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L’infrastruttura che ha guidato tutti i processi storici e sociologici è sempre stata il linguaggio; in questo senso, il linguaggio non è stato solo uno strumento, ma l’architettura attraverso cui si sono costituiti identità, istituzioni, forme di legittimazione del potere ma, soprattutto, narrazioni collettive.


Ogni epoca storica ha avuto una propria comunicazione e un proprio linguaggio su cui è stata costruita la narrazione della realtà sociale di quel tempo ed è sicuramente è possibile affermare che ogni epoca storica ha lasciato in eredità le proprie discussioni come un sottofondo persistente che continua a produrre effetti anche quando i temi espliciti cambiavano; potremmo definirle strutture di senso sedimentate, che orientano ciò che le epoche successive possono vedere, analizzare e discutere.

Un’altra affermazione, storicamente valida, è che ogni epoca organizza un proprio regime di centralità e discorsività e le questioni dominanti non si limitano a riflettere la realtà ma contribuiscono a costruirla. In questo senso le eredità del passato non agiscono in modo lineare; spesso convivono, si sovrappongono o si trasformano rendendo la realtà sociale mai completamente autonoma ma sempre attraversata da tracce del passato che continuano a orientare il pensiero.

Il collante delle epoche storiche è, dunque, insito nell’insieme delle discussioni presenti in ogni epoca e che delimitano i confini stessi della realtà vissuta e percepita; ogni fase storica riorganizza il proprio orizzonte di senso anche se resta costante il fatto che ciò di cui si discute struttura il modo in cui quel mondo viene compreso.

Ma il modo di pensare il mondo è sempre stato lo stesso? Per comprendere meglio questa affermazione è possibile esplicitare una breve sintesi chiarificatrice:

  • All’inizio del Seicento, in una società ancora rurale, le nazioni europee discutevano di imperi, religione e scoperte; le tensioni coloniali, i conflitti con i turchi, le rivoluzioni scientifiche di Niccolò Copernico, Galileo Galilei e Johannes Keplero, insieme alle inquietudini culturali e artistiche, attraversavano letteratura, musica e pittura. 
  • Nel Settecento, mentre l’economia restava agricola la cultura si apriva al cambiamento; il dibattito si spostava sulle grandi monarchie e sul pensiero moderno e le riforme politiche, lo splendore delle corti e soprattutto le teorie di Descartes, Isaac Newton e John Locke, ridefinivano il modo di pensare il mondo.
  • All’inizio dell’Ottocento, dopo la Rivoluzione francese e con l’avvento della società industriale, il centro del discorso diventa politico e ideologico: Napoleone, le forme di governo, il rapporto tra libertà e potere, mentre la cultura europea si trasformava attraverso filosofia, letteratura e musica.
  • Nel Novecento, in un mondo ormai industrializzato e attraversato da conflitti ideologici, l’attenzione si è concentrata su tecnologia, produzione e masse: le grandi industrie, le innovazioni tecniche, le nuove correnti politiche e filosofiche, hanno ridefinito il rapporto tra individuo, società e progresso. 

L’infrastruttura che ha guidato tutti i processi storici e sociologici è sempre stata il linguaggio; in questo senso, il linguaggio non è stato solo uno strumento, ma l’architettura attraverso cui si sono costituiti identità, istituzioni, forme di legittimazione del potere ma, soprattutto, narrazioni collettive.

In un mio precedente articolo, Un nuovo universalismo tecnocratico, scrivevo che la semantica è potere per cui, semplicemente, chi definisce i vocabolari, le ontologie, le categorie e i vincoli stabilisce le regole di ciò che è computabile, visibile e quindi governabile. In altri termini il linguaggio come istituzione sociale per eccellenza, come narrazione condivisa della realtà sociale su cui poi si radicano tutte le altre istituzioni. Le parole, dunque, non si limitano a descrivere la realtà; costituiscono le condizioni di accesso ad essa e operano come dispositivi di orientamento che rendono possibile l’interpretazione dell’esperienza. Ma cosa accade se il linguaggio perde la sua funzione di mediazione sociale e le parole si svuotano di significato?

Quando il linguaggio perde stabilità non perdiamo solo la capacità di comunicare, perdiamo la capacità di abitare il mondo in modo sensato, perché il mondo per noi è sempre già mediato dal linguaggio; se le parole non funzionano più, anche la realtà diventa opaca.

In termini filosofici e sociologici ciò implica una crisi delle strutture simboliche attraverso cui l’esperienza viene organizzata e resa intelligibile traducendosi in una opacizzazione della realtà; non è che il mondo viene meno ma si offusca la rete simbolica che lo rende comprensibile e abitabile e, di conseguenza, ciò che entra in crisi non è soltanto la comunicazione, ma la possibilità stessa di una realtà condivisa e significativa.

Il linguaggio, le parole, che nelle società moderne ha storicamente svolto una funzione di mediazione tra soggetti e di stabilizzazione della realtà vissuta, tende oggi a perdere il proprio valore sociale vincolante; in questo senso la comunicazione digitale contemporanea può essere letta come il luogo in cui il linguaggio sta attraversando una trasformazione strutturale. All’interno degli ambienti comunicativi digitali, infatti, assistiamo ad una vera e propria inflazione dei discorsi, una proliferazione incontrollata di enunciati che eccede la capacità degli stessi di produrre riconoscimento, fiducia e orientamento; in questo contesto, il linguaggio non scompare, ma si svuota di efficacia, mi si consenta, normativa ed esistenziale.

I social media, ad esempio, con la loro logica comunicativa di visibilità, reazione e velocità, radicalizzano tale dinamica, per cui l’enunciato non è più valutato in base alla sua validità o alla sua capacità di contribuire a un orizzonte condiviso, ma misurato in funzione della sua performatività immediata: quanto polarizza, quanto mobilita, quanto divide. A farne le spese sono tutte quelle funzioni che hanno, da sempre, governato il mondo come, ad esempio, la comprensione, il dialogo, il confronto, la coesione sociale ma soprattutto la realtà che perde il potere della centralità.

Da un punto di vista sociologico questa metamorfosi del linguaggio, il suo perdere credibilità, si inscrive nella più ampia dinamica del capitalismo contemporaneo che tende a dissolvere la stabilità dei significati, sottoponendoli a una continua rinegoziazione e indeterminazione strutturale in cui nessun significato riesce a stabilizzarsi abbastanza da fungere da riferimento condiviso.

E cosa accade quando il linguaggio, la comunicazione smette di narrare il mondo e inizia a produrlo con la conseguenza che anche la logica, ovvero ciò che dovrebbe strutturare il pensiero, inizia a mostrare crepe?

Queste domande, che in tempi passati avrebbero trovato risposta diversa, oggi sono inevitabilmente influenzate dall’Intelligenza Artificiale: infatti l’IA introduce una discontinuità radicale rispetto a tutto il sistema precedente perché è la prima tecnologia capace di operare dentro il dominio umano, non solo su quello materiale; quando una macchina produce testi, argomentazioni, narrazioni, norme e interpretazioni in modo più rapido ed efficace dell’essere umano, l’identità fondata su logica e linguaggio perde il suo carattere esclusivo e, di conseguenza, anche la realtà diviene meno intelligibile.

Ne deriva una crisi antropologica: non siamo più gli unici soggetti capaci di dare senso al mondo attraverso le parole e stiamo evolvendo da soggetti attivi e produttori di significato a soggetti passivi ovvero consumatori e/o spettatori di significati generati altrove; questo è il rischio che stiamo correndo e il paradosso di tutto questo è che è lo stesso essere umano a permetterlo rischiando non tanto la sostituzione biologica, ma la perdita di centralità semantica.

Ma c’è un ulteriore step nel ragionamento. Nel rapporto quotidiano con l’Intelligenza Artificiale, si tende a presupporre un elemento implicito: che tutte le IA parlino la stessa lingua; le interfacce sono simili, le risposte fluide, il tono spesso coerente. Eppure questa uniformità è solo apparente. Qui nasce il dubbio a cui, personalmente, non saprei rispondere: se ogni sistema di IA, Open AI, Google, Anthropic solo per citarne alcune, è prodotto da una organizzazione specifica risulta alquanto evidente che il senso, il significato delle parole che utilizza non è universale, ma dipende dai dataset di addestramento, dalle scelte progettuali, dalle politiche aziendali, dai modelli di rischio e sicurezza di ogni azienda, per cui ogni IA (privata) costruisce una versione del mondo?

Le IA non restituiscono semplicemente informazioni ma le organizzano, le selezionano e le gerarchizzano in contenuti e, in questo senso, producono narrazioni della realtà; evidenziano alcuni aspetti e ne oscurano altri, stabiliscono cosa è rilevante e cosa non lo è, definiscono implicitamente criteri di normalità e devianza costruendo una molteplicità di rappresentazioni (tutte logiche chiaramente), ciascuna coerente con il proprio sistema. Nei fatti una pluralità di linguaggi apparentemente compatibili ma strutturalmente divergenti dove la realtà sociale diventa il risultato di mediazioni algoritmiche plurali e non coordinate.

In questo contesto risulta evidente non solo la confusione informativa (giudizio magnanimo) ma la progressiva erosione del terreno condiviso con il rischio che si passi da un mondo relativamente partecipato a un mosaico di mondi parzialmente sovrapposti dove il consenso è più difficile, il conflitto interpretativo più amplificato e il linguaggio, invece di essere un ponte comune, diventa una rete di sistemi solo parzialmente compatibili.

Se tutto questo ragionamento fosse un film distopico la trama potrebbe essere rappresentata dall’umanità che non scompare ma che non è più il centro stabile del senso e della realtà sociale bensì l’interfaccia critica tra molteplici narrazioni del mondo.

Se il linguaggio non rappresenta più un orizzonte condiviso e diventa una molteplicità di sistemi divergenti perché stiamo delegando all’IA la nuova narrazione della realtà sociale allora la questione non è più se possiamo capirci, ma se esiste ancora un mondo comune da comprendere; in questo senso, la crisi del linguaggio non è un fenomeno superficiale, ma investe le condizioni stesse della convivenza e non riguarda solo il modo in cui parliamo, ma la possibilità stessa di capirsi e, quindi, di vivere insieme in uno spazio sociale condiviso.

Pubblicato il 24 aprile 2026

Luigi Russo

Luigi Russo / Autore, Saggista - Etica dell’AI - Gruppo BNP Paribas