Nelle pagine immortali de I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni ha fissato, con finissima arte psicologica, immagini del profondo e inquieto animo umano o, come egli stesso dice, di quel «guazzabuglio» che abita il cuore di ogni uomo su questa terra. Il romanzo, infatti, non è soltanto il racconto delle note vicende di Renzo e Lucia, ma anche una straordinaria indagine sul mistero della libertà umana, del peccato e della grazia. Ogni personaggio diviene, in qualche misura, il luogo narrativo in cui si manifesta il dramma dell'umana esperienza.
Tra le figure del romanzo spicca sicuramente quella dell’Innominato che diviene una chiave privilegiata per comprendere l’opera che Dio compie nel mondo rispettando sempre la libertà dell’uomo. La sua conversione non è il frutto di un improvviso sentimentalismo né di una costrizione esterna, ma il punto di arrivo di un lungo travaglio interiore nel quale la grazia opera con silenziosa discrezione, attendendo il movimento della libertà umana.
La storia di questo personaggio è un cammino che, condensato in alcuni capitoli dell’opera manzoniana, mostra il passaggio dalla superbia all’umiltà. Si parte proprio dalla descrizione del modo di vivere dell’Innominato che «dall'alto del castellaccio, come l'aquila dal suo nido insanguinato, dominava all'intorno tutto lo spazio dove piede d'uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto» (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Classici BUR Deluxe, Milano 2025, cap. XX, p. 410; d’ora in avanti citerò capitolo e pagina). Non si tratta soltanto della descrizione di un potente del Seicento lombardo. Manzoni tratteggia qui una condizione spirituale universale: l'uomo che pretende di bastare a se stesso, rifiuta ogni autorità superiore e che, nel tentativo di affermare la propria assoluta autonomia, finisce per diventare schiavo di ciò che considera il suo vero bene.
Questo non aver nulla sopra di sé è la descrizione propria dell’anima che, «ammaestrata a una scola infernale» (XX, 416), pensa soltanto a soddisfare le proprie bramosie. La misericordia di Dio, però, opera segretamente e conduce l’Innominato a cominciare a riflettere, a provare «se non un rimorso, una cert'uggia delle sue scelleratezze» (XX, 413). È significativo che Manzoni descriva questa prima incrinatura non come una conversione già avvenuta, ma come un’inquietudine crescente, un certo disagio dell’io che resta solo con se stesso, che desidera la quiete della pace, ma non la trova.
La svolta è rappresentata dall’ennesimo male compiuto dal personaggio, dal quale Manzoni, alla scuola di Agostino d’Ippona, fa scaturire un bene. Già quando incontra Lucia nella stanza della sua superba dimora, l'inquietudine ricomincia a mordere il cuore, mentre l’innocenza della giovane completa l’opera. Certo, Lucia è spaventata dalla figura: «il comparir di quell'uomo – scrive Manzoni – le sue parole, avevan messo un nuovo spavento nell'animo spaventato» e, perciò, restava «più che mai raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e non movendosi, se non che tremava tutta» (XXI, 429). Poi, comincia a implorare e a nominare Dio nella preghiera e questo porta l’Innominato a un’esplosione di rabbia: «...sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sé, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato...» (XXI, 431).
L'ira dell'Innominato tradisce, in realtà, una profonda fragilità. Egli comprende che quella giovane inerme possiede una forza che lui, pur dominando uomini e territori, non ha mai conosciuto. La figura di Lucia si trasforma, nella logica manzoniana, in una sorta di specchio nel quale l’Innominato riesce a vedere tutta la miseria della propria esistenza, un’esperienza che mette a nudo l’Innominato consapevole, ormai, della propria situazione come Adamo nel giardino dopo il peccato.
L’Innominato tace, ma la notte parla. Manzoni, con una maestria unica, la fa parlare in uno dei momenti più drammatici della storia: «E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero. - Se quell'altra vita di cui m'hanno parlato quand'ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c'è, se è un'invenzione de' preti; che fo io? perché morire? cos'importa quello che ho fatto? cos'importa? è una pazzia la mia... E se c'è quest'altra vita...! - A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte. Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne' capelli, battendo i denti, tremando. Tutt'a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: - Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia!» (XXI, 440).
La notte dell'Innominato è una delle pagine più alte della letteratura italiana e non solo. Nel silenzio, venuto meno lo splendore abbagliante del potere, delle ricchezze e della violenza, l'uomo è costretto a confrontarsi con se stesso nell’angosciosa dramma della scelta. Come descritto magistralmente dal filosofo danese Kierkegaard, la domanda sull'eternità irrompe con forza nella coscienza e dissolve l'illusione di poter sfuggire al giudizio della propria vita.
Il racconto del dramma si compie con l’incontro tra il cardinale Borromeo e l’Innominato: «L'innominato, ch'era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall'altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava» (XXIII, 459).
L'abbraccio del cardinale non è il trionfo di un uomo sull'altro, ma il segno che Manzoni utilizza per rendere visibile l'opera della misericordia divina. Forse è proprio per questo che la vicenda dell'Innominato continua ancora oggi ad affascinare e interrogare il lettore: Manzoni non racconta soltanto la conversione di un potente del Seicento, ma descrive, con profondità filosofica, teologica e psicologica, la lotta tra il bene e il male, una lotta che non si combatte soltanto nelle grandi tragedie della storia, ma anche, e soprattutto, nell'intimità lacerata dell'esistenza di ogni uomo.