Go down


Pronti a combattere, anche al prezzo del sangue. (Naturalmente quello degli altri) la prima frase è di Macron; la parentesi è mia, ma riassume con sufficiente precisione il senso politico dell’intera rappresentazione.

È questa la nuova formula sacramentale dell’Europa senile, la giaculatoria con cui governanti prossimi al congedo cercano di fingersi statisti alla vigilia della battaglia. Emmanuel Macron l’ha pronunciata a Parigi il 14 luglio, giorno della Bastiglia, davanti alla variopinta compagnia dei Volenterosi e a cinquecento soldati stranieri fatti sfilare sugli Champs-Élysées come prova generale di una potenza che esiste soprattutto nei comunicati.

La scelta della data possiede una comicità involontaria quasi perfetta: la Rivoluzione francese cominciò promettendo libertà, uguaglianza e fraternità; l’Europa contemporanea ne conserva essenzialmente la ghigliottina fiscale, il tribunale ideologico e la fraternità obbligatoria con addebito sul conto corrente.

Macron, ultimo presidente giacobino di un Paese che non crede più ai giacobini, ha serrato la mascella assumendo l’espressione marziale di chi sta per ordinare una carica di cavalleria. La cavalleria, naturalmente, sarà composta dai figli degli altri; lui resterà all’Eliseo dove esercita il comando supremo sulla Francia e quello assai più incerto nel governo domestico presieduto, almeno nell’immaginario popolare, da Brigitte. Presidente giupiteriano fuori casa, sottosegretario senza deleghe appena varcata la soglia: una forma aggiornata della separazione dei poteri. Non occorre indulgere negli schiaffi veri, presunti o favoleggiati; basta osservare che il condottiero capace di sfidare Mosca sembra talvolta attendere l’autorizzazione coniugale perfino per sfidare il parrucchiere.

Pronti a combattere, anche al prezzo del sangue. (Naturalmente quello degli altri) lo proclama un uomo che si appresta a lasciare l’Eliseo nel 2027 e che, secondo il rilevamento europeo di YouGov del giugno 2026, raccoglieva il favore del 19 per cento dei francesi contro il 75 per cento di giudizi sfavorevoli. Accanto a lui Friedrich Merz, gradito al 15 per cento dei tedeschi e sgradito al 79: due tribuni del popolo che, sommando le rispettive popolarità, non riuscirebbero a riempire una carrozza del metrò.
A completare il collegio degli immortali c’era Keir Starmer, dimissionario e prossimo a lasciare Downing Street: giunto a Parigi con un piede nel vertice e l’altro nell’album dei predecessori, ha ricevuto la Legion d’onore, raffinata usanza europea consistente nel decorare i comandanti quando la battaglia politica è già perduta.

Seguiva Volodymyr Zelensky, ormai non più semplice presidente ucraino, bensì ospite permanente del gran ballo occidentale: non ha bisogno di invito, gli basta scorgere un podio, una telecamera o una promessa di finanziamento. Poi Ursula von der Leyen, marescialla dei regolamenti, generalessa del PowerPoint, stratega suprema dell’atto delegato. Il tailleur è già quasi un’uniforme: basterebbe aggiungere le mostrine, naturalmente biodegradabili, certificate da un organismo terzo e conformi alla tassonomia verde. Al suo fianco Antonio Tajani che possiede il raro dono di trasformare persino l’imminenza dell’Armageddon in una dichiarazione rassicurante da congresso democristiano: combatteremo fino all’ultimo, ma con equilibrio, responsabilità e spirito moderato.

È questa la legione che dovrebbe restituire all’Europa la volontà di potenza. Più che una coalizione dei Volenterosi, un reparto di convalescenti della politica: presidenti in scadenza, primi ministri dimissionari, cancellieri impopolari, burocrati mai eletti direttamente dai popoli. Tutti decisi a governare il secolo, purché il secolo abbia la cortesia di aspettare la conclusione del loro mandato.

Pronti a combattere, anche al prezzo del sangue. (Naturalmente quello degli altri) e poiché il sangue, prima di essere versato, va adeguatamente finanziato, prontissimi anche a spendere il denaro di tutti: a Parigi è stata annunciata una coalizione di nove Paesi per sviluppare uno scudo antibalistico europeo accompagnato da esercitazioni nei Paesi vicini all’Ucraina e dalla promessa di nuovi sistemi d’arma. Aggiungiamo alla lista della spesa anche sedici Rafale con consegne previste a partire dal 2028 nel prodigioso tempismo dell’apparato comunitario: intervenire domani l’altro nelle emergenze di ieri dopo una valutazione d’impatto sulle esigenze di dopodomani. L’Ucraina domanda difesa aerea ora; l’Europa risponde con un cronoprogramma decennale e una conferenza stampa entro sera.
Lo scudo, come tutte le grandi idee europee, sarà costosissimo, tecnicamente complesso, industrialmente frammentato e magnificamente denominato in inglese. Prima verrà istituito un comitato; poi un sottocomitato incaricato di stabilire la composizione del comitato; quindi una cabina di regia, che non reggerà alcuna cabina e non dirigerà alcunché. Nel frattempo i missili, com’è noto meno rispettosi delle procedure di Bruxelles, continueranno a viaggiare senza attendere l’approvazione del verbale.

La verità è che l’Europa non possiede più una politica, possiede programmi.
Non elabora strategie: pubblica roadmap.
Non esercita sovranità: convoca "stakeholder".
Persino la guerra deve entrare in una casella, ottenere un codice identificativo e dimostrare di rispettare le pari opportunità. Il soldato europeo del futuro avanzerà verso il nemico munito di fucile, consenso informato, certificazione energetica e corso obbligatorio sull’inclusività della baionetta.

Pronti a combattere, anche al prezzo del sangue. (Naturalmente quello degli altri) purché il sangue non interrompa il flusso del gas: nei primi sei mesi del 2026 l’Unione europea ha acquistato dal progetto russo Yamal la quantità record di 9,89 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto, il 18 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025 per un valore stimato fino a sei miliardi di euro. Francia, Belgio e Spagna figurano fra i principali compratori. È la geopolitica nella sua fase dadaista: si minaccia il Cremlino al mattino, lo si finanzia nel pomeriggio e la sera si spiega ai cittadini che abbassare il termostato è un gesto di resistenza.
Le sanzioni sono inflessibili salvo quando diventano scomode. Il nemico è assoluto, ma il contratto è indicizzato. Putin viene descritto come il nuovo Attila; peccato che Attila non emettesse fattura elettronica e non avesse TotalEnergies fra i soci dei suoi accampamenti. L’Europa ha inventato la guerra etica con approvvigionamento immorale: demonizza il venditore, compra la merce e presenta lo scontrino come prova della propria superiorità morale. Di giorno l’anatema, di notte la metaniera. Pecunia non olet, dicevano i romani; il gas, invece, odora distintamente di ipocrisia.

Incoerenza? verrebbe da dire.
Ma no, non è soltanto incoerenza; è la conseguenza di una classe dirigente che considera la realtà una forma imperfetta della comunicazione. Purché il discorso sia virtuoso, il fatto può essere turpe. Purché la conferenza stampa condanni Mosca, il porto può scaricarne il combustibile. La politica europea non domanda più: “Che cosa stiamo facendo?”. Domanda: “Come possiamo raccontarlo in modo sostenibile?”.

Pronti a combattere, anche al prezzo del sangue. (Naturalmente quello degli altri) ma prima occorre spegnere gli altiforni, chiudere le fabbriche e rendere antieconomico produrre ciò che servirà alla guerra. L’Unione progetta di mobilitare fino a ottocento miliardi di euro aggiuntivi per la difesa entro il 2030 mentre la propria base industriale continua a soffrire per energia costosa, domanda debole e vincoli crescenti. In Germania, nel 2025, la produzione dei comparti industriali energivori risultava inferiore del 17,8 per cento rispetto al 2021, ma cosa pretendere da un'Europa che smonta la fabbrica per costruire la caserma, salvo scoprire che senza fabbrica la caserma deve ordinare le munizioni all’estero.

E quel Green Deal che doveva inaugurare la nuova età dell’oro? Per ora ha prodotto un’età della bolletta. Non è la tutela dell’ambiente a essere in discussione (dovere elementare di ogni civiltà che non voglia consegnare ai discendenti una discarica), bensì la trasformazione dell’ecologia in metafisica punitiva. Il risultato è un continente che si impone costi e divieti assai più rapidamente di quanto sappia costruire alternative industriali: chiude impianti certi in attesa di tecnologie eventuali; rende costosa l’energia e poi sovvenziona chi non riesce più a pagarla; combatte le emissioni trasferendo le produzioni in Paesi dove si emette di più.
È la decrescita felice con l’importante correzione che la decrescita è reale e la felicità è affidata a un sondaggio della Commissione.
Nel frattempo si parla di “autonomia strategica” mentre si dipende da tecnologie, materie prime, sistemi d’arma e piattaforme digitali altrui.

Pronti a combattere, anche al prezzo del sangue. (Naturalmente quello degli altri) e pronti a leggere la loro corrispondenza per accertarsi che lo facciano con entusiasmo. Pochi giorni fa il Parlamento europeo ha prorogato il regime temporaneo che consente ai fornitori di servizi digitali di eseguire volontariamente scansioni delle comunicazioni alla ricerca di materiale pedopornografico. Gli emendamenti parlamentari hanno escluso le conversazioni protette da crittografia end-to-end, ma resta intatto il conflitto fra la tutela dei minori (finalità doverosa) e il principio pericoloso secondo cui la comunicazione privata può diventare materia di ispezione preventiva.
Insomma la libertà europea rimane sacra purché venga depositata all’ingresso insieme al cappotto. Il cittadino può dire ciò che vuole dopo che una piattaforma, un algoritmo e un’autorità avranno stabilito che ciò che vuole dire è compatibile con la sicurezza e con i capricci del momento.
L’antico dispotismo apriva le lettere; quello digitale non ha neppure bisogno del tagliacarte.

La Commissione è debole con le potenze, esitante con i mercati, irrilevante nei grandi conflitti; ritrova però un vigore napoleonico davanti al cittadino comune, al piccolo imprenditore, all’automobilista, al proprietario di casa.
Non sa fermare una guerra ma sa classificare una caldaia.
Non controlla i propri confini ma aspira a controllare le conversazioni.
Non possiede un esercito comune, però dispone di un esercito di verificatori.
È il tratto dei poteri declinanti che, incapaci di governare il caos, perfezionano il regolamento.

Pronti a combattere, anche al prezzo del sangue. (Naturalmente quello degli altri) in un continente che ha progressivamente smesso di generare coloro ai quali chiedere il sacrificio; con un tasso di fecondità che nell'Unione europea è sceso a 1,34 figli per donna, il livello più basso dall’inizio della serie europea nel 2001 e lontanissimo dalla soglia di sostituzione di 2,1. Sono nati 3,55 milioni di bambini, il 3,3 per cento in meno rispetto all’anno precedente. L’Europa si prepara dunque a difendere il futuro dopo aver smesso di metterlo al mondo.
Per trent’anni ci è stato insegnato che la patria era un residuo zoologico, il confine un’offesa, l’identità una patologia, il sacrificio un’idea sospetta e la virilità una forma di inquinamento morale. Ora gli stessi catechisti convocano Marte, riscoprono il valore degli antenati e chiedono ai giovani di morire per quella civiltà che hanno descritto loro come colpevole, oppressiva e indegna di essere trasmessa. Prima hanno demolito ogni ragione per cui valesse la pena combattere; adesso lamentano la scarsità di combattenti.
Inoltre la guerra esige coesione, ma l’Europa ha prodotto atomizzazione. Esige fiducia, ma le istituzioni hanno coltivato sospetto. Non si crea un popolo con una moneta, né un esercito con una gara d’appalto. Soprattutto, non si suscita eroismo distribuendo opuscoli contro gli stereotipi.

Pronti a combattere, anche al prezzo del sangue. (Naturalmente, quello degli altri) ecco dunque il significato completo della formula. Il sangue sarà dei giovani; il debito dei contribuenti; i profitti degli intermediari; le medaglie dei governanti. Gli errori, come sempre, resteranno senza autore. Macron pronuncerà un discorso, Ursula presenterà un piano, Tajani esprimerà soddisfazione, un commissario annuncerà una consultazione pubblica. Poi la realtà, maleducata e populista, presenterà il conto e qualcuno oserà perfino indignarsi.


Pubblicato il 15 luglio 2026

Vimana Grioni

Vimana Grioni / Ghostwriter, divulgatore e illustratore nei settori IP&Tech, mi occupo principalmente di Proprietà Industriale e Intelligenza Artificiale.

https://iptopics.com/