Immanuel Kant, nella Critica della ragion pura, aveva offerto il telaio teorico fondamentale: nulla appare come oggetto se non risulta inserito in una sintesi condivisa, in una struttura categoriale che organizza l'esperienza. Come osserva Béatrice Longuenesse nel suo fondamentale studio Kant and the Capacity to Judge (Princeton University Press, 1998), Kant attribuisce rappresentazione formale alla relazione tra pensiero concettuale e oggetti introducendo il termine "x" nelle sue analisi delle forme logiche per indicare l'oggetto "pensato sotto" determinati concetti. Ogni progettazione implica una visione, ma la visione non è mai neutra. Filtra, orienta, seleziona. Le anomalie, gli esclusi, i residui costituiscono ciò che davvero ci interroga: non tanto ciò che il progetto accoglie, ma ciò che esso lascia sistematicamente fuori.
Yuk Hui, nel suo magistrale volume Recursivity and Contingency (Rowman & Littlefield, 2019), propone di sostituire alla causalità lineare ereditata dal meccanicismo cartesiano un pensiero della ricorsività: ogni versione costituisce retroazione, ogni presenza risulta storicamente mediata. La realtà non viene data, ma continuamente processata attraverso cicli di feedback e rielaborazione. Questa prospettiva rivela come ogni sistema tecnico incorpori già un'ontologia implicita, una teoria su cosa esiste e cosa conta.
Un'intuizione analoga si trova nel pensiero del filosofo rumeno Mircea Florian, che nella sua opera fondamentale Recesivitatea ca structură a lumii (Editura Eminescu, 1983-1987) parlava di "recesività" quale struttura fondamentale del mondo: un divenire determinato che riconosce il carattere storico e rinegoziabile delle forme logiche stesse. Per Florian, le categorie attraverso cui pensiamo il mondo non sono strutture fisse ma configurazioni dinamiche che evolvono e si trasformano.
Richard Evans, nel suo saggio "Apperception" contenuto nel volume Human-Like Machine Intelligence curato da Stephen Muggleton e Nicholas Chater (Oxford University Press, 2021), descrive un sistema neuro-simbolico che distilla teorie logiche interpretabili da flussi di esperienza sensoriale grezza, dimostrando come la percezione stessa sia sempre già una costruzione teorica. Il sistema che Evans chiama "Apperception Engine" non si limita a ricevere passivamente dati sensoriali, ma li organizza attivamente in oggetti persistenti, attributi che cambiano nel tempo e regole che spiegano come gli attributi cambiano. Ogni atto percettivo costituisce già un atto teorico, una scelta ontologica su cosa esiste e come si comporta.
Ogni ambiente cooperativo – che sia un team di sviluppo software, una redazione giornalistica, un laboratorio di ricerca – si configura quale macchina ontologica: costruisce attivamente ciò che ha diritto di cittadinanza nel discorso. Le sue metriche definiscono cosa risulta misurabile. I suoi linguaggi determinano cosa può essere detto. I suoi artefatti incorporano assunzioni su cosa esiste e cosa non esiste. Ogni atto organizzativo costituisce anche un atto metafisico, una dichiarazione su quali entità popolano il nostro universo condiviso.
Per questo serve una responsabilità radicalmente nuova: comprendere che ogni decisione operativa costituisce anche una scelta sulla realtà. Non si tratta di aggiungere uno strato teorico alle pratiche quotidiane, ma di svelare che quelle pratiche sono già ontologia in azione. Ogni struttura organizzativa – anche quella più agile, distribuita, decentralizzata – incorpora un'idea del mondo, una teoria implicita su cosa conta e cosa può essere trascurato.
Franco Berardi – Bifo – nel suo volume Futurabilità (Produzioni Nero, 2018) offre un'intuizione potente e necessaria: ogni architettura cognitiva costituisce anche una forma di gestione del desiderio, una modulazione del possibile. L'ontologia non risulta mai neutra o puramente descrittiva: rappresenta sempre una scelta estetico-politica che definisce gli orizzonti stessi di ciò che possiamo immaginare e costruire. Le strutture attraverso cui organizziamo il mondo non si limitano a descriverlo: lo performano, lo fanno esistere in determinati modi anziché in altri.
Pensare ontologicamente oggi significa rendere visibili le regole non dette, i criteri impliciti, le soglie cognitive che ci abitano e strutturano silenziosamente le nostre pratiche. Significa non adattarsi passivamente alle configurazioni esistenti, ma interrogarsi continuamente su cosa valga la pena accogliere nella nostra visione del reale. Parlare di ontologia costituisce oggi un atto punk: non perché rifiuti l'ordine, ma perché ne espone la contingenza, ne sovverte la pretesa di naturalità, ne rivela la riscrivibilità fondamentale.
Questa costituisce la radicalità di un'ontologia punk: sapere che ogni configurazione risulta provvisoria, che ogni architettura può essere smontata e ricomposta, che ogni versione del reale incorpora scelte che avrebbero potuto essere diverse. E soprattutto: che spetta a noi decidere quali versioni meritano di essere stabilizzate, quali mondi meritano di essere costruiti.