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La recensione del libro di Fabio Dainotti, Per gente sola. Prefazione di Luigi Fontanella, postfazione di Vincenzo Guarracino (Book Editore, 2026; pp. 107).


Lo sguardo vagamente ironico, talora sarcastico, e sempre un poco dolceamaro che caratterizza la scrittura lirica di Fabio Dainotti, ben si riconosce anche in questa recente preziosa silloge dal titolo Per gente sola. Un voluto distacco dalla realtà non tale da escludere l’empatia (la “fraternità dolorosa” a cui allude Vincenzo Guarracino nella sua postfazione) ma in grado nel contempo di sottrarsi ai tranelli di un coinvolgimento emotivo che non permetterebbe una perfetta nitidezza di contorni.

Luigi Fontanella, che scrive la prefazione di questi versi “volutamente sfilacciati ed erratici”, evoca en passant ma acutamente la pittura di De Chirico, direi per quella geniale attitudine – che è appunto anche del nostro poeta – a delineare una scena, a creare un’atmosfera o a far percepire un nugolo di sensazioni, inespresse ma palpabili, soltanto con pochi e semplici tratti: un’arcata, un’ombra dietro un muro, una figura di spalle appena accennata.

C’è qui la suggestione delle strade vuote, degli interni deserti ma proprio per questo evocativi di trascorsi eventi quotidiani, di memorie, di sentimenti perduti ma non dimenticati; luoghi ricchi di tracce, messaggi, pensieri, colmi del tepore dei sogni, della vita.

La poesia di Dainotti, con i suoi versi brevi, scarni, frammentati, ha molto in comune anche con la pittura di Will Barnet o del più noto Edward Hopper, irresistibilmente evocata ad esempio da versi come: Sul molo un uomo appare, / solo; e sembra aspettare, per quella stessa contemplazione malinconica, quel trovarsi ancorati ad un luogo pur essendo con la mente in un desiderato e misterioso altrove.

C’è pure insieme un senso di libertà, quasi di sdegnosa indipendenza in questa contemplata desolazione che di continuo si bilancia tra l’essere liberi ma contenti e l’essere liberi ma pur sempre soli. E così, come in un fantastico carillon, girano in tondo di verso in verso figure sempre differenti ma tutte legate da un filo che le accomuna, un medesimo spleen: il guardiano di un faro, il custode delle capre, un mendicante, l’avventore di un caffè, il vecchio solo di fronte al camino ecc…

Ne consegue un inevitabile desiderio di fuga, di evasione dal monotono squallore della quotidianità, ma con la pessimistica convinzione che tuttavia nulla potrà mai davvero cambiare: “Caelum non animum mutant, qui trans mare currunt”, secondo la famosa sentenza senechiana.

Eppure un sottile spiraglio sembra aprirsi nell’ultima parte della raccolta, intitolata Remedia. I consigli dispensati dal poeta, sempre spruzzati di ironia, sembrano voler cadere come piccole zollette di zucchero – poco dolcificanti in realtà – in una tazza di caffè bollente e amaro: Puoi passeggiare, / al mattino (da solo) lungo il mare; oppure: … confidare sogni, speranze vane. Oppure invece: Puoi fantasticare. Ecco, forse è proprio l’immaginazione, la fantasia che può tentare di salvare, di colmare qualche vuoto doloroso, di appagare almeno per un attimo un animo esacerbato e solitario: un lieve inchino può farci sentire riveriti come principi, uno sguardo benevolo ci fa credere di essere amati, un sorriso gentile può apparire come una viola inaspettatamente sbucata fra le crepe di un muro.

Ed ecco allora che, come cornice conclusiva, viene spontaneo ricordare alcuni splendidi versi che Dainotti scrisse esattamente venti anni fa – e che sarebbero stati a pennello come esergo di questa più recente raccolta, perché ne rispecchiano interamente  e perfettamente la Stimmung:

C’è ancora nel tempo invernale

quel vecchio cercatore di conchiglie

dagli abiti dimessi,

solo sul litorale abbandonato?

Coi resti lasciati dal mare

intarsiava le soglie delle case:

diventavano navi.

(“Lungomare San Marco”, dalla raccolta Maliardaria, 2006).

                         

Pubblicato il 10 marzo 2026

Marina Caracciolo

Marina Caracciolo / Saggista e redattrice