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Quel giorno ci avevano mandato a cercare l’acqua per la compagnia, eravamo felici come ragazzi in gita sulla camionetta di servizio carica di taniche vuote.

Durante un ritiro di scrittura nell'isola di Cefalonia sono stata profondamente colpita dalla vicenda dei soldati italiani della Divisione Acqui, abbandonati dall'Italia dopo l'8 settembre senza ordini nè aiuti, e sterminati dopo un'aspra battaglia dall'esercito tedesco. Durante una visita al Faro Gerogompos ci è stato chiesto di scrivere una lettera da parte del guardiano, ed io non ho potuto fare a meno di pensare alle storie di quei soldati...

Dal soldato semplice Marco Bellerio

All’Associazione Nazionale DIVISIONE ACQUI  Reduci in Patria

via Giberti 30

Verona

Cefalonia 20 settembre 1963

Per il Caporale Giuseppe Giusti

Caro Giuseppe,

se questa lettera ti raggiungerà sarai sorpreso di ricevere mie notizie dopo tanto tempo. Vivo a Cefalonia e sono il guardiano del faro Gerogompos  sulla punta dell’isola a Sud Ovest.

E tu?  Stai bene? Dove vivi? Com’è oggi la tua giornata?

Questa mattina un incontro inatteso mi ha riportato indietro di vent’anni. Stavo controllando le nasse che metto alla sera lungo la scogliera, ho trovato soltanto due piccoli polpi.

Tornando verso il faro con il mio secchio pieno d’acqua ho notato un pescatore seduto su un sasso con la canna tra le mani. L’ho salutato, ha risposto in italiano, il volto una maschera di rughe sotto un cappello floscio.

Non ci crederai, era stato marconista durante la guerra, fuggito dopo l’affondamento del suo dragamine, si era salvato sulle montagne. 

Vive qui, ha una casa a Paliki, dov’era la guarnigione tedesca.

Mi ha chiesto una sigaretta, gliel’ho passata, ho acceso con i fiammiferi che porto sempre in tasca.

Come quel pomeriggio, ricordi? Quando nell’isola la guerra non era ancora arrivata ed eravamo tranquilli.

Quel giorno ci avevano mandato a cercare l’acqua per la compagnia, eravamo felici come ragazzi in gita sulla camionetta di servizio carica di taniche vuote.

Era settembre, il sole era caldo. Ci eravamo seduti sotto un ulivo, avevamo mangiato il pane nero e il formaggio salato che compravamo dai pastori, poi, storditi dalle cicale che non smettevano di frinire, ci eravamo sdraiati vicini.

Ti ricordi, mi hai chiesto una sigaretta, avevo quelle cattive, che passava l’esercito. L’hai presa, poi non avevi da accendere, così ti ho passato anche i fiammiferi.

Quando ti sei avvicinato alla fiammella, ti ho sfiorato il collo con un bacio.

Ti sei alzato di scatto con la sigaretta tra le labbra, sei andato a fumare un po’ più in là. La sigaretta si è spenta, ti ho visto strofinare i fiammiferi sulla scatola con rabbia.

Siamo tornati verso la guarnigione senza parlare.

 Abbiamo trovato i compagni in subbuglio, era appena stato trasmesso il comunicato del generale Badoglio; nella confusione ci siamo persi di vista.

 Il resto lo sai.

Quando sono arrivati i tedeschi con le armi spianate e hanno cominciato a rastrellare i compagni sono fuggito su per il pendio tra i cespugli, dietro le baracche delle latrine, mi sono riparato in uno stazzo abbandonato. 

Non mi hanno trovato.

Accovacciato tra le spine ho sentito gli ordini secchi, le scariche di mitra, poi il silenzio.

Dopo il tramonto sono venuto giù, ho contato i corpi nel fango.

C’era Pasquale, il cuoco napoletano, c’erano Luigi e Gino di Bergamo, Michele il telegrafista e tanti altri. Il tuo corpo non c’era.

Ho camminato tutta la notte verso il paese, un contadino mi ha accolto e sfamato. Non sono riuscito ad andare via da qui.

Ora sorveglio questa lampada per le navi di passaggio. Quando l’accendo, il fascio di luce passa sui resti dei bunker tedeschi, laggiù a Nord Ovest. Della nostra guarnigione non è rimasto nulla.

Ti aspetto ancora

Marco

Pubblicato il 14 settembre 2026

Maria Giovanna Stabile

Maria Giovanna Stabile / Ho abitato molti mondi, da molti sono partita. Oggi studio, leggo, scrivo e mi accosto con curiosità a mondi nuovi.