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La recensione di Rosalba Cesari sul mio ultimo libro: Vocabolario come un diario, dialetti di area dalignese

“Tutti i dialetti sono metafore e tutte le metafore sono poesia.” - Gilbert Keith Chesterton

“Chilò” - Se lo dicevano le mie zie, c’era da fidarsi. Oggi noi, pigri e moderni, lo abbiamo liquidato con un misero e sbiadito ché”, firmando la condanna a morte di una perla del nostro dialetto, e con questa parola ne abbiamo liquidate tante altre. Ma d'altronde, si sa: cambiano le mode, cambiano i tempi, qualcosa se ne va e qualcosa arriva, e pure la lingua si adegua. Questa sera, però, il vecchio chilò si è preso la sua gloriosa rivincita, osannato e spiegato come una star dal nostro oratore, un carismatico Giancarlo Maculotti. L'occasione? La presentazione al Centro Sociale di Pezzo del suo ultimo "figlio": “Vocabolario come un diario, dialetti di area dalignese”. 

Il titolo ci avverte: non un semplice dizionario, ma un racconto di vita, magari in cui troveremo storie, racconti e aneddoti, perché è proprio da lì che nascono le parole ed è proprio questo che rende il libro appetibile anche a noi comuni mortali. La sala è piena, del resto siamo a Pezzo, un paese della Valle Camonica che il mio cuore, sia chiaro e per puro dovere di cronaca, mette rigorosamente al secondo posto, subito dopo la Vila, luogo dove sono nata e dove vivo da sempre. Ma bisogna ammettere che qui, a Pezzo, che si tratti di musica, giochi o cultura, la gente risponde sempre "presente".

Il grande protagonista della serata è lui: il dialetto, quella che per la mia generazione è stata la vera lingua madre, imparata molto prima dell'italiano che ci veniva poi insegnato a scuola, e che oggi trattiamo un po' come un reperto archeologico. Scopriamo così che a Pezzo non ci si fa mancare nulla, nemmeno i tratti arcaici esclusivi: Giancarlo ci delizia con la finale in -i per i plurali femminili. Roba da intenditori: li gnaréli, li patati, li gambi…( per noi de la Vila li gnarèle, li patate, li gambe).

Resto sinceramente ammirata dalla mole di libri che ha letto e studiato per arrivare a quello che lui chiama  “un museo delle parole”; parla degli studi di illustri linguisti tedeschi, rumeni e svizzeri con la stessa disinvoltura con cui io elenco gli ingredienti dello strüdel.

Ampio spazio viene dedicato all'etimologia, disciplina affascinante ma spesso trascurata dalla scuola italiana; Giancarlo ci ricorda quanto sia fondamentale il legame indissolubile con il greco e il latino. Dopotutto, le nostre parlate locali non sono nate dal nulla, ma custodiscono i resti nobili di quelle lingue classiche che consideriamo "morte" , ma non solo: i dialetti italiani e le grandi lingue europee sono, in realtà, "fratelli" e "cugini" che derivano tutti dalla stessa antichissima lingua madre, le cui origini risalgono alla notte dei tempi.

Mi piace in particolare lo spazio che viene dedicato ai toponimi, con la ricerca della loro etimologia, un argomento che da sempre mi intriga e mi affascina; Giancarlo spiega le origini di alcuni nomi dei nostri luoghi tra cui Carèt che con il carro non ha nulla a che fare, facendoci capire che stabilire l’origine di un nome è assai arduo, non basta fermarsi alla forma della parola, servono conoscenza della morfologia, dei luoghi, delle attività che si praticavano, della storia. Sapere che gumédi (le nostre gumédie alla Vila) deriva dal latino comere e significa semplicemente "erbe commestibili" ti fa sentire subito più colto, per non parlare di fèrsi (da noi fèrse), ovvero il morbillo, che arriva addirittura dall'etrusco phersu, cioè "maschera".

E in effetti, a guardare la faccia di chi si prende il morbillo, il collegamento con una maschera mostruosa calza a pennello.

E, miracolo dei miracoli, l’orologio vola, segno inequivocabile che la serata non provoca i classici abbiocchi da conferenza; a varie riprese mi guardo intorno, e mi stupisco dell’attenzione e dell’interesse che vedo nel pubblico presente.

Stasera Giancarlo ci ha indicato la via per non dimenticare chi siamo e da dove veniamo, dobbiamo riempire questo benedetto "museo delle parole" prima che i nostri dialetti facciano la fine degli antichi attrezzi agricoli: belli da guardare, ma coperti di polvere. Me ne vado a casa, ma è quasi mattino quando decido di stendermi un po’: prima ho voluto curiosare tra le pagine del nuovo libro, fermandomi, ovviamente, sul lemma chilò , ma anche su bacilà, bir, carèt, sedenò, ghèda, nitù, pòta, tamàclu e tanti altri. Pirù mi fa tornare bambina, ad un episodio comico della mia infanzia, io cresciuta da mamma chiavennasca e papà dalignese, proprio loro, che con un matrimonio tra dialetti assai diversi, sono responsabili in parte del tramonto di questa nostra lingua. Ma vuoi mettere avere una mamma vulcanica e battagliera come la mia? Nessun rimpianto.

La parte del libro riguardante gli scutüm si ruba un bel po' del mio tempo dedicato al sonno, ma la lettura è troppo interessante, e mi dolgo di non aver trovato così tante informazioni sui soprannomi in auge nel mio paese, ma nello stesso tempo mi ripropongo di approfondire.

Tre cose mi restano alla fine dentro: la soddisfazione per la serata trascorsa, e questa non me la leva nessuno. La tristezza di quel che è stato e non c’è più, ma non perché fosse meglio o peggio, solo perché le cose che finiscono mi danno sempre questa sensazione un po’ nostalgica da fine estate. E come ultima cosa, mi resta un’illusione: il dialetto è una lingua morta, ma lo sono anche il greco e il latino, eppure continuano ad avere un’importanza fondamentale nella formazione linguistica e logica.

Quindi, lunga vita al nostro dialetto morto. Magari non lo parleremo più al bar, ma finché ci fa perdere il sonno sulle pagine di un libro, significa che è il morto più vivo che io conosca. Ora però la sfida è lanciata: cari amici de la Vila, non vorremo mica lasciare tutto il primato culturale a quelli di Pezzo? Sotto a chi tocca: il prossimo dizionario dobbiamo scriverlo noi, se non altro per dimostrare che le nostre gumédie sono decisamente meglio delle loro gumédi!

lunga vita al nostro dialetto morto

Pubblicato il 01 settembre 2026

Giancarlo Maculotti

Giancarlo Maculotti / Dirigente scolastico in pensione, Scrittore, saggista, giornalista,