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Un’indagine filosofica sulla centralità del corpo nella formazione del soggetto. Attraverso il confronto con Merleau-Ponty, Foucault e Heidegger, il testo sostiene che la soggettività non precede la vita incarnata ma prende forma nella carne, nella finitezza, nella vulnerabilità e nella trasformazione corporea.


Il corpo pesa.

Respira. Suda. Trema. Invecchia. Desidera. Soffre. Si stanca. Si ammala.

È attraversato dal piacere e dal dolore prima che qualcosa come un “io” possa dirsi presente. Siamo nel campo di una vita che sente e reagisce, che distingue, seleziona, risponde. Il modo in cui questa vita sensibile acquista una certa continuità, una memoria, una capacità di dire “io” a partire dalle proprie esperienze è il soggetto. La fame non è un’idea della fame. L’imbarazzo arrossisce prima di essere pensato. La paura accelera il battito prima di essere nominata: il corpo non accompagna la soggettività, la produce. La coscienza arriva dopo, e organizza, interpreta, giustifica. La formazione del soggetto si radica in questa trama sensibile che non è mai neutra.

In Fenomenologia della percezione, Maurice Merleau-Ponty insiste sul corpo proprio come apertura al mondo, una costante esposizione alla vulnerabilità, alla dipendenza, alla relazione. Il soggetto nasce in questa esposizione.

Ogni autonomia si costruisce a partire da una originaria dipendenza corporea.

Anche quando Michel Foucault analizza il corpo come superficie di iscrizione in Sorvegliare e punire, la questione non riguarda un supporto inerte. Il corpo disciplinato non è solo controllato; viene addestrato a sentire in un certo modo, a reagire in un certo modo. La postura militare, la calligrafia scolastica, il controllo degli impulsi modificano la percezione di sé. La soggettività si forma nella ripetizione corporea di gesti che diventano “naturali”. Qui il corpo non è oggetto del potere: è il luogo in cui il potere diventa esperienza vissuta. La centralità del corpo emerge con ancora maggiore evidenza se si considera la finitezza. Il corpo non è infinito, si consuma, porta i segni del tempo.

In Essere e tempo, Martin Heidegger tematizza l’essere-per-la-morte come struttura dell’esistenza, che si manifesta sempre in una corporeità esposta alla possibilità della fine. E la mortalità non è un concetto astratto, è iscritta nella carne. Ogni progetto è inscritto in questa condizione. La finitezza corporea impedisce al soggetto di dissolversi in una proliferazione indefinita di possibilità.

Ogni scelta, ogni determinazione, implica un’esclusione. Ogni atto consuma tempo e energia. In questo senso il corpo costituisce il criterio di realtà del soggetto: senza questa limitazione non vi sarebbe decisione, ma soltanto simulazione.

Le tecnologie contemporanee possono moltiplicare le immagini del sé, possono estendere le capacità percettive, possono creare spazi di esperienza mediata, tuttavia nessuna esperienza digitale elimina la fatica degli occhi, la tensione delle mani, l’insonnia dopo ore di esposizione allo schermo. Il corpo riaffiora sempre.

La soggettività non si smaterializza, resta ancorata a una fisiologia che resiste. Se si vuole parlare seriamente del corpo, occorre accettare che esso introduce una dimensione non completamente governabile dal pensiero. Il dolore non si lascia ridurre a discorso. La malattia altera l’immagine di sé. Il desiderio disorienta. In questi momenti il soggetto comprende che non coincide con una trasparenza razionale. È incarnato, e questa incarnazione lo eccede. Alla domanda iniziale si può allora rispondere con maggiore precisione: senza corpo può esistere un principio logico, una funzione cognitiva astratta, ma un soggetto, nel senso forte di un essere capace di esperienza situata, no. Il corpo non garantisce automaticamente autenticità o coerenza; introduce però una concretezza che impedisce al soggetto di ridursi a pura rappresentazione.

Rimettere al centro il corpo significa riconoscere che la soggettività si forma in una materia sensibile, vulnerabile e finita. Significa assumere che ogni teoria del soggetto deve misurarsi con il peso, con il ritmo, con il limite.

Il discorso filosofico incontra, così, una resistenza che non può aggirare. Ed è in questa resistenza che il soggetto prende forma. Il neonato non possiede una coscienza riflessiva, ma è già corpo che sente, che reagisce, che cerca contatto. La soggettività non si aggiunge in un secondo momento come principio formale; cresce a partire da una organizzazione corporea che si modifica nella relazione con altri corpi. È trasformazione concreta di posture, ritmi, abitudini, soglie di sopportazione. Ma ogni età della vita rimane esposta a una riformulazione corporea di sé. La malattia, la fatica, l’invecchiamento, la gravidanza, la disabilità, la perdita, modificano la struttura dell’esperienza e con essa l’immagine che il soggetto ha di sé. Non esiste un nucleo identitario che attraversa intatto queste trasformazioni, esiste una continuità che si ricompone ogni volta nella carne. Se il soggetto fosse indipendente dal corpo, potrebbe sopravvivere indifferente a tali mutamenti. Eppure ogni alterazione corporea incide sulla possibilità di agire, di progettare, di desiderare.

L’identità non si conserva malgrado il corpo, ma attraverso il corpo, che non è soltanto condizione di possibilità, ma anche condizione di verità. Riporta il soggetto al limite, lo sottrae all’illusione di una autosufficienza puramente mentale, lo costringe a fare i conti con ciò che non controlla interamente. In questa esposizione il soggetto non perde consistenza, la acquista.

Rimettere al centro il corpo significa allora riconoscere che la soggettività non precede la vita incarnata e non la supera, ne è l’articolazione temporale, fragile e concreta.

Dove il corpo viene rimosso, il soggetto diventa una figura astratta; dove il corpo è assunto nella sua finitezza, il soggetto prende forma come esperienza reale, situata, irripetibile.


Pubblicato il 15 febbraio 2026