L’essere umano viene al mondo dentro una storia.
Nasce in una famiglia che non conosce, parlerà una lingua che non ha scelto, professerà una religione che non ha esaminato, vivrà in una tradizione che lo precede, dentro una geografia che lo determina e modella.
Prima ancora di poter pensare, egli è già stato pensato dalla cultura nella quale è nato.
Egli è già immerso in una visione del mondo che lo forma.
La cultura storica precede l’individuo plasmandolo molto prima che egli sia in grado di interrogarsi su di essa.
Gli umani difendono la propria religione, la propria nazione, la propria tradizione, il proprio sistema di valori come se rappresentassero il migliore dei sistemi possibili, come se li avessero scelti dopo una valutazione comparativa tra mondi diversi, come se fosse il risultato di una decisione.
Questo accade quasi ovunque: ogni popolo tende a considerare la propria visione del mondo come quella giusta, quella vera, quella più degna di essere preservata.
Tuttavia, in questa difesa appassionata si nasconde una dimenticanza fondamentale.
L’aderenza alla propria tradizione religiosa, il senso di appartenenza nazionale, la fedeltà ai costumi della propria comunità non vanno condannati ma vanno riconosciuti nella loro natura originaria: quella di una continuità culturale ereditaria più che di una decisione autonoma e consapevole.
La cultura storica che ci attraversa non è il risultato di una deliberazione, ma di una trasmissione. È una eredità ricevuta.
È la prima eredità dell’uomo.
L’essere umano non sceglie la propria cultura: vi nasce dentro.
Non è una scelta: è una non-scelta originaria che ci precede.
L’individuo aderisce alla propria cultura perché vi è stato consegnato.
Ma ciò che viene ricevuto alla nascita si stratifica nel tempo assumendo presto la forma dell’evidenza.
E ciò che appare evidente viene scambiato per vero.
Da qui nasce una distorsione interpretativa profonda dell’esperienza umana: l’uomo, abbracciando l’evidenza in cui vive, tende a trasformare l’abitudine in verità.
Valori come religione e patria, rappresentano strutture potenti di significato e di coesione sociale, ma la loro forza non deriva tanto da una superiorità, da un valore intrinseco, quanto dalla loro familiarità.
L’essere umano difende allora il proprio mondo non perché sia il migliore possibile o il piu vero, ma perché è l’unico che conosce davvero.
È da questo dato elementare che nasce il pregiudizio.
Ciò che è semplicemente familiare viene scambiato per superiore, migliore, vero;
ciò che è semplicemente diverso viene percepito come inferiore, deviante, minaccioso.
La difesa della propria identità culturale, che in origine è a tutti gli effetti una forma di continuità, può trasformarsi allora in una svalutazione delle identità altrui.
Solo una conoscenza più ampia del mondo è in grado di incrinare questo automatismo.
L’incontro con altre culture, altre religioni, altre visioni dell’esistenza produce una forma di relatività:
ciò che prima appariva assoluto rivela la propria natura relativa.
Il proprio modo di vivere smette di sembrare l’unico possibile.
Il proprio mondo diventa uno tra molti.
Ma qui emerge un limite strutturale dell’esistenza umana.
La maggior parte degli esseri umani trascorre l’intera vita all’interno dello stesso orizzonte geografico e culturale nel quale è nata.
La vita umana è, nella grande maggioranza dei casi, stanziale.
E la stanzialità restringe lo sguardo.
L’esperienza diretta del mondo rimane limitata, e con essa la possibilità di relativizzare ciò che si è ricevuto.
L’uomo vive nel mondo, ma raramente lo attraversa davvero.
Questo anche perché il corpo fisico, che è la condizione stessa dell’esistenza, è “inaspettatamente” un limite.
Il corpo richiede infatti un mantenimento costante e sicuro, esporlo a rischi di incerta continuità in orizzonti sconosciuti, minerebbe la sua stessa sopravvivenza.
È per questo che l’essere umano tende alla stanzialità interpretata come “sicurezza”.
La sicurezza fisica dell’individuo allora, insieme all’abitudine, restringe l’ampiezza dell’esperienza possibile, e con essa la capacità di comprendere la pluralità delle forme umane.
Si esce dall’abitudine quasi sempre e solo, per necessità eccezionali; diversamente si preferisce vivere dentro una dimensione di comfort garantito.
In questo senso il corpo umano è insieme libertà e vincolo.
È il luogo della vita, ma anche la sua frontiera.
Condizione dell’esistenza e limite della conoscenza.
Permette all’individuo di esistere nel mondo, ma nello stesso tempo lo trattiene entro una prospettiva parziale, trasformando la propria cultura in una realtà apparentemente assoluta, che in verità è soltanto un’eredità inevitabile.
Così l’uomo finisce spesso per difendere con convinzione ciò che, in realtà, non ha mai scelto.
Non difende una verità.
Difende il luogo in cui è nato.
E difendendo quel luogo crede di difendere il mondo.
La sua identità culturale altro non è che il risultato di una condizione originaria: nascere in un luogo, in una lingua, in una religione, in una storia.
L’identità culturale si riduce allora, ad essere una eredità geografica e storica scambiata per verità.
Così l’uomo nasce libero nella coscienza, ma determinato all’origine nella sua permanenza.
L’essere umano può tuttavia e in alcuni casi, interrogare la propria eredità.
Talvolta può modificarla.
Raramente può abbandonarla.
Ma non può mai dire di averla scelta.
Non difendiamo ciò che abbiamo scelto.
Difendiamo ciò che ci ha scelti.
Guido Tahra
Macte Animo !
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