Da Bauman e Donskis a un’idea di legame come continuità aperta
Bauman e Donskis hanno descritto con grande lucidità una delle patologie più profonde della modernità: la crisi dei legami. Da una parte l’illusione dell’autosufficienza, il desiderio di vivere senza dipendere da nessuno, senza il peso degli altri, senza l’intralcio della responsabilità reciproca; dall’altra la trasformazione dei rapporti in connessioni intermittenti, revocabili, funzionali, segnate più dalla logica dell’uso che da quella della fedeltà. In Bauman questa crisi assume la forma della “possibilità di un’isola”; in Donskis quella dell’uomo modulare, del piccolo Don Giovanni contemporaneo, che attraversa i rapporti senza mai lasciarsi veramente vincolare da essi. (Leonidas Donskis e Zygmunt Bauman, Cecità morale, Laterza, pp. 243–272)
Su questo piano, la loro diagnosi resta potente. Essi colgono bene il carattere fragile, liquido e strumentale dei legami nel mondo contemporaneo. Vedono che qualcosa si è spezzato: la continuità affettiva, la fedeltà intesa come responsabilità verso l’altro, la capacità di restare in relazione senza ridurre l’altro a episodio o funzione. Vedono anche che una civiltà che sogna l’immunità dal legame produce insieme isolamento, cinismo e povertà morale.
Eppure, proprio prendendo sul serio la loro analisi, sento il bisogno di dissentire. Non per negare la crisi dei legami, ma per mettere in discussione il modo in cui, soprattutto in Donskis, si tende a pensare il rimedio. Il rischio, infatti, è che alla dissoluzione moderna si opponga una visione del legame troppo legata a parole come fedeltà, amore, lealtà, prossimità, senza interrogare fino in fondo che cosa significhino davvero nella vita concreta e dentro le relazioni reali. Il punto non è rifiutare queste parole. Il punto è sottrarle alla loro possibile astrattezza.
I legami non si salvano semplicemente opponendo alla dispersione moderna un richiamo morale alla fedeltà.
Non basta evocare la coppia, la lealtà, la cura reciproca, come se bastasse nominare la profondità per sottrarsi alla superficialità del presente. Un legame non diventa vero perché più chiuso, più esclusivo, più protetto da confini rigidi. Anzi, proprio qui si apre la mia distanza più netta.
La sacralizzazione della coppia, infatti, non supera necessariamente la logica dell’isola: spesso la riproduce in forma ristretta e idealizzata. Non più l’individuo separato dal mondo, ma un “noi” che si pensa autosufficiente e finisce per vivere il resto dei legami come una minaccia.
Non credo, dunque, che la risposta alla fragilità dei rapporti possa consistere nella sacralizzazione della coppia. Restare accanto a una persona non significa necessariamente chiudersi nel recinto di una fedeltà intesa come permanenza immutabile, né misurare l’amore dalla capacità di lasciare fuori dalla porta tutto il resto: amici, famiglia, relazioni significative, il mondo stesso.
Una relazione costruita contro il mondo finisce spesso per assomigliare a una fortezza: apparentemente intensa, ma in realtà impaurita. E un amore che, per sopravvivere, deve amputare il resto della vita è un amore che ha già perduto qualcosa di essenziale.
La questione, allora, non è scegliere tra l’individuo-isola e la coppia-fortezza.
Entrambe le figure mi sembrano insufficienti. Da una parte, l’isolamento moderno produce soggetti sempre più liberi e sempre più soli. Dall’altra, la risposta difensiva della coppia chiusa produce un’altra forma di isolamento, solo in due invece che da soli. In entrambi i casi manca ciò che per me è decisivo:
il legame come apertura, come trama di continuità, come esperienza che non sostituisce il mondo ma lo attraversa.
È qui che la mia esperienza di vita, più ancora dei miei studi, mi ha insegnato qualcosa che nelle pagine di Bauman e Donskis non trovo fino in fondo. Un legame vero non nasce da sostituzioni brutali. Non si fonda sull’idea che per entrare in una relazione bisogna cancellare il passato, svalutare ciò che ci ha sostenuti prima, riscrivere come patologico ogni affetto precedente. Al contrario, i legami più veri tengono insieme passato, presente e futuro. Non vivono di tagli netti, ma di trasformazioni, di continuità parziali, di slittamenti, di nuove forme che non distruggono retroattivamente ciò che è stato.
Anche la crescita, del resto, non dovrebbe essere raccontata come liberazione caricaturale da ciò che ci ha protetti. Non tutto ciò da cui ci si distacca era una prigione. A volte si cresce non perché si spezza una catena, ma perché si trova un’altra forma di appoggio, un altro assetto, un’altra stagione della vita.
Questo vale nei legami familiari, ma anche in quelli amorosi. Per questo diffido delle letture troppo schematiche, che trasformano ogni separazione in emancipazione e ogni legame intenso in dipendenza. La vita affettiva è più sottile, più stratificata, più ambivalente di così.
Lo stesso vale per la fedeltà. Se essa è intesa come irrigidimento della forma della coppia, come permanenza a ogni costo, come esclusività sorvegliata, allora non mi convince. Mi sembra anzi che lì la fedeltà rischi di diventare una parola nobile usata per coprire possesso, paura, controllo. Se invece la fedeltà significa non mentire sulla verità del legame, non usare l’altro, non trasformare la relazione in un rapporto di dominio, allora essa conserva tutta la sua forza. La fedeltà, in questo senso, non è fedeltà alla forma originaria del rapporto, ma alla sua verità vivente.
Questa distinzione è decisiva. Un amore può logorarsi nel tempo senza che per questo ogni trasformazione debba essere letta come tradimento morale. Un rapporto può cambiare forma senza diventare per ciò stesso falso. Restare accanto a una persona non significa necessariamente restare dentro lo stesso modello di coppia, né ridurre ogni altro affetto a minaccia. Significa piuttosto riconoscere che oltre il “me e te” esistono altri che danno amore e chiedono amore: amici, familiari, presenze decisive, legami che non impoveriscono il rapporto ma lo sottraggono all’idolatria.
Per questo desidero una relazione che stia nel mondo, non contro il mondo.
Una relazione che non si chiuda su se stessa come se bastasse a tutto; che non viva gli altri affetti come rivali; che non si fondi sull’espulsione del resto della vita; che non chieda a nessuno di sparire per poter dire “noi”. L’amore, quando è vero, non totalizza. Custodisce l’intimità senza abolire il mondo. Riconosce la singolarità del legame senza trasformarla in sovranità esclusiva.
Naturalmente tutto questo diventa ancora più importante se si guarda ai rapporti di forza concreti. Qui la mia distanza da Donskis aumenta. Perché una morale troppo astratta della comprensione, della fragilità, del perdono o della lealtà rischia di non vedere che i legami non sono mai vissuti in condizioni neutrali. Il costo del compromesso non si distribuisce allo stesso modo. Spesso a pagarlo è il più fragile. Spesso la richiesta di maturità morale grava su chi è già stato educato a cedere, a capire di più, a occupare meno spazio. E allora certe parole belle smettono di essere liberanti e diventano, loro malgrado, strumenti di subordinazione.
Vale anche nei rapporti amorosi. La manipolazione non si presenta sempre come violenza evidente. Talvolta arriva come sintonia perfetta, come rispecchiamento, come promessa di essere finalmente sulla stessa lunghezza d’onda. Ma non ogni affinità è reciprocità; non ogni prossimità è bontà. Esistono legami che sembrano profondi e invece si fondano sul controllo dei confini dell’altro: chi può vedere, chi può frequentare, chi può amare, a chi può restare legato. E lì non c’è più storia condivisa; c’è amministrazione del possesso.
Per questo continuo a pensare che i legami veri non vivano di recinti. Vivono di continuità aperta. Tengono insieme tempi diversi della vita. Reggono la pluralità degli affetti. Non cancellano la memoria. Non sequestrano il futuro. Non impongono all’altro il mondo che può o non può avere. Una storia comune esiste solo se resta una storia, e non si trasforma in una chiusura. Dove c’è isolamento imposto, dove c’è controllo travestito da fedeltà, dove c’è esclusione del resto del mondo, lì la relazione perde respiro e profondità.
Da questo punto di vista, il contributo di Bauman e Donskis resta prezioso, ma non conclusivo. Essi hanno saputo nominare la malattia del presente: il soggetto che vuole essere isola, il legame consumato come esperienza intermittente, il tradimento normalizzato come flessibilità. Ma il passo successivo, a mio avviso, consiste nel pensare il legame non come rimedio difensivo, non come rifugio chiuso, non come coppia sacralizzata, bensì come forma di vita relazionale capace di tenere insieme fedeltà e apertura, intimità e mondo, continuità e trasformazione.
Forse è questo che oggi manca di più: non una nostalgia della coppia forte, ma un’idea più ampia e più umana della fedeltà. Una fedeltà che non significhi isolamento, né sacrificio di tutto il resto, né permanenza cieca dentro forme svuotate. Una fedeltà che consista nel non mentire su ciò che siamo stati gli uni per gli altri, nel non usare le persone come tappe sostituibili, nel non trasformare l’amore in recinto.
Se dovessi dirlo in una formula sola, direi così: contro l’individuo-isola e contro la coppia-fortezza, ciò che va difeso è il legame come continuità aperta.
È lì, forse, che l’amore smette di essere possesso e torna a essere storia.
Nota a margine: Questo non significa affatto legittimare l’infedeltà come disimpegno o consumo dell’altro. Al contrario, significa sottrarre la fedeltà a una lettura puramente formale, per ricondurla alla verità del legame, al rispetto dell’altro e alla responsabilità verso la storia condivisa.