Non è proprio un’aberrazione moderna quel fenomeno per cui persone privilegiate si comportano come non lo fossero. Lo slumming era un fenomeno che si sviluppò in Inghilterra in epoca vittoriana e consisteva nel compiere veri e propri giri turistici all’interno degli slums e nei quartieri più degradati per studiare lo stile di vita dei poveri e per semplice curiosità.E in tempi moderni, parlo per esperienza personale, quando facevo il volontario in associazioni per aiutare persone in difficoltà economica incontravo spesso il fenomeno del poor watching, persone che vengono a aiutare una volta o due, spinti da curiosità e fame di experience piuttosto che da autentico desiderio di aiutare e essere utili.
Squallore a parte, almeno in queste attività i ruoli erano chiari…io benestante rimango tale, e vengo con le mie Hogan a guardare te povero, non si capisce se per sentirmi meglio con la mia coscienza o per basso voyeurismo. Ore come in uno strano Sottosopra, non ci si limita al turismo delle buone intenzioni ma si asssiste a una curiosa approprazione dell’estetica e di alcuni comportamenti della parte più povera della popolazione da parte dei più abbienti.
Esempio eclatante e popolare quando nel 2022 Balenciaga ha lanciato le sue ormai famose sneakers "extremely destroyed" al prezzo di 1.850 dollari — scarpe così sporche e strappate da essere quasi indossabili. La collezione, chiamata "Paris High Top Trainers Fully Destroyed", proponeva modelli praticamente distrutti, usurati e malandati che sembravano datati di decenni, ma che in realtà erano nuovi, prodotti in edizione limitata di circa un centinaio di paia. Ovviamente andate a ruba.
Ora non è mia intenzione indagare le cause di queste aberrazioni, non voglio aprire un nuovo capitolo de “la psicologizzazione della vita quotidiana”, altrimenti scopriremmo certamente che poor watchers e clienti di Balanciaga hanno avuto un’infanzia difficile e sublimano il loro bisogno di affetto, ma anche chissene eche andassero da uno bravo visto che possono permetterselo. Il problema è questi comportamenti individuali hanno anche delle ricadute sociali importanti.
Perchè sarà anche figo frugare i mercatini dell’usato in cerca di chicche vintage, andare in circa di trattorie economiche “come una volta” anche se possiamo permetterci di andare a uno stellato ogni sera. Bellissimo ma non innocuo, perché quando i benestanti entrano in massa in mercati, negozi second-hand o quartieri popolari, la domanda aumenta e i prezzi seguono. Chi frequentava quei luoghi per necessità viene progressivamente espulso — non per una scelta, ma perché non può più permetterseli. Chi non faceva il cosplay della necessità ma aveva bisogno davvero, ora non ha più un posto.
È una forma silenziosa di redistribuzione al contrario: le risorse economiche scarse delle classi popolari vengono ridotte ulteriormente dalla competizione di chi ha già molto. Qui vicino al mio ufficio c’era una trattoria “Da Tomaso” che offriva a pranzo un menù a 11 euro primo secondo contorno acqua caffé. La qualità era ondivaga, il servizio spartano, ma era un posto frequentato da operai, gente di quartiere, ferrovieri che ci andavano non per l’estetica della povertà, ma perché era quello che ragionevolmente potevano permettersi. Un posto sincero. Poi, un paio di food bloggers di merda (eh scusate, quando ci vuole) per strappare qualche like in più a figli di papà che, per citare gli Afterhours, “sabato in barca a vela e il lunedì al Leonkavallo”, lo hanno pubblicizzato come luogo cool, imperdibile, grandeexperience. Risultato Tomaso si è riempito di hypster, bancari, manager di sta ceppa che invece che frequentare i non luoghi a loro dedicati, vogliono vivere un’esperienza che assomigli alla vita reale, e che wow, la puoi anche fotografare e buttare in Instagram per regalarti l’aria dell’alternativo. Risultato: lo stesso menù costa ora 19 euro (e non li vale affatto) e operai, ferrovieri, abitanti del quartiere non ci sono più.
Sempre restando nel medesimo quartiere, in quello era un quartiere operaio e popolare, gli abitanti, oltre alla trattoria, hanno perso anche la possibilità di risiedervi da quando, in una città come Milano che si professa hub di innovazione ma dove tutto è estremamente omologato, il quartiere è diventato cool proprio per il suo essere popolare. Di conseguenza le botteghe e i negozi sono stati via via sostituiti da boutique per chi vuole vestirsi da finto povero con t-shirt da cento euro, laboratori (a lauto pagamento) sulla cristalloterapia e su come pettinare gatti soriani, ristoranti fighetti per i nuovi abitanti, fighetti.
Il meccanismo è purtroppo comune e collaudato: i "pionieri culturali" — moderni conquistadores nella forma di artisti, professionisti, creativi — scoprono un quartiere per la sua autenticità e prezzi bassi e vi calano. La cucina povera diventa "cucina del territorio". Il vestito usato diventa "vintage". Il quartiere operaio diventa "cool". I prezzi degli affitti salgono. I residenti storici non riescono a rinnovare i contratti. Il quartiere che aveva reso il luogo interessante smette di esistere, sostituito da una sua versione scenografica e costosa. Per poi dirci che il quartiere si è riqualificato…si è solo omologato, mentre invece ha solo alzato i prezzi immobiliari, ha smarrito completamente la sua peculiare identità per assimilirsi a un’estetica.
Il capitale sociale — le reti di fiducia, reciprocità e solidarietà interna, quello rende un anonimo vicinato una comunità — si costruisce nel tempo e in condizioni di relativa stabilità.
Ma quando una comunità viene attraversata da flussi di nuovi abitanti o frequentatori temporanei con risorse molto superiori, queste reti si spezzano. I vecchi punti di aggregazione scompaiono o cambiano funzione. Le relazioni di lunga data vengono sostituite da interazioni transazionali con sconosciuti. La comunità perde la sua capacità di agire collettivamente.
Il sociologo Ray Oldenburg negli anni Ottanta aveva identificato tre tipi di spazio nella vita umana: il primo luogo (casa), il secondo luogo (lavoro), e il terzo luogo — quello della vita comunitaria spontanea. Il bar di quartiere, la piazza, la biblioteca, il barbiere, il parco. Spazi caratterizzati da alcune proprietà precise: accesso gratuito o a bassissimo costo, nessuna aspettativa di consumo, presenza di "habitué" che creano continuità sociale, conversazione come attività principale.
Oldenburg sosteneva che questi spazi fossero la spina dorsale della democrazia locale — non metaforicamente, ma concretamente: sono i luoghi dove si forma l'opinione pubblica, si costruisce fiducia sociale, si negozia la convivenza. La loro scomparsa non è solo un problema di comfort urbano. È un problema politico.
Nei quartieri “riqualificati” si assiste alla creazione di spazi che simulano il terzo luogo rimanendo luoghi di consumo. Il caffè con i divani e la musica ambient. Il mercato artigianale domenicale. Il “social hub” con ping-pong e aperitivo. Lo spazio di coworking con zona lounge.
Questi luoghi adottano l’estetica dell’incontro spontaneo — l’informale, il casuale, l’”autentico” — ma mantengono intatta la barriera economica. Sono terzi luoghi per chi può permettersi il caffè a quattro euro. Escludono sistematicamente chi non può. Spariscono le condizioni strutturali per una comunità reale per far posto a una logica da circolo del golf con un estestica bohemien.
È in questo punto che il proletarian cosplay si connette direttamente alla questione urbanistica: il benestante che cerca la trattoria economica o il mercato dell’usato sta cercando l’esperienza del terzo luogo — la sua densità umana, la sua mancanza di performatività, la sua “autenticità” — senza voler pagare il prezzo politico che quella densità richiede, cioè la convivenza reale con la differenza economica e la realtà sociale.
Come per tutto il resto, i viaggi, le relazioni, il lavoro il punto diventa il consumo, e non il senso dell’esperienza. Un consumo da mostrare, da condividere, da flexare…ma raramente da vivere. E questo sta desertificando umanamente e moralmente le nostre città, che assomigliano sempre più a grandi centri commerciali all’aperto.
Davvero possiamo chiamare questo progresso e riqualificazione? Questi outlet con posto letto e area food sono davvero le città di cui abbiamo bisogno come umani?