L’eccezione della comprensione

Forse ciò che ci scandalizza nelle macchine è che ci costringono a guardare una verità scomoda, che una grande parte della nostra conoscenza funziona senza comprensione, e che il capire non è ciò che garantisce il funzionamento del sapere, ma qualcosa di più fragile, più raro, più esigente. Dire che non tutto ciò che è saputo è anche capito non è quindi una critica all’intelligenza artificiale. È una constatazione sul modo in cui la conoscenza umana si è sempre organizzata.

Ci siamo impantanati…anche con e grazie alle IA

Viviamo l’era delle macchine, della tecnolog-IA, della palude digitale. Ci sentiamo immersi in questa realtà, sempre coinvolti, in realtà vi siamo dentro, esistenzialmente impantanati. Ne deriva un senso di immobilità (si corre rimanendo sullo stesso posto), bloccati dentro un presente continuo che ha catturato la nostra attenzione, ci ha intorpidito la mente, bloccandoci dentro bolle cognitive, mettendoci al servizio di algoritmi che ci impediscono di pensare (doomscrolling), di fare delle scelte, di coltivare pensiero e immaginazione.

In difesa dell’umano

Viviamo nella complessità ma ricorriamo costantemente ad approcci binari, riduzionistici, fatti di semplici contrapposizioni, forse anche utili, sicuramente mai sufficienti. Dentro la complessità non esiste lo sguardo neutrale del soggetto, ridurre la molteplicità e l’interrelazione tra gli elementi in un giudizio binario significa ignorare che gli effetti dipendono da una miriade di variabili. Il riduzionismo può tornare utile per sviluppare un confronto, anche conflittuale, utile a chiarire le posizioni dei contendenti, ma rischia di portare a una cristallizzazione attorno a due narrazioni opposte. La polarizzazione risulta così essere intellettualmente sterile, inadeguata. Meglio stare dentro la complessità del reale, agendo senza la presunzione di essere nel giusto, per dare forza agli attrattori percepiti come capaci di far emergere nuovi possibili, diversi e de-coincidenti da quelli oggi frequentati dai più e, anche per questo, ritenuti sbagliati.

L’ultima soglia dell’Umano

Il pensiero umano, dopo millenni di interrogazione su se stesso, giunge oggi al suo limite naturale: la creazione di un’intelligenza che può analizzare, apprendere, dedurre e decidere senza il vincolo del sentire.

Dall’occhio umano alla visione artificiale (POV #09)

Trevor Paglen e Lev Manovich: L’immagine può ancora dirsi un’esperienza umana o, con l’AI, la cultura visiva sta assumendo forme che prescindono dal nostro sguardo? La storia dell’immagine non si conclude con la fotografia. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, miliardi di immagini vengono generate, analizzate e archiviate senza alcun intervento o sguardo umano, non servono occhi per produrle, né spettatori per legittimarle. È su questo che si confrontano due voci autorevoli del dibattito contemporaneo: Trevor Paglen, artista e geografo che indaga le infrastrutture politico-militari della visione automatica, e Lev Manovich, teorico dei media digitali che interpreta l’immagine come dato, processo e linguaggio computazionale. Entrambi interrogano ciò che accade all’immagine quando il ruolo dell’osservatore umano non è più centrale, e a “guardare” sono soprattutto le macchine.

Una segnalazione: Examining Popular Arguments Against AI Existential Risk: A Philosophical Analysis

Negli ultimi anni, personalità di spicco hanno affermato che l'intelligenza artificiale (IA) può avere conseguenze indesiderate con un impatto elevato, sia a breve che a lungo termine. Questi sono spesso definiti i cosiddetti "rischi esistenziali", "rischi catastrofici" o "rischi x". La preoccupazione sui rischi è anche oggetto di intenso lavoro all'interno della comunità accademica, anche per le implicazioni etiche legate allo sviluppo dell'intelligenza artificiale che sollevano interrogativi sul controllo, la governance e l'allineamento dei valori dei sistemi di intelligenza artificiale iperavanzati. Qui segnaliamo un paper pubblicato su ARXIV e aperto a tutti per la consultazione e la lettura.

Tempi di crepe

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. La vera sfida del futuro non è tecnologica, non si annida nelle intelligenze artificiali o nei metaversi, sta dentro la vita biologica e psichica reale, è rappresentata dalla comunità di persone che la abitano, dalla loro capacità di immaginare futuri e costruire il divenire attraverso la prassi. Il benessere di tutti non può nascere da algoritmi che ne quantificano misurandoli livelli di felicità e gradi di soddisfazione individuali. Nasce dall’aderenza a ideali di felicità e giustizia comuni, dalla qualità delle relazioni, dal rapporto profondo da preservare in quanto favorevole alla vita umana che si riesce a stabilire con gli altri, con la natura e con l’ambiente, dal senso che riusciamo a dare alle cose, ai fatti e alle nostre esistenze.

Dal cyborg al postumano (POV #06)

Donna Haraway e Rosi Braidotti: Che cosa resta dell’esperienza umana quando la vita si fonde con la tecnologia? Negli ultimi anni il corpo è tornato al centro del dibattito filosofico e culturale, proprio nel momento in cui sembrava perdere importanza. La pandemia, la crisi ecologica, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie ci hanno costretto a ripensare cosa significhi “essere vivi”: chi può respirare, muoversi, connettersi? Chi ha diritto alla vita? Dentro questo scenario emergono due figure fondamentali del pensiero femminista contemporaneo, Donna Haraway, autrice del Manifesto Cyborg, e Rosi Braidotti, teorica del Posthuman e dell’etica della relazione. Le loro idee sono diverse ma collegate da un interesse comune: che cosa significa essere umani quando il confine tra naturale e artificiale non esiste più?

AI e il post-umano (POV #04)

Yuval Noah Harari e Franco “Bifo” Berardi: Il destino dell'umanità nel passaggio all'Intelligenza Artificiale. L’avvento dell’Intelligenza Artificiale e delle biotecnologie ha proiettato la civiltà umana su un passaggio storico senza precedenti. Se l’Homo sapiens è stato il padrone del pianeta grazie alla sua capacità unica di creare “realtà immaginate” come nazioni, leggi e denaro, oggi queste stesse finzioni collettive entrano in crisi di i fronte alla logica degli algoritmi, capaci di generare senso, immagini e decisioni senza coscienza. Per Yuval Noah Harari, questo passaggio segna l’inizio di una nuova fase evolutiva. L’AI rappresenta la continuazione della storia naturale attraverso la tecnologia, un’ulteriore “rivoluzione cognitiva” che potrebbe condurre l’uomo a trascendere i limiti biologici, fondendo intelligenza organica e artificiale in un’unica rete globale. Per Franco “Bifo” Berardi, invece, lo stesso passaggio segna un punto di rottura. L’AI non ci porta oltre l’umano, ma dentro una nuova forma di impotenza. L’automatismo tecnico che governa la realtà non pensa, ma decide. È la realizzazione di un mondo che funziona senza bisogno di senso. L’intelligenza artificiale è il compimento dell’evoluzione umana o il segno della sua fine?

ENOUGH IS ENOUGH. A sostegno della Global Sumud Flottilla che navigherà verso Gaza

Di fronte ai crimini che stanno avvenendo a Gaza ogni persona, essere umano, ha il dovere di assumersi la responsabilità di dire qualcosa, soprattutto di fare qualcosa. Il dire è l’ambito nel quale i nostri politici europei, e non solo, hanno eccelso: dire per non fare nulla di concreto. Al punto in cui siamo però, 𝐞𝐧𝐨𝐮𝐠𝐡 𝐢𝐬 𝐞𝐧𝐨𝐮𝐠𝐡 e tutti siamo chiamati a prendere posizione, perché quello che sta avvenendo a Gaza sarà ricordato (speriamo) come uno degli eventi più tragici e terribili della Storia, capace persino di oscurare altri crimini che hanno caratterizzato la Storia recente.

Restiamo Umani

Occorre tanta attenzione per rimanere umani, per onorare il valore delle connessioni umane, per “praticare l’umanità” anche nelle relazioni digitali.

Natural Born Cyborgs

Nel 1998, Andy Clark e David Chalmers scrivevano che la mente si estende oltre il cervello. È un sistema distribuito, fatto di neuroni e di taccuini, di sinapsi e smartphone. Un’idea visionaria, oggi più attuale che mai.

Un antropologo di fronte all’evoluzione dell’IA

Mi sembra che spesso il dibattito sull’IA, dopo un inizio promettente, si faccia di giorno in giorno, nel classico scontro “bipolare” fra favorevoli e contrari, sempre meno ricco di idee e sempre più appesantito da pensieri stereotipati che ben poco sono in grado di aggiungere di significativo al dibattito stesso. Poche sono le eccezioni, alcune recenti fortunatamente intercettate da Stultiferanavis, che ho letto con estremo interesse e che in alcuni casi ho anche commentato con l’umiltà dell’anziano che ha vissuto fin dall’inizio della sua storia l’evoluzione della tecnologia informatica, di cui sono figli e nipoti la rete di internet, i social media e, in ultimo, almeno fino a questo momento, l’IA stessa con le sue applicazioni virtuali e materiali.