Oltre le etichette
Quando episteme e doxa coincidono
Oggi episteme e doxa sembrano coincidere. Non perché siano davvero la stessa cosa, ma perché non riusciamo più a riconoscerle per quello che sono.
L'episteme — il sapere scientifico, la conoscenza fondata — si presenta frammentato, polarizzato, tribale. Scienziati pro e contro il nucleare, esperti no-vax e pro-vax, climatologi che si contraddicono — ognuno con dati, metodi, pubblicazioni peer-reviewed. Dove un tempo il dissenso scientifico restava confinato nei laboratori e si risolveva attraverso il confronto tra pari, oggi viene amplificato in tempo reale dai media e dai social, trasformato in guerra identitaria, usato politicamente per legittimare posizioni opposte.
Non è sempre stato così. Gli scienziati si sono sempre contraddetti — Einstein contro Bohr sulla meccanica quantistica, Darwin contro i creazionisti sull'evoluzione. Ma quei dibattiti avvenivano dentro la comunità scientifica, con tempi lunghi, metodo condiviso, mediazione istituzionale. Il pubblico generale non assisteva in diretta agli scontri. Esisteva una soglia — porosa ma riconoscibile — tra il lavoro scientifico in corso e la conoscenza consolidata trasmessa alla società.
Quella soglia è crollata. Prima vedevamo solo il prodotto finale: le verità validate, le conclusioni stabilite dopo anni di verifica. Ricevevamo l'episteme già consolidata. Ora assistiamo alla scienza mentre si fa, in tempo reale: dati provvisori, ipotesi in costruzione, smentite continue. Vediamo il processo, ma senza gli strumenti per interpretarlo. E lo leggiamo come caos, come incertezza radicale.
Il metodo scientifico — che è fatto proprio di dubbio, falsificabilità, revisione continua — viene usato contro se stesso: "Vedi? Nemmeno loro sono d'accordo, quindi sono tutte opinioni." L'episteme esposta nel suo farsi appare come doxa, come semplice opinione tra opinioni.
Ma anche la vera doxa è sparita. La doxa autentica — quella che Platone distingueva dall'episteme — non era "opinione sbagliata". Era un modo diverso di conoscere: basato sull'esperienza vissuta, costruito attraverso relazioni concrete, validato dal confronto tra pari. Aveva una sua legittimità, nel suo ambito.
anche la vera doxa è sparita È stata sostituita da "opinioni personali" costruite algoritmicamente, pescando online tra frammenti che confermano ciò che già pensiamo
Oggi quella doxa non esiste più. È stata sostituita da "opinioni personali" costruite algoritmicamente, pescando online tra frammenti che confermano ciò che già pensiamo. Non più conoscenza nata dall'esperienza diretta — ma rimescolio di contenuti digitali. Non più confronto incarnato — ma echo chamber dove tutti parlano la stessa lingua.
Di fronte a questa apparente equivalenza, il cittadino medio reagisce rifugiandosi nella costruzione di una "verità personale". Non fidandosi più di un'autorità epistemica riconosciuta, ognuno diventa "esperto di se stesso". Pesca tra gli scienziati quello che conferma ciò che già pensa, seleziona i dati che supportano le proprie convinzioni, costruisce una narrazione coerente attingendo da fonti che parlano tutte la stessa lingua — la sua.
Il risultato è un cortocircuito: non riconosciamo più né l'episteme (comunicata troppo presto, prima di essere consolidata) né la doxa autentica (costruita per esperienza vissuta, non online). Ci restano solo frammenti: mille "verità personali" che non sono né episteme fondata né doxa autentica. Solo opinioni isolate che si credono sapere.
L'imperativo contemporaneo all'originalità alimenta questo processo: devi avere tua opinione, devi pensare con la tua testa, devi distinguerti. Ma paradossalmente questo produce un conformismo frammentato: tutti cerchiamo di essere controcorrente allo stesso modo, ognuno nella propria bolla. Le echo chamber non sono solo tecnologiche — sono epistemiche. Ogni tribù ha i suoi esperti, i suoi studi, le sue pubblicazioni, la sua "episteme" privata che in realtà è solo doxa travestita. Non più UN sapere condiviso in costruzione, ma tante "verità" in competizione.
L'intelligenza artificiale può amplificare questo meccanismo quando viene usata per iper-personalizzare: "contenuti per te", "risultati basati sui tuoi interessi", algoritmi di raccomandazione che imparano a confermare ciò che già pensiamo. Ogni utente rischia di vivere nella propria bolla epistemica, alimentata da sistemi che raffinano continuamente il profilo individuale. Non più un'episteme condivisa, ma mille "epistemi" personalizzate — che in realtà sono solo opinioni isolate, ognuna coerente al proprio interno, molte incompatibili tra loro.
Eppure l'IA potrebbe fare esattamente l'opposto. Gli stessi algoritmi potrebbero essere progettati per riconnettere invece che frammentare — per cercare ponti tra prospettive diverse, per mostrare ciò che accomuna oltre ciò che divide, per favorire la serendipità invece della conferma. Il problema non è lo strumento algoritmico in sé, ma come scegliamo di progettarlo e usarlo: per isolarci ciascuno nella propria certezza o per facilitare l'incontro con l'altro?
Viviamo immersi in una complessità senza precedenti. Come l'abbiamo affrontata? Frammentandoci noi stessi. Invece di abitare la complessità del reale, abbiamo moltiplicato all'infinito le categorie identitarie, nella convinzione che definire ogni sfumatura dell'essere ci avrebbe aiutato a orientarci. Il risultato è l'opposto: ci siamo persi in un labirinto di etichette.
Abbiamo risposto alla complessità del mondo "complessificando" noi stessi, le nostre identità. Non due campi, ma mille. Mille definizioni, ognuna con il suo nome e il suo confine preciso. Questa proliferazione non risolve nulla — moltiplica il disordine. Abbiamo trasformato la ricchezza dell'esistenza in un catalogo di micro-identità separate, ognuna rinchiusa nel proprio recinto.
E mentre il dibattito pubblico si concentra ossessivamente sulle etichette — su come definirsi, su quale termine usare, su quale identità dichiarare — i diritti concreti, quelli che riguardano la vita reale, la possibilità effettiva di vivere, restano sullo sfondo o scompaiono del tutto. Sui social possiamo dire tutto, dichiararci in ogni modo possibile. Ma fare? Nella vita concreta, la libertà si restringe. Il dibattito si è ridotto alle parole, alle identità dichiarate. Non più ai diritti sostanziali, a ciò che permetterebbe davvero di esistere pienamente.
Il codice a barre identitario
Non abbiamo più opinioni. Siamo diventati le nostre opinioni. Il verbo essere ha sostituito il verbo pensare. L'identità personale si è ridotta a un codice a barre: un insieme di etichette sovrapposte, un pacchetto preconfezionato di posizioni coerenti tra loro. Donna, caucasica, bisessuale, vegana, di sinistra... — ogni combinazione produce un codice unico, decodificabile dagli algoritmi ma sempre più illeggibile per gli altri esseri umani.
Una singola posizione su un tema — i vaccini, la guerra, il clima — ti colloca automaticamente su tutto il resto. Non sei più una persona complessa e contraddittoria, sei un marchio identificabile, una bandiera riconoscibile, un'appartenenza definita. Il codice a barre ti rende leggibile dal sistema — profilabile, targetizzabile, vendibile — ma incomunicabile con chi ha anche solo una etichetta diversa dalla tua.
Nella vita concreta, la libertà si restringe. Il dibattito si è ridotto alle parole, alle identità dichiarate.
L'inclusione che esclude
Qui emerge il paradosso più crudele: l'ossessione contemporanea per l'inclusione ha prodotto nuove forme di esclusione. Nella corsa a riconoscere e nominare ogni micro-differenza, nella moltiplicazione infinita delle categorie identitarie, abbiamo creato confini sempre più rigidi. Ogni etichetta include chi vi si riconosce ed esclude tutti gli altri. Ogni nuova definizione traccia una linea di separazione.
L'inclusività proclamata si trasforma in frammentazione reale. Volevamo che nessuno si sentisse invisibile, e abbiamo finito per rendere tutti invisibili gli uni agli altri. Volevamo riconoscere le differenze, e abbiamo perso di vista ciò che ci accomuna. L'imperativo a distinguersi — ad avere una propria identità unica, a essere originali — produce esattamente l'effetto opposto: un conformismo frammentato, dove tutti cerchiamo di essere diversi allo stesso modo.
E l'etichetta blocca il dialogo. Quando qualcuno viene immediatamente categorizzato — "Ah, sei uno di quelli..." — ogni possibilità di confronto si chiude. Non serve ascoltare, non serve comprendere. L'etichetta ha già detto tutto. La persona scompare dietro il suo codice a barre, e con essa scompare ogni possibilità di relazione autentica.
L'ossessione contemporanea per l'inclusione ha prodotto nuove forme di esclusione.
Creare fuori, condividere dentro
C'è una confusione fondamentale che alimenta questo meccanismo. Sui social possiamo dire tutto, ma non possiamo fare. Il fare accade nel mondo reale — nelle aule, nei luoghi di lavoro, nelle strade, negli spazi dove i corpi si incontrano e le parole hanno peso perché pronunciate davanti a qualcuno. Sui social possiamo solo condividere ciò che è stato creato altrove.
Eppure abbiamo invertito l'ordine. Crediamo di creare online, quando in realtà stiamo solo rimescolando opinioni nate da altre opinioni. E se le nostre identità si formano attraverso questo rimescolio continuo di contenuti digitali, è inevitabile che diventiamo noi stessi etichette. Non persone che hanno opinioni, ma opinioni incarnate. Codici a barre ambulanti.
La conoscenza vera, invece, nasce dall'esperienza diretta, dalla relazione concreta, dal confronto incarnato. Nasce quando si costruisce qualcosa insieme, quando ci si scontra e ci si riconosce, quando le parole non sono pixel ma voce. Ciò che vale la pena condividere sui social dovrebbe nascere sempre da questo terreno. Prima creare nel mondo reale, poi eventualmente diffondere. Non il contrario.
Per quanto mi riguarda, quello che scrivo e condivido nasce dalle discussioni con persone reali, dal confronto quotidiano con i miei studenti in classe, dall'esperienza vissuta della relazione educativa. Ma anche dai social — da connessioni nate online che sono diventate relazioni autentiche, da scambi con persone lontane che nutrono il pensiero, da comunità che si formano e creano senso condiviso. È un ciclo. L'esperienza reale alimenta la riflessione che condivido online. Quella condivisione crea connessioni, dialoghi, nuove relazioni — anche a distanza. Quelle relazioni diventano esperienza, nutrimento, confronto che arricchisce. E il ciclo ricomincia. Esperienza ↔ Social ↔ Esperienza. Quando funziona, questo movimento è virtuoso.
I social non sono il nemico. Sono strumenti potenti di diffusione. Ma se ci portiamo dentro opinioni nate da opinioni, contenuti generati da contenuti, produciamo solo rumore. Se invece condividiamo conoscenza nata dall'esperienza reale, allora possiamo produrre senso che circola, contamina, apre possibilità di dialogo autentico.
La conoscenza vera nasce dall'esperienza diretta, dalla relazione concreta, dal confronto incarnato.
La morte della Politica
La Politica — intesa come capacità collettiva di immaginare e costruire un futuro comune — appare oggi morta. Con essa è morta la fiducia in qualsiasi forma di azione collettiva. Non è un caso. Quando le identità si frammentano in mille etichette separate, quando ognuno è rinchiuso nel proprio codice a barre, quando il dibattito pubblico si riduce a scontro tra tribù, la dimensione del "noi" diventa impensabile.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ci muoviamo come monadi isolate, ognuno nella propria bolla, decodificabile dagli algoritmi ma illeggibile per gli altri umani. La sfiducia nelle istituzioni ha prodotto disfattismo, passività, complicità con dinamiche che sappiamo distruttive. Meglio rifugiarsi nell'identità personale, nel proprio piccolo mondo coerente, che rischiare il confronto con chi porta etichette diverse.
Ma senza Politica — senza la capacità di agire insieme per obiettivi comuni — ogni rivendicazione identitaria resta pura dichiarazione. Possiamo dichiararci sui social, moltiplicare le definizioni, affinare le etichette. Ma i diritti concreti, quelli che si conquistano solo attraverso l'azione collettiva, restano fuori portata. E così il cerchio si chiude: più ci frammentiano in identità separate, meno siamo capaci di agire politicamente per cambiare la realtà concreta.
Ma senza Politica, senza la capacità di agire insieme per obiettivi comuni, ogni rivendicazione identitaria resta pura dichiarazione.
Una follia saggia
Qualcuno ha scritto: "In un mondo in cui domina l'ignoranza, la follia è essere saggi. Nei tempi in cui ci si affanna a chiedere luce a intelligenze artificiali, la novità sta nell'affidarsi al lume del pensiero umano." Forse è proprio questa la follia saggia di cui abbiamo bisogno.
La follia di credere ancora che sia possibile costruire insieme, in un tempo che ci vuole divisi in mille tribù isolate. La follia di cercare ciò che ci unisce, quando tutto ci spinge a marcare le differenze. La follia di difendere l'umano — la relazione, il confronto reale, l'esperienza condivisa — quando tutto sembra dirci che basta dichiararsi online per esistere.
Non si tratta di nostalgia per un passato che non tornerà. Si tratta di scegliere consapevolmente dove investire le energie, cosa coltivare, cosa difendere. Forse la cosa più importante da difendere oggi è proprio la possibilità della relazione autentica, del confronto che nasce dall'esperienza condivisa, della costruzione di significati che non siano pre-confezionati o algoritmicamente suggeriti.
Oltre le etichette non c'è il vuoto. C'è la complessità irriducibile delle persone, la ricchezza delle relazioni possibili, lo spazio per costruire insieme. C'è la vita reale, con i suoi diritti concreti da conquistare attraverso l'azione collettiva, non solo da dichiarare online. C'è l'umano da ritrovare, al di là dei codici a barre che ci riducono a categorie leggibili dalle macchine ma illeggibili tra noi.
C'è, semplicemente, la possibilità di riconoscersi come esseri umani prima che come etichette. E forse è da qui che bisogna ripartire.
Si tratta di scegliere consapevolmente dove investire le energie, cosa coltivare, cosa difendere.
StultiferaBiblio
Carlo Mazzucchelli, In difesa dell'umano, Stultiferanavis, Dicembre 2025
Francesco Varanini, Architetti della disuguaglianza, Stultiferanavis, Dicembre 2025
Carlo Mazzucchelli, Stultiferanavis: produrre conoscenza, fare opinione, Stultiferanavis, Dicembre 2025
Francesco Varanini, Splendori e miserie delle intelligenze artificiali. Alla luce dell'umana esperienza, Guerini e Associati, 2024
Carlo Mazzucchelli, Nostroverso. Pratiche umaniste per resistere al Metaverso, Delos Digital, 2023
Altri riferimenti
Umberto Galimberti, Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica, Feltrinelli, 1999
Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, 1976
Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo, 2014