Confesso di aver ceduto, ancora una volta, alla tentazione di partire da una trasmissione che ho ascoltato su YouTube, Diary of a CEO, in cui l’intervistatore dialoga con l’investitore Jeremy Grantham. In quella intervista si parla di “baby bust”, di crollo delle nascite, e a un certo punto il discorso scivola sulla fertilità: la conta spermatica occidentale che, secondo i lavori di Shanna Swan e Hagai Levine, si sarebbe quasi dimezzata dagli anni Settanta mentre gli ovuli sono sempre più fragili e una proiezione spingerebbe il valore mediano verso lo zero entro il 2045.
Grantham non è un medico: è un finanziere che da decenni si occupa di ambiente, e proprio per questo la sua mossa è, senza che lui lo dichiari, squisitamente sociologica perché, in quella intervista, ha rifiutato di leggere la denatalità come un guasto privato da riparare in una clinica e la tratta come il sintomo di un modo di produzione. I dati forniti da Grantham sono riconducibili alla “Harvard and Mass General”: si tratta dello studio EARTH (Environment and Reproductive Health), condotto su pazienti di un centro per la fertilità di Boston con l'analisi della Harvard T.H. Chan School of Public Health. Il "Mass General" è appunto la clinica della fertilità da cui provenivano i pazienti, Harvard è la parte che ha analizzato i dati. Autore senior è Jorge Chavarro, e lo studio sugli uomini è uscito su Human Reproduction il 30 marzo 2015. È da qui che vorrei ripartire.
Da un punto di vista biologico o clinico la domanda sarebbe: perché i gameti si stanno indebolendo? Non sono un medico né tantomeno un biologo ma voglio ipotizzare che la domanda è mal formulata mentre quella vera dovrebbe, a mio avviso, essere un’altra: a me interessano le implicazioni sociologiche del fenomeno ovvero che tipo di società produce corpi che faticano a riprodursi, e che cosa ci dice questo sul modo in cui essa tratta le proprie risorse? Proverò a rispondere lungo alcune direttrici, tenute insieme da una sola immagine — quella della espropriazione.
Una lunga storia di recinzioni
La storia del capitalismo, da Marx in poi, è anche una storia di espropriazioni. L’accumulazione originaria, che Silvia Federici ha riletto attraverso il corpo delle donne. Inizia con le enclosures inglesi: la terra comune, prima accessibile a tutti, viene chiusa, privatizzata, ridotta a risorsa. In Italia Paolo Grossi ha mostrato, in Un altro modo di possedere, quanto a lungo sia sopravvissuto, prima di quelle recinzioni, un possesso collettivo che non era né proprietà privata né proprietà dello Stato.
Da allora il capitalismo non si è mai fermato: si è solo spostato di oggetto; dopo la terra, l’acqua; dopo l’acqua, le risorse; dopo le risorse, la conoscenza e, come ho sostenuto in articoli precedenti parlando dei dati , oggi l’informazione stessa.
Nell’intervista Grantham, senza usare metafore, colloca “i figli sani e istruiti accanto all’aria pulita, all’acqua pulita e al suolo fertile, come parti di un unico commons di cui una società ha bisogno per non fallire”. Questa affermazione, molto potente, suggerisce che l’ultima cosa a essere espropriata, dopo la terra, l’acqua, le risorse e i dati, sia la capacità stessa di generare la vita, ovvero l’ultima frontiera di questa catena.
Garrett Hardin, in un saggio ormai celebre del 1968, aveva chiamato “tragedia dei beni comuni” il meccanismo per cui una risorsa condivisa, se ciascuno la sfrutta per il proprio tornaconto, si esaurisce. Ma Elinor Ostrom, prima donna a ricevere il Nobel per l’economia, ha dimostrato il contrario: i beni comuni non sono affatto condannati alla tragedia, purché esistano regole condivise e comunità capaci di farle rispettare. La tragedia, insomma, non è un destino di natura, ma un fallimento di governo e di politiche sociali. Tengo a mente questo passaggio, perché è la chiave di tutto il ragionamento che segue. Ma procediamo per gradi nel nostro percorso
Il corpo come terminale: la società del rischio
In quella ricca intervista Grantham individua due nodi di cui il primo è l’inquinamento: le sostanze come ftalati nei cosmetici e negli imballaggi, bisfenoli negli scontrini e nelle lattine, PFAS nelle padelle e nei tessuti, microplastiche ritrovate, secondo uno studio del 2024, nel cento per cento dei tessuti testicolari esaminati, oltre che nella placenta e nel latte materno, hanno un tratto comune che le rende un fatto sociale prima ancora che chimico: sono sottoprodotti involontari e onnipresenti di un regime industriale. Non le si sceglie; le si respira, le si mangia, le si assorbe e il corpo riproduttivo diventa il terminale in cui si depositano le esternalità della produzione.
È la società del rischio che Ulrich Beck aveva teorizzato, nella sua forma più letterale: rischi prodotti da attori economici precisi ma redistribuiti in modo diffuso, che ritornano, per effetto boomerang, a colpire il substrato biologico della loro stessa continuità. C'è un’immagine che vale un trattato: erbicidi come l’atrazina sono progettati per uccidere i “nostri cugini” insetti, piante e funghi; non c’è ragione di attendersi che risparmino l’uomo. È la stessa logica estrattiva che Vandana Shiva denuncia nell’agricoltura industriale, dove il suolo vivente viene ridotto a supporto inerte per la chimica. Lo dimostra il crollo della biomassa degli insetti volanti (tra il cinquanta e il settantacinque per cento in due generazioni) e il monito di Edward O. Wilson, secondo cui la natura sopravvivrebbe alla scomparsa dell’uomo ma non a quella degli insetti, che ne sono il basamento. I gameti umani finiscono così sullo stesso cruscotto degli insetti, degli uccelli, degli anfibi: bio-indicatori, non dati clinici isolati.
La tossicità è regionale, cioè politica
Se ci si fermasse qui, però, si rischierebbe di consegnare tutto alla fatalità: la chimica come nemesi ineluttabile del progresso. È qui che entra la lezione, per me decisiva, di Thomas Piketty. In Capitale e ideologia egli sostiene che nessun livello di disuguaglianza è un destino iscritto nella tecnica: è sempre, in ultima istanza, una costruzione politica e ideologica, il prodotto di scelte fiscali, giuridiche, educative. Ho usato in articoli precedenti questo argomento contro il determinismo tecnologico dell’IA; qui vale parola per parola per la tossicità. Perché la tossicità è politica.
I numeri che porta lo dimostrano. Gli Stati Uniti consentono l’uso di ottantacinque pesticidi agricoli vietati in Unione Europea, Cina e Brasile, e ne irrorano oltre trecento milioni di libbre l’anno tra quelli giudicati troppo pericolosi per l’Europa (inclusa l’atrazina, messa al bando dall’UE da oltre vent’anni). Sui cosmetici il divario diventa voragine: l’Unione Europea ha vietato o limitato circa milletrecento sostanze, la Food and Drug Administration statunitense poco più di una decina. Il mercato alimentare americano ammette additivi proibiti altrove come bromato di potassio, i conservanti BHA e BHT, coloranti come il Red 40 e, secondo l’agenzia geologica federale, almeno il quarantacinque per cento dell’acqua di rubinetto risulta contaminato dai PFAS, gli stessi “forever chemicals” che gli studi associano al crollo della conta spermatica.
L’Europa non è immacolata perché concede deroghe, subisce le lobby, è soltanto “meno peggio” ma è esattamente questo il punto: dove passi la soglia di ciò che è lecito immettere nei corpi e negli ecosistemi non lo decide la biologia, lo decide la norma. Che gli Stati Uniti siano l’unico Paese ricco in cui l’aspettativa di vita è ferma ai livelli di quindici anni fa non è un incidente della natura: è la traccia statistica di una gerarchia di priorità in cui le corporation vengono prima della salute pubblica. Torniamo alla lezione di Ostrom: la tragedia non sta nell’esaurirsi della risorsa, ma nel governo e nelle logiche politiche.
La privatizzazione del rimedio
C’è poi una seconda azione, tipica del nostro tempo: di fronte a un problema collettivo ed ecologico, la risposta prevalente è individuale e di mercato. Man mano che concepire diventa difficile, la procreazione migra nella clinica (fecondazione in vitro, congelamento di ovuli ed embrioni). Costoso, difficile e psicologicamente brutale. È il capitolo che Michel Foucault avrebbe riconosciuto come biopolitica: il governo della vita che passa attraverso il corpo, la sua medicalizzazione, la sua introduzione nel mercato. E ritorna, quasi identica, la figura dell’individuo-impresa di cui ho scritto a proposito del welfare: il cittadino chiamato a gestire come rischio personale, da assicurare, da riparare a pagamento, ciò che è invece il prodotto di una struttura. Il congelamento degli ovuli, venduto come emancipazione, funziona spesso come acquisto individuale di tempo contro un mercato del lavoro che penalizza la maternità e contro un ambiente tossico che nessuno ha scelto.
L’accesso al rimedio è, inevitabilmente, stratificato per reddito. E qui Silvia Federici torna attuale: la riproduzione non è mai stata un fatto privato, ma il lavoro invisibile e non pagato su cui l’accumulazione si regge; espropriarla significa scaricarne il costo, come sempre, sul corpo delle donne. Con un’aggravante che ha il sapore di una nemesi: gli ovuli di una donna si formano già quando lei è feto nel grembo materno, sicché l’esposizione tossica di oggi si iscrive nella linea germinale e raggiunge figlie e nipoti. Il danno è trans-generazionale e distribuito non solo tra le classi, ma tra generazioni non ancora nate, che non hanno voce nel processo che le espone.
Il conto demografico
Sul versante delle risorse economiche e demografiche il conto, per usare l’immagine che mi è cara, è già arrivato; un’economia in cui i ventenni che entrano nel mercato crollano come un sasso, e l'esempio più vivo è il Giappone, dove sono la metà del 1948. L’Italia è il caso europeo esemplare: secondo l’ISTAT, nel 2025 il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, con circa trecentocinquantacinquemila nascite (minimo storico) un saldo naturale di quasi trecentomila unità in meno, compensato soltanto dal saldo migratorio, e gli over 65 ormai vicini al venticinque per cento della popolazione.
Ma così il patto tra generazioni tenderà a spezzarsi, e a pagarne il prezzo saranno i giovani più precari, gli stessi che rinviano la genitorialità. Non stupisce che le politiche pronataliste, pur costate a molti Paesi diversi punti di PIL, non abbiano prodotto alcuna inversione stabile: se il denaro da solo non basta, è perché le cause sono strutturali e i rimedi non incentivano.
L’ultima espropriazione: l’Intelligenza Artificiale
E arrivo all’ultima espropriazione, quella che tocca più da vicino i miei lavori. Perché lo stesso schema ovvero esaurire una risorsa comune per catturare un rendimento privato si ripresenta oggi in forma quasi chimicamente pura, con l’Intelligenza Artificiale. Qui il depauperamento non è nemmeno l’effetto collaterale di qualcosa che ci serve da mangiare o da vestire: è il costo diretto di un’infrastruttura che divora risorse a ritmo vertiginoso.
Nel 2025 i data center hanno assorbito circa 448 terawattora di elettricità — quanto un grande Paese, tanto che, considerati come sistema unico, si collocherebbero intorno all’undicesimo posto al mondo per consumo, tra la Francia e l’Arabia Saudita — e l’Agenzia Internazionale dell’Energia ne prevede il raddoppio, fino a 945 terawattora, entro il 2030, trainata proprio dall’IA.
Ma è l’acqua a rendere tangibile la posta: l’impronta idrica complessiva dell’IA nel 2025 è stimata tra i trecento e i settecentosessanta miliardi di litri, e le proiezioni dell’Università delle Nazioni Unite arrivano, al 2030, a migliaia di miliardi di litri l’anno (in gran parte acqua dolce, perché circa l’ottanta per cento del consumo idrico di un data center passa dall’energia che lo alimenta). Non sono astrazioni: in Irlanda i data center hanno assorbito nel 2023 il ventuno per cento dell’intera elettricità nazionale; e poi si scopre che in Uruguay i piani per un nuovo impianto di data center si sono sovrapposti alla siccità che rendeva non potabile l’acqua di Montevideo.
E allora la domanda, quella giusta, la stessa che ci si dovrebbe porre davanti a ogni espropriazione: una corsa verso cosa? Non verso un bisogno, nessuna necessità collettiva impone di raddoppiare in sei anni il consumo elettrico del calcolo, né di sottrarre acqua potabile a un territorio in siccità per generare immagini sintetiche.
La logica non è quella del bisogno, ma quella dell’accumulazione: esternalizzare i costi idrici, energetici, di suolo, di minerali critici estratti dove la sorveglianza ambientale è più debole, su ecosistemi e popolazioni che non hanno voce, solo per un rendimento economico. È lo stesso meccanismo che lascia un pesticida vietato in Europa finire nel cibo altrove, o i PFAS restare nel rubinetto: un ordine produttivo che tratta il comune, l’acqua, l’aria, il suolo, e infine la stessa capacità di generare la vita, come un serbatoio gratuito da cui prelevare finché regge. Vista da qui, la corsa non è misteriosa: è comprensibile soltanto come avidità organizzata, come un sistema che baratta la riproduzione delle condizioni di lungo periodo con il profitto di breve.
Una domanda aperta
Resta, come sempre nei miei percorsi, una domanda e questa volta è insieme ecologica, sociologica ed esistenziale. Se la fertilità è uno specchio, ciò che vi si riflette non è un organo malato, ma lo stato del suolo, dell’acqua, dell’aria, del regime chimico, del mercato del lavoro e del contratto sociale, tutti insieme.
Rachel Carson ci aveva avvertiti che un ordine produttivo tossico presenta, prima o poi, il suo conto; oggi quel conto arriva alla cellula che ci fa esistere. La correzione di Ostrom, però, ci ricorda che nulla di tutto ciò è un destino: se la tossicità è una scelta, se la espropriazione è un atto di governo, allora anche la rinuncia a depredare lo è; resta valido il monito di Karl Polanyi che definiva re-embedding, il ricondurre il mercato dentro i legami sociali. La domanda, allora, non è se sapremo ancora fare figli. È se sapremo ancora riconoscere l’acqua, il suolo, l’aria e il grembo come beni comuni o se ci limiteremo a registrarne l’esaurimento come l’ennesima, impercettibile variazione di temperatura di un’acqua che, lentamente, arriva a bollire.
Note
Luigi Russo Il Leviatano Algoritmico. La silenziosa trasformazione del lavoro e dell’essere umano (Delos Digital, 2026).
Shanna H. Swan, Stacey Colino, Count Down, Scribner, 2021
Ulrich Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, 2000
Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi. Istituzioni pubbliche e iniziative delle comunità, Marsilio, 2006
Paolo Grossi, Un altro modo di possedere. L’emersione di forme alternative di proprietà alla coscienza giuridica postunitaria, Giuffrè, 1977
Michel Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, 2005
Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, 2015
Vandana Shiva, Il bene comune della Terra, Feltrinelli, 2006
Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi (ed. or. 1944)
Thomas Piketty, Capitale e ideologia, La nave di Teseo, 2020
Edward O. Wilson, Metà della Terra. Salvare il futuro della vita, Codice, 2016