Cosa può mai insegnare un classico del 1726 alle aziende dei nostri giorni?
In una famosa pagina dei Viaggi di Gulliver si narra di una lunga guerra combattuta con grande accanimento ed ingenti perdite per entrambe le fazioni - i minuscoli abitanti di Lilliput e l'impero rivale di Blefuscu. Altrettanto folli (e forse un po' meno fantastiche) sono le motivazioni di tanta e tale rivalità. Lo stesso Gulliver resta stupito nell'apprendere che la ragione della belligeranza fra i due mondi è legata al dissenso sulla modalità di rottura delle uova prima del loro consumo: gli uni sostengono, infatti, che debbano essere rotte dalla parte aguzza, gli altri dalla parte più tonda.
"Assurdo! - pensa Gulliver - Chiunque con un po' di cervello non potrebbe che dire Assurdo! Roba da matti! Che tempi cupi ci aspettano!"
E chi non gli darebbe ragione? Siamo veramente sicuri che in varie occasioni le nostre discussioni, le nostre "guerre", i nostri stessi meeting, i nostri kick-off, i nostri impegni, per chi li guardi con distacco dall'esterno, sembrino molto più intelligenti della guerra delle uova rotte?
Il gigante come coscienza critica del sistema: impatto, responsabilità e forza consapevole
Gulliver nella terra di Lilliput non è solo un elemento narrativo di contrasto: è una lente deformante che svela le fragilità strutturali di un potere in miniatura. Gigante rispetto ai lillipuziani, è l’elemento destabilizzante che, senza volerlo, rende tangibile l’assurdità dei loro sistemi di governo, delle scelte strategiche e dell’incapacità di affrontare problemi reali.
Nel microcosmo satirico di Lilliput, dove gli abitanti sono alti sei pollici ma pieni di ambizione smisurata, Jonathan Swift costruisce un’allegoria pungente dei meccanismi del potere. Qui, la piccolezza fisica contrasta con l’enormità delle vanità politiche, delle guerre assurde e dell’apparato burocratico. In questo scenario grottesco, è già evidente un tema modernissimo: la sproporzione tra la scala del potere e la responsabilità delle sue conseguenze.
Nel mondo di Lilliput, Gulliver agisce come un corpo estraneo che rompe gli automatismi e rivela le fragilità del sistema. La sua presenza non è solo fisica: è un’entità morale e riflessiva che mette a nudo le contraddizioni del potere lillipuziano. In questa chiave, Gulliver rappresenta ciò che oggi il paradigma ESG prova a incarnare: una lente esterna e autorevole che valuta, misura e orienta le scelte di governance, impatto ambientale e sostenibilità sociale. La sua mera presenza spinge Lilliput a modificare norme, piani e strategie. La sua neutralità e senso critico lo rendono simbolo di trasparenza e accountability, due pilastri della governance sostenibile.
Gulliver potrebbe distruggere Lilliput con un solo gesto, ma sceglie il rispetto e la misura. Questo rappresenta l’uso responsabile delle risorse e del potere, proprio come dovrebbe agire un'impresa o istituzione in ottica ESG. L’importanza non sta nella capacità di agire, ma nel modo in cui quella capacità viene gestita. Nonostante la sua superiorità fisica, Gulliver non esercita mai dominio né sfruttamento, ma cerca un ruolo cooperativo e rispettoso del contesto, come fanno le imprese più virtuose che agiscono con empatia sistemica esercitando il loro impatto con equità, trasparenza e attenzione agli stakeholder più vulnerabili.
L’ambiente ignorato: consumi senza scala e devastazioni invisibili
In Lilliput, si combatte una guerra con il vicino impero di Blefuscu per questioni futili, come da che lato rompere un uovo. Ma le risorse naturali mobilitate per un conflitto così insignificante sono enormi per esseri tanto piccoli. La metafora si riflette oggi nei grandi progetti politici o industriali con impatti ambientali sproporzionati rispetto ai benefici.
Un circolo vizioso che porta a derive decadenti. Se in un quartiere qualche teppista rompe i vetri delle finestre delle abitazioni e queste non vengono riparate subito, in poco tempo, tutte le finestre del quartiere vengono devastate (fenomeno che l'americano George Kelling definisce “effetto finestre rotte”). Nelle zone in cui nessuno interviene, in cui non si fa niente per riabilitare il paesaggio, si pensa che tutto sia possibile, la presenza di degrado può incoraggiare altre persone a comportarsi in modo simile, creando una spirale di disordine e criminalità.
A rafforzare la necessità di prendere coscienza della propria scala e dell’impatto sistemico generabile, Gulliver è un gigante e i suoi fabbisogni sono fuori scala rispetto al sistema che lo ospita. Ogni sua azione può generare distruzione o squilibri irreversibili. È una metafora potente per riflettere sul ruolo dell’impresa come attore ambientale.
Quando vediamo una, dieci, cento finestre rotte, aggiustiamole o insegniamo a qualcuno ad aggiustarle. Altrimenti abbiamo la cortesia di tacere, senza esprimere giudizi da pseudo intellettuali che giudicano con distacco impatti in cui tutti siamo in parte responsabili (la non azione è pur sempre una scelta con conseguenze).
L’ESG suggerisce proprio questo: una educazione all’impatto, in cui la grandezza diventa responsabilità e non privilegio, dove le azioni vengono condivise con trasparenza per consentire a tutti di potere contribuire attraverso forme di cittadinanza attiva.
Società spezzettata: divisioni ideologiche e manipolazione sociale
Se l’impatto ambientale di Gulliver a Lilliput è macroscopico e silenzioso, quello sociale si muove su corde più sottili: norme, ruoli, rituali e potere. A Lilliput, il sistema appare ordinato, meritocratico e funzionale. Ma sotto la superficie, emerge un tessuto sociale profondamente gerarchizzato, controllato e basato su forme di uguaglianza illusorie.
Vengono privilegiati conformismo e apparenza: le fazioni si dividono per l’altezza del tacco delle scarpe. Swift denuncia così la polarizzazione ideologica e la frammentazione sociale, dove si perde di vista il bene comune.
Il potere è distribuito non in base al valore, ma alla fedeltà al sistema e alle sue logiche interne. L’ESG nella dimensione sociale riguarda inclusività, diversità, equità e giustizia. A Lilliput, questi valori sono assenti. Chi si adatta viene premiato; chi si distingue, come Gulliver, viene prima esaltato, poi temuto e infine ostracizzato.
Smettiamo di ridere degli errori degli altri, degli sforzi fatti per creare, di irridere sarcasticamente i tentativi di cercare altre opportunità - aspettando, invece, che falliscano - e aiutiamo gli altri a crescere, a rendere gli sforzi meno pesanti.
Governance ridicola e opaca: il potere per il potere
Apparentemente ordinata e regolata, a Lilliput la governance è una parodia grottesca delle strutture di potere. L’imperatore impone a Gulliver rituali assurdi per guadagnarsi la fiducia: danze acrobatiche su corde tese, punizioni arbitrarie, e premi assegnati non per merito ma per cieca obbedienza. In chiave ESG, questa è l’immagine di una governance inefficace, dove le nomine avvengono senza trasparenza, e la strategia è sostituita dalla gestualità.
Troppo spesso ci accontentiamo della mediocrità e non ci curiamo di essere ciò che possiamo e che vorremmo essere. Troppo spesso il nostro è un approccio alla "Grand Hotel": tante immagini, titoli enormi, ma sostanza zero.
Più pericoloso è ritrovarsi nani che si credono giganti, solo perché si indossano dei trampoli. Il parlare/sparlare/fare spallucce è spesso l'atteggiamento di chi occupa posizioni non adeguate alla propria statura organizzativa/culturale/di progetto; è l'atteggiamento di chi si muove su trampoli e la cui visibilità è data solo dalla propria abilità a vivere ed a destreggiarsi sui trampoli.
In chiave moderna, la governance di Lilliput anticipa molti limiti delle organizzazioni che non adottano principi ESG: opacità, incompetenza, ritualismo, e scarsa responsabilità. L’imperatore esercita potere assoluto e pretende obbedienza totale, ma non accetta critiche né mette in discussione le proprie decisioni.
Che fatica, però, una vita vissuta su arti posticci, che non agevolano la deambulazione, ma offrono solo l'illusione di condurre un'esistenza diversa. Una governance realmente sostenibile, invece, si fonda su accountability, partecipazione e valutazione critica.
Una governance disfunzionale (con leggi e regolamenti fatti per punire i dissidenti invece che per guidare il sistema) si traduce in carenze etiche, corruzione e irresponsabilità strategica. Aziende che fingono sostenibilità, politici che promettono e non pianificano, fondi che ignorano il principio di "do not harm". A Lilliput la grandezza non è certamente sinonimo di leadership etica.
Corrispondenze attuali: quando Lilliput è qui
Il microcosmo di Lilliput, con la sua governance teatrale e ritualistica, trova inquietanti somiglianze in contesti attuali dove le pratiche ESG sono ancora marginali o strumentalizzate. Alcune imprese adottano ESG solo per compliance formale, senza integrarlo nella strategia o nella cultura aziendale.
Le finanze lillipuziane sono fatte di budget enormi spesi per armamenti, per eventi superflui o per apparati pubblici inefficienti, mentre si tagliano fondi a sanità, istruzione e transizione ecologica.
La governance lillipuziana è lo specchio di sistemi che resistono alla trasparenza e operano in una bolla autoreferenziale.
Conclusione
La presenza di Gulliver a Lilliput ci interroga su come si comporta il potere quando è messo a confronto con una scala più ampia, con una prospettiva esterna e con la coscienza di poter schiacciare ciò che lo circonda? L’ESG oggi è il “Gulliver” delle organizzazioni: non sempre gradito, a volte temuto, spesso frainteso - ma essenziale per evitare che piccoli uomini producano grandi sprechi.
E allora saliamo sulle spalle di un vero gigante, impariamo a guardare oltre l’apparenza, non fermiamoci alla superficie delle cose! Ripensando a Fabrizio De André nella sua "Il suonatore Jones": "In un vortice di polvere gli altri vedevano siccità, a me ricordava la gonna di Jenny". Dove tu vedi siccità e polvere, io vedo invece un sogno”.
L’ESG, come il sogno nella polvere, è una sfida a vedere oltre il presente, a immaginare un futuro in cui la grandezza non è distruttiva, ma responsabile.
Come Gulliver, anche l’impresa può vivere un percorso di consapevolezza e di trasformazione identitaria. Ogni bilancio non è solo una somma di numeri, ma una storia di valori. E in questa storia, la sostenibilità non è il punto d’arrivo: è la rotta!
Dove il potere teme il cambiamento, noi saliamo sulle spalle del gigante ESG per guardare più lontano.
Facciamo tutto questo in cammino verso la nostra Samarcanda: solo così, da nani consapevoli, diventeremo protagonisti del futuro.