Alla fine di ogni anno, in Italia lo fa la fondazione Treccani, viene scelta la parola che ha avuto un impatto significativo sulla società, riflettendo eventi, tendenze ovvero cambiamenti culturali.
Le parole scelte, quasi sempre, contengono messaggi positivi. Le ultime sono state “rispetto” e “fiducia”. C’è, evidentemente, dell’ottimismo in chi studia, analizza e sceglie.
2026, un numero carico di incognite, ma con una certezza.
Sarà difficile non legarlo, in anticipo rispetto alla fine dell’anno, ad una parola desueta, ma più che mai concreta: prepotenza.
E’ una mia previsione.
Il significato della parola è noto a tutti: la tendenza ad imporsi sugli altri con la forza.
I sinonimi rendono bene l’idea: prevaricazione, sopruso (Sabatini-Coletti).
Non siamo più abituati ad usarla, né a definire prepotente chi manifesta questi comportamenti con aggressività, supponenza, senso di superiorità rispetto agli altri. Eppure anche la psicoanalisi, in numerosi studi ha messo in guardia dai rischi derivanti dall’incontro con persone che abbiano queste caratteristiche.
Ci abbiamo fatto l’abitudine.
Si smette di classificare un comportamento, come improprio, quando questo entra nella normalità e non stupisce più alcuno.
Temo che questa assuefazione sia la ragione per cui invece di stigmatizzare la prepotenza finiamo per replicarla: nei rapporti interpersonali chiaramente malati, nelle relazioni professionali dove il capo “ha sempre ragione”, fino alla dimensione collettiva dove l’uomo forte diventa il riferimento.
Il risultato è davanti agli occhi di tutti.
Così il 2026 ci ha offerto, nei suoi primi giorni, uno spettacolo rissoso e sterile a “commento” di un atto di prepotenza nel quale molti si sono riconosciuti, convinti che un uomo democraticamente eletto abbia titolo per intervenire su un altro uomo, forse altrettanto prepotente, ma meno potente.
Prepotenza, se non sarà la parola dell’anno, sarà certo il comportamento che accompagnerà i giorni futuri. Giorni che ci illudevamo potessero indicare un percorso faticoso, ma certo verso la pace, là dove il sangue era già scorso a fiumi.