A un certo punto smetti di chiederti cosa sbagli
e inizi a chiederti dove sei rimasta.
Non è una crisi creativa.
È uno spostamento di sguardo.
Io sono rimasta qui, con un manoscritto.
Non un’idea, non un progetto in cerca di forma, ma un testo finito, chiuso, tenuto insieme fino all’ultima pagina.
Non perfetto, ma coerente.
Non furbo, ma onesto.
L’ho affidato a chi avrebbe potuto sceglierlo.
Con misura, senza accumulo.
Prima ancora l’ho fatto leggere a un’agenzia letteraria, cercando uno sguardo professionale, esterno, non indulgente.
La valutazione è stata chiara.
Scrittura matura.
Testo serio.
Struttura solida.
Parole che non respingono.
Parole che non aprono.
Poi il resto.
Il silenzio.
Che non è un rifiuto.
E non è nemmeno un’attesa vera.
È una sospensione che non fa rumore.
A lungo ho pensato che il problema fosse l’accesso.
Il canale sbagliato.
La mediazione mancante.
Il momento non allineato.
Poi ho capito che no.
Quando un manoscritto viene riconosciuto come serio, ben fatto, solido, e tuttavia non produce una decisione, il problema non è letterario in senso stretto.
È sistemico.
Il mio manoscritto non è urgente.
Non intercetta una domanda riconoscibile.
Non promette una traiettoria.
Non si lascia usare come risposta.
È un testo che chiede tempo.
Che deposita invece di colpire.
Che non accelera l’attenzione, la rallenta.
Oggi questo tipo di scrittura viene spesso stimato, rispettato, persino lodato.
Ma non scelto.
Ed è una soglia precisa.
E crudele.
Perché non c’è niente da correggere.
Nessuna richiesta di riscrittura.
Nessuna porta chiusa in faccia.
Solo la mancanza di un gesto.
A questo punto le strade diventano poche.
E nessuna è neutra.
Si può far vivere il testo lateralmente, a pezzi, senza chiamarlo libro.
Si può pubblicarlo comunque, accettando che quella sia la sua unica esposizione.
Oppure si può tenerlo fermo.
Non morto.
Fermo.
Dentro questo quadro, una cosa per me è diventata chiara.
Io non desidero autopubblicarmi.
Non per rigidità.
Non per orgoglio.
Autopubblicare significa scegliersi da soli.
Significa saltare il momento in cui qualcun altro assume una responsabilità verso il testo.
Io voglio che il mio manoscritto venga scelto.
Non approvato.
Non incoraggiato.
Scelto.
Voglio che qualcuno dica questo testo entra nel mio spazio, nel mio tempo, nel mio rischio.
Che smetta di essere solo mio.
Se questo non accade, preferisco il silenzio all’illusione.
Preferisco la custodia all’auto-legittimazione.
Forse il mio manoscritto non è respinto.
Forse è non assorbito.
E forse, per ora,
è questo il suo posto.