri rifiuti (inquinamento, sfruttamento, devastazione ecologica, estrazione di terre rare, ecc.) in risorse nutrienti e utili per garantire una nuova crescita infinita. Il progetto assomiglia al progetto accademico di Lagado di riconvertire gli escrementi nel cibo originario. Tutto logicamente perfetto, ma praticamente impossibile. Soprattutto perché non viene messo in discussione il ciclo stesso, i modelli su sui il progetto è stato costruito. Nella nostra realtà, miliardari e governi fanno appello alla geoingegneria per risolvere il problema dell’innalzamento delle temperature, che determina il cambiamento climatico, oscurando il sole con polveri stratosferiche, fertilizzando gli oceani con ferro, costruendo macchine gigantesche per catturare CO2. Progetti titanici, presentati come rigorosamente scientifici, che promettono di correggere tecnologicamente i danni prodotti dalla tecnologia, ma che in realtà ricordano i progetti degli accademici di Lagado impegnati a costruire le case a partire dal tetto, senza prestare alcuna attenzione al fatto che le fondamenta stanno già crollando o, come sta avvenendo in questi giorni a Niscemi, in Sicilia, a franare è la stessa collina nella quale le fondamenta delle case sono state scavate.
C’è poi da riflettere sulla macchina per scrivere libri. Swift l'aveva immaginata nel 1726 pensandola come un dispositivo meccanico che produce testi sensati senza alcuna comprensione, combinando parole secondo regole formali. Nel 2022 abbiamo creato GPT, un'intelligenza artificiale in grado, con i suoi LLM, di generare saggi, poesie, codice, conversazioni, senza capire una singola parola di ciò che produce. Non è forse la macchina di Lagado resa reale, ma solo infinitamente più sofisticata? Ma la cosa più interessante è che trattiamo, felici e contenti, queste GTP esattamente come gli scienziati di Lagado trattavano il loro telaio, ossia come una promessa di conoscenza senza sforzo, di comprensione senza pensiero.
Il parallelo più perfetto tra le due Lagado qui considerate è Laputa stessa, l'isola volante, disconnessa dalla terra. La nostra classe tecnologica, ben rappresentata dai CEO della Silicon Valley, dai venture capitalist e dai guru dell'innovazione, vive letteralmente sospesa (in aria, nel cloud, su starlink e spaceX) sopra la realtà materiale. Promettono di colonizzare Marte mentre la Terra brucia. Parlano di immortalità digitale mentre miliardi di persone non hanno accesso all'acqua potabile. Sono così assorti nelle loro speculazioni su AGI, singolarità tecnologica, upload della coscienza, che hanno bisogno dei loro flapper, oggi assistenti IA, PR, handler, ecc., per ricordare loro che esistono ancora esseri umani in carne e ossa. E come a Laputa, quando la realtà terrestre osa ribellarsi, quando i lavoratori scioperano, quando i regolatori indagano, quando l'opinione pubblica protesta, la risposta è sempre la stessa. Bloccare il sole (licenziamenti di massa, delocalizzazioni) o schiacciare tutto sotto il peso dell'isola (monopoli, acquisizioni, lobbying), per impedire di mettere in discussione il potere nelle sue varie declinazioni nelle quali oggi si manifesta. Il Potere, sembra recitare la novella Laputa, non si discute, si subisce, adattandosi, piegandosi.
Swift aveva capito che la razionalità, portata all'estremo, diventa la forma più pura di follia.
Swift aveva capito che la razionalità, portata all'estremo, diventa la forma più pura di follia. Non perché la ragione sia cattiva, ma perché la fede assoluta nella ragione strumentale, l'idea che ogni problema abbia una soluzione tecnica, che ogni aspetto della vita possa essere ottimizzato, che la realtà sia riducibile a variabili controllabili, è essa stessa un'illusione. L'eccesso di confidenza nell'era digitale non è solo tecnologico. È epistemologico. Crediamo che più dati abbiamo, più capiamo. Ma Laputa, piena di sapienza astronomica e musicale, è completamente alienata dalla vita reale. I suoi abitanti sanno tutto delle sfere celesti, nulla delle persone sotto di loro. Noi sappiamo tutto dei pattern nei big data e nulla delle vite che quei pattern rappresentano. Con i nostri smart-watch misuriamo tutto, passi, calorie, battiti cardiaci, ore di sonno, livelli di felicità, ma comprendiamo sempre meno, disimpariamo a sentire e a misurare per conto nostro. La quantificazione del sé è il nuovo flapper che ci colpisce continuamente per ricordarci che esistiamo, ma solo come aggregati di dati, mai come esseri umani completi, vulnerabili, limitati, affaticati e pieni di contraddizioni.
La Lagado, una volta prospera, che Swift ci mostra, ora è in rovina. Da quando hanno adottato i nuovi metodi ispirati a Laputa, i campi sono sterili, le case crollano (come a Niscemi), la gente muore di fame. Ma gli scienziati e i tecnocrati, aiutati da politici ormai sotto contratto, continuano imperterriti con i loro progetti, certi che il successo sia imminente, che basti perfezionare il metodo, raccogliere più dati, fare un altro esperimento. Noi chiamiamo questa stessa fede disruption (fede perché negli anni ha racconto schiere innumerevoli di fedeli). Sappiamo che non funziona ma continuiamo a costruire dal tetto, meravigliandoci quando tutto crolla. E non siamo più nel 1700, siamo nel terzo millennio.
Gli Houyhnhnms, o quando il critico diventa il più ridicolo
Nel quarto viaggio (Un viaggio nel paese degli Houyhnhnms) di Gulliver Swift ci tende la trappola più sofisticata e crudele. Gulliver arriva nel paese inquietante degli Houyhnhnms[2], una razza di cavalli dotati di una ragione perfetta, che vivono in una società armoniosa, guidata dalla pura razionalità. Non hanno parole per mentire, per la guerra, per l’ingiustizia. Non conoscendo menzogna, avidità, guerra o invidia, essendo equilibrati e mai dominati dalla passione, sono, in ogni senso, l'incarnazione dell'ideale illuminista, esseri puramente razionali, liberi dalle passioni che tormentano gli umani. Sembrano un modello da imitare, anche se sono freddi, privi di empatia, di arte e di fantasia. Il modello incarnato dagli Houyhnhnms è descritto da Swift come utopia, che si trasforma in incubo perché disumanizza, cancella ciò che rende umani.
Accanto a loro vivono gli Yahoo[3] (i moderni migranti?). Sono creature che somigliano orrendamente agli esseri umani, a noi, ma si comportano come bestie selvagge. Sono avidi, violenti, degenerati, lussuriosi, sporchi, dominati dagli istinti più bassi, uno specchio perfetto e brutale dell’umanità. Gli Houyhnhnms li usano come animali da soma e li guardano con un misto di pietà e disgusto.
Gulliver si innamora degli Houyhnhnms, finendo per odiare la sua stessa specie. Passa anni con loro, studia la loro lingua, cerca di imitare il loro nitrito razionale. Lentamente, inesorabilmente, comincia a disprezzare la propria umanità. Quando guarda altri esseri umani, anche i membri dell'equipaggio che lo salveranno, vede solo Yahoo. Quando finalmente torna a casa, in Inghilterra, si comporta da misantropo radicale, non riesce a sopportare la compagnia degli uomini, persino la presenza della moglie e dei figli. Si rifugia nelle stalle, preferisce la compagnia dei cavalli. Si tappa il naso quando i familiari si avvicinano, perché puzzano di Yahoo.
Qui Swift compie il suo colpo di genio. Perché il lettore, fino a questo punto, ha riso dei lillipuziani, ha scrollato la testa davanti agli scienziati di Lagado, ha pensato che fossero assurdi, ridicoli, diversi. Ma ora Swift ci mette davanti uno specchio. L’immagine che lo secchio ritorna è quella dell’uomo come essere intrinsecamente corrotto e non riformabile. Nel fare proprio il modello degli Houyhnhnms, Gulliver, il viaggiatore razionale, l'osservatore distaccato, è diventato la figura più patetica di tutto il libro. Il suo tentativo di trascendere l'umanità lo ha reso disumano. La sua aspirazione alla perfezione razionale lo ha reso un mostro di alienazione.
Gli Houyhnhnms non sono il modello da seguire. Sono l'incubo di una razionalità portata all'estremo. La loro società perfetta è in realtà totalitaria. Decidono tutto in base alla ragione, incluso quali Yahoo sterminare per controllare meglio la popolazione. Non hanno arte, perché l'arte nasce dalle passioni. Non hanno crescita morale, perché si sentono già perfetti. Non hanno conflitti, ma solo perché hanno eliminato tutto ciò che rende la vita interessante, il dubbio, la contraddizione, l'imperfezione. Gulliver, nell'idealizzarli, diventa esattamente ciò che Swift vuole mostrarci, il razionalista radicale che, nel disprezzare l'umanità imperfetta, perde ogni umanità. Il critico che si crede superiore agli altri umani è lo Yahoo più ridicolo di tutti.
La trappola descritta da Swift è quella in cui cadiamo anche oggi, continuamente, ossessivamente. L'era digitale ha prodotto una nuova classe di Gulliver tra gli Houyhnhnms. Moltitudini di persone che si credono furbe, sveglie, mentre gli altri sono degli ingenui che dormono, che hanno fatto le loro ricerche intelligenti, mentre il gregge segue ciecamente, che vedono attraverso le illusioni che accecano le masse.
Quella che emerge è la divisione del mondo in razionali e irrazionali, consapevoli e decerebrati, evoluti e retrogradi. Ne derivano forme e comportamenti di razionalismo scientifico, di moralismo digitale e cinismo tecnologico. Il razionalismo scientifico si manifesta in tutti coloro che credono di aver superato ogni forma di pensiero magico, di essere puri agenti della ragione, mentre tutti gli altri sono prigionieri di superstizioni e pregiudizi cognitivi. Loro hanno i dati, le statistiche, le meta-analisi. Loro sanno. Gli altri sono tonti, perdenti (Migliaia proprio non ce la fanno, non ce la faranno mai), tanti Yahoo che credono a qualunque cosa. Il moralismo digitale emerge dai comportamenti di coloro che pensano di avere raggiunto il livello corretto di consapevolezza politica, che sanno usare i termini giusti, che hanno decostruito tutti i privilegi, che sono dalla parte giusta della storia. Loro sono gli Houyhnhnms del dibattito pubblico corrente, esseri razionali, (algor)etici, incapaci di errore. Gli altri, tutti gli altri, sono Yahoo da educare o cancellare. Poi ci sono i cinici tecnologici. Persone che ritengono di aver capito che i social media manipolano, che gli algoritmi ci controllano, che viviamo in una distopia digitale. Si sentono superiori perché vedono il sistema, mentre la massa continua a scrollare inconsapevolmente sui loro schermi luminescenti e ammalianti. Anche gli Houyhnhnms del tempo corrente continuano a usare le stesse piattaforme, a partecipare allo stesso sistema, ma sono convinti che la loro consapevolezza li renda immuni da qualsiasi effett.
E qui, parafrasando il pensiero di Swift, nasce la tentazione più grande, la grande illusione. Quella di credere di essere fuori dal gioco, di aver visto attraverso le illusioni che intrappolano tutti gli altri. Ma questa credenza è essa stessa l'illusione suprema. Il critico radicale che si pensa superiore all'umanità ha solo raggiunto una nuova forma di hybris. Da questa trappola non fu estraneo neppure Swift. La sua misantropia era leggendaria. Le sue lettere traboccano di disprezzo per la razza umana, di disgusto per l'ipocrisia e la stupidità dei suoi contemporanei. In un certo senso, Swift era un Gulliver che preferiva la compagnia delle sue creature razionali, i suoi personaggi, i suoi cavalli immaginari, a quella degli umani reali.
credere di essere fuori dal gioco, di aver visto attraverso le illusioni che intrappolano tutti gli altri, è una grande illusione
L'eccesso di confidenza di Swift era la certezza di potere svelare e vedere oltre le illusioni degli altri, senza volersi rendere conto che questa sua certezza fosse anch'essa un'illusione. Il satirico che crede di stare al di sopra della commedia umana ne è il protagonista più tragico. Questo è il genio autodistruttivo dei Viaggi di Gulliver, un libro che critica l'eccesso di confidenza attraverso un eccesso di confidenza ancora maggiore. È una critica totale che include sé stessa.
E noi, che leggiamo Swift per criticare il nostro presente, stiamo forse cadendo nello stesso errore, stiamo forse facendo esattamente la stessa cosa. Ci crediamo diversi dai lillipuziani che combattono per il verso dell'uovo, dagli scienziati di Lagado che estraggono raggi dai cetrioli, da Gulliver che si isola nelle stalle. Ci crediamo capaci di vedere l'eccesso di confidenza altrui senza cadere nel nostro. Ma Swift ci aveva già previsti in quel che siamo diventati oggi. Ci ha visti tre secoli fa come seduti davanti ai nostri schermi, intenti a farci aiutare da potenti assistenti di IA, certi di essere più lucidi degli altri, di aver capito qualcosa che sfugge alle masse. Ci ha visti mentre leggiamo il suo libro, convinti di essere dalla parte del satirico e non dei satirizzati. Siamo tutti Gulliver che si tappano il naso.
Nessuno può leggerlo e farla franca
C'è un dettaglio che spesso sfugge ai lettori dei Viaggi di Gulliver. Il libro non è firmato da Jonathan Swift. È presentato come il manoscritto autentico di Lemuel Gulliver, capitano di vascello, pubblicato da un certo Richard Sympson. Swift si nasconde dietro strati di finzione, crea un narratore inaffidabile che racconta storie incredibili con tono serissimo, lascia che il lettore si interroghi su ciò che è reale? Cosa sia la satira? Se il libro sia una parodia dei resoconti di viaggio? Se sia tutto questo insieme?
Questa struttura non è un vezzo letterario. È una trappola epistemologica. Swift costruisce un testo che mina costantemente la propria autorità, che costringe il lettore a dubitare non solo di ciò che legge, ma del modo stesso in cui legge. Non c'è posizione sicura da cui guardare. Non c'è prospettiva neutrale da cui giudicare.
Quando leggi della guerra tra Big-endian e Little-endian, puoi ridere dei lillipuziani. In realtà stai leggendo un racconto di un uomo che è diventato così alienato da preferire i cavalli alla propria famiglia. Puoi fidarti del suo giudizio? E se non puoi fidarti di lui, puoi fidarti di Swift, che ha creato un personaggio così patetico come portavoce delle sue idee? E se non puoi fidarti di Swift, perché stai ancora leggendo?
Questa vertigine interpretativa è intenzionale. Swift non vuole che si impari una lezione. Vuole che si cada in una serie di trappole, una dopo l'altra, fino a quando non ci si renda conto che anche credere di essere abbastanza intelligenti da evitare le trappole è una trappola.
I Viaggi di Gulliver regalano ai lettori uno specchio deformante che restituisce loro tre immagini di sé stessi, nessuna delle quali è vera. A Lilliput il lettore che si immedesima in Gulliver, si rimpicciolisce come i lillipuziani. All’arrivo la percezione è di essere gigante tra nani, di essere loro superiore guardandoli come degli sciocchi, per poi scoprire di essere legato da centinaia di fili invisibili (le proprie abitudini, convinzioni, pregiudizi ecc.), che non si vedono perché troppo sottili e numerosi. Ci si sente grandi, ma paralizzati. A Brobdingnag, si ha la sensazione umiliante inversa, di essere nani tra giganti. Percezione rinforzata da ciò che pensa il re di Brobdingnag per il quale la maggior parte degli umani (Gulliver) sia la razza più “perniciosa di piccoli, odiosi vermi che la natura abbia mai permesso di strisciare sulla superficie della terra”. Infine, grazie agli Houyhnhnms il lettore Gulliver sembra ritrovare un punto di vista oggettivo, razionale, superiore. Ma quella razionalità è disumana, sterile, totalitaria. Abbracciando quella prospettiva Gulliver diventa la figura più ridicola del libro.
ogni posizione presa è sempre compromessa, ogni tentativo di guardare dall'esterno rivela soltanto quanto si sia ancora dentro, imprigionati
Lo specchio deformante ricorda a tutti che ogni posizione presa è sempre compromessa, che ogni tentativo di guardare dall'esterno rivela soltanto quanto si sia ancora dentro, imprigionati. L'eccesso di confidenza non è un errore da correggere, ma la struttura stessa della coscienza umana. Noi non riusciamo a non credere di aver capito, di essere nel giusto, di vedere più chiaramente degli altri. È cognitivamente impossibile vivere senza questa convinzione. Anche il dubbio radicale è una forma di certezza, la certezza di dubitare meglio degli altri. Da qui non se ne esce e non ci sono soluzioni, che Swift si guarda bene da offrire. Ciò che serve è soltanto avere e coltivare consapevolezza, capace di includere anche la consapevolezza della propria insufficienza. Ne deriva un paradosso logico vivente, si è consapevoli di sapere di non sapere, ma anche di sapere che anche questo sapere è insufficiente.
Questa consapevolezza però oggi manca quasi completamente, tutti o quasi sperimentiamo una eccedenza di confidenza digitale che ricade sulla realtà fattuale. Facile da comprendere perché viviamo in un tempo che ha moltiplicato all'infinito le occasioni per credere di aver capito. Abbiamo accesso a una quantità di informazioni che nessuna generazione precedente ha mai posseduto. Abbiamo strumenti analitici, modelli predittivi, big data, intelligenza artificiale. Possiamo pensare o illudersi di conoscere qualsiasi cosa, cercandola su Google, possiamo convincerci di comprendere qualsiasi fenomeno, guardando un video esplicativo, ci sentiamo partecipi a qualsiasi dibattito solo perché cinguettiamo e condividiamo in ogni istante la nostra opinione.
Tutto questo ci ha convinti di essere più informati, più razionali, più consapevoli di chiunque sia venuto prima di noi. Guardiamo le generazioni precedenti e vediamo lillipuziani che combattevano per superstizioni. Guardiamo le altre culture e vediamo Yahoo intrappolati in credenze irrazionali. Guardiamo i social media e vediamo masse manipolate, mentre noi che abbiamo capito come funzionano gli algoritmi, ci riteniamo diversi.
Da lontano Swift ci ride in faccia perché ha capito, tre secoli fa, che ogni epoca crede di essere l'eccezione, che ogni generazione pensa di aver finalmente superato le illusioni del passato, che ogni cultura si considera il culmine dell'evoluzione morale e intellettuale della specie umana sulla terra. Questa convinzione, ci ricorda Swift, è esattamente ciò che ci rende identici a tutte le generazioni e culture che ci hanno preceduto.
I progetti di Lagado non sono falliti perché la scienza è cattiva. Sono falliti perché i loro promotori credevano che la razionalità tecnica potesse sostituire il giudizio pratico, che l'ottimizzazione potesse sostituire la saggezza, che avere un metodo fosse equivalente a comprendere. Noi crediamo la stessa cosa. Le guerre di Lilliput non sono assurde perché riguardano uova da rompere per il verso giusto. Sono assurde perché ogni parte in conflitto è assolutamente certa di avere ragione, e quella certezza rende impossibile qualsiasi risoluzione. Noi combattiamo le stesse guerre. Solo che ora le chiamiamo questioni di principio e le combattiamo con quote tweet invece che con cannoni.
Gulliver non è patetico perché cerca la razionalità. È patetico perché crede che la razionalità possa renderlo superiore all'umanità, quando invece lo rende semplicemente disumano. Noi facciamo lo stesso errore. Crediamo che i dati, gli algoritmi, l'ottimizzazione ci renderanno post-umani, trascendenti, evoluti. Ma ci stanno solo rendendo meno umani. In un tempo, l’era delle macchine-IA, che viviamo come nuovo e che nuovo non è. Sono cambiati i nomi, gli eventi, le situazioni ma la struttura di fondo del nostro essere umani è rimasta la stessa. Lo si evince dall'eccesso di confidenza come costante antropologica. Una costante che non è un bug da correggere, ma rappresenta il sistema operativo della nostra mente umana.
Alcune considerazioni finali
L’opera di Swift è senza tempo, di allucinante contemporaneità, resiste al tempo ma anche a ogni semplificazione, è un grido alla Munch lanciato nell’aere per irridere ogni forma di dogmatismo, sia esso (tecno)politico, religioso, (tecno)scientifico, e oggi anche tecnologico. L’irrisione è reale, sarcastica, mirata a sfidare le tenebre umane, venata di (auto)umorismo nero, severo, un po’ folle come folle (“morirà dando triste spettacolo di demenza senile”) era lui stesso.
Con gli occhi del presente si potrebbe leggere l’opera di Swift come esercizio di nichilismo compiaciuto, in realtà l’autore irlandese ci ricorda, in tutta la sua opera, che la realtà è più complessa di ciò che appare e delle molteplici semplificazioni a cui è costantemente ridotta, che l’uomo, oggi diventato superumano e technologicus, è sempre un qualcosa di sfuggente, fragile, imprigionato dai suoi limiti (“il difetto è nel genere umano”), intangibile e mai riducibile a una macchina, a un sistema qualunque.
Il riso di Swift non risparmia nessuno, oggi può rivelarsi perfetto per irridere tutti coloro che usano l’IA come un manico di scopa, con riferimento al testo dell’autore dal titolo Meditazione sopra a un manico di scopa, un testo nel quale si tracciano paragoni tra l’oggetto del titolo e la condizione umana. L’uomo che oggi dialoga con l’IA usandola come puro strumento, non è molto diverso dalla macchina che sta usando, soprattutto se l’uso che ne fa è per raccattare in giro la tanta spazzatura di cui è piena la Internet di oggi (forse di sempre in forma di Data Trash). Usando l’IA come semplice strumento, si rischia di usarla come si usa un manico di scopa, riducendola e ritagliandola in uno strumento banale, usato principalmente per spazzare via il fastidio di pensare, scrivere o risolvere problemi da soli. Una IA usata come scorciatoia per evitare lo sforzo, generatore automatico di contenuti mediocri, sostituto del pensiero anziché suo complemento. Sul manico di scopa, metafora dell’IA attuale, Swift esercitava tutta la sua ironia. Oggi la stessa ironia potrebbe essere riversata su persone che usano l'IA per sembrare più intelligenti o produttive, ma in realtà stanno atrofizzando proprio quelle capacità che vorrebbero potenziare.
Pretendere di usare (addomesticare) Swift, come ho fatto qui, per criticare il nostro tempo, come se fossimo in una posizione privilegiata per vedere ciò che altri non vedono, è cadere nella trappola di credere di avere capito qualcosa che sfugge ai nostri contemporanei, come se trecento anni ci avessero reso più saggi invece che semplicemente più sofisticati nelle nostre illusioni.
Seduti davanti ai nostri schermi luminosi (o ai nostri fogli di carta, la tecnologia non cambia la sostanza), convinti di essere diversi, migliori, più consapevoli di tutti quelli che ci hanno preceduto, impegnati nello scrivere saggi o testi su Swift, siamo sicuri di aver colto il punto, proprio mentre il punto ci sfugge. Perché il punto non è capire Swift. Il punto è accettare che non si può leggerlo e farla franca. Non si può usare la sua satira cinica e amara come arma contro gli altri, senza che si rivolti contro di noi. Non si può ridere dei lillipuziani senza diventare lillipuziani. Non si può denunciare l'eccesso di confidenza senza incarnarlo.
Questo articolo, con la sua pretesa di illuminare il presente attraverso il passato, è un perfetto esempio di quella confidenza che cerca di demolire. È costruito sul presupposto che noi, io che scrivo, voi che leggete, siamo capaci di vedere ciò che sfugge agli altri. Che possiamo guardare il nostro tempo dall'esterno, con la lucidità che Swift aveva sul suo. Ma non possiamo. Siamo dentro. Sempre. E Swift lo sapeva già al suo tempo.
Trecento anni dopo, continuiamo a costruire case dal tetto, a estrarre raggi di sole dai cetrioli, a combattere guerre per il verso dell'uovo. Solo che ora le chiamiamo innovazione dirompente, ottimizzazione algoritmica, questioni identitarie. I nomi cambiano. Le tecnologie si evolvono. L'eccesso di confidenza resta. Swift ride ancora. E ride di noi. E noi ridiamo con lui, credendo di ridere di altri. Nessuno può leggerlo e farla franca. Nemmeno chi ha appena finito di scrivere queste righe.
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Note
[1] I Viaggi di Gulliver comparvero dopo il ritorno di Swift nell'Irlanda, accompagnati da quel mistero ch'egli faceva quasi sempre intervenire nella pubblicazione delle sue opere. Aveva abbandonata l'Inghilterra nel mese di agosto, e in data all'incirca contemporanea il manoscritto del Gulliver fu gettato da un calesse nella bottega del libraio Motte (Gutenberg
[2] Gli Houyhnhnms sono una razza di cavalli intelligenti, razionali e dotati di virtù superiori, protagonisti della quarta parte de "I viaggi di Gulliver" di Jonathan Swift. Rappresentano la perfezione della natura, governano la loro isola e considerano gli esseri umani (chiamati Yahoo) come creature bestiali e primitive, invertendo i ruoli tra uomo e animale.
[3] Il termine "Yahoo" in I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift si riferisce a una razza immaginaria di creature selvagge e sgradevoli, simili agli esseri umani, ma primitivi, brutali e moralmente corrotti. Sono l'opposto degli Houyhnhnm, cavalli razionali, pacifici e morali.