Questo saggio nasce da un articolo scritto nel marzo del 2003, alla vigilia dell'invasione dell'Iraq. Ventitré anni dopo l'ho riscritto per intero: la parte dottrinale è rimasta quella, la domanda che l'articolo lasciava aperta ha trovato una risposta.
1.
Nel marzo del 2003 il mondo occidentale si trovava alla vigilia di una guerra dalle conseguenze imprevedibili contro l'Iraq di Saddam Hussein, la seconda dopo quella del Golfo. Più ancora che nel 1990 e nel 1991, quella guerra divise l'opinione pubblica occidentale: fra chi la riteneva necessaria e doverosa e chi no, fra chi riteneva indispensabile un pronunciamento delle Nazioni Unite e chi no, fra chi era contrario alla guerra in quanto tale, perché la guerra è male, e chi riteneva che le guerre siano un male necessario per sconfiggerne di peggiori. I governi si affannavano a persuadere le rispettive opinioni pubbliche della necessità, dell'inevitabilità e della giustezza di una guerra preventiva, oppure della necessità di ricorrere ad altri mezzi, la diplomazia in primo luogo, per ottenere gli stessi scopi.
Vale la pena ricordare che solo negli ultimi due secoli i governi hanno sentito il bisogno di argomentare in difesa di una guerra, e lo hanno sentito via via che l'opinione pubblica guadagnava peso. Nei secoli precedenti le guerre erano imposte dai sovrani e combattute da eserciti mercenari, il cui consenso si pagava. La società nel suo complesso non era coinvolta direttamente, anche se le conseguenze per i civili, che vivessero nei luoghi degli scontri o soltanto lungo le rotte degli eserciti, erano pesantissime.
I civili maledicevano la guerra, ma la accettavano alla stregua di una calamità naturale: qualcosa da cui proteggersi per quanto possibile, non qualcosa che si potesse evitare. Oggi la guerra è generalmente deprecata e, nei paesi che si dicono civili, è trattata come una soluzione estrema, cui ricorrere soltanto quando ogni altro mezzo per sanare i conflitti si è rivelato inefficace. Per questo una guerra non può essere semplicemente dichiarata: occorre persuadere la propria opinione pubblica che è necessaria, utile, efficace e soprattutto giusta.
2.
Ma che cos'è la guerra? Semplificando, ogni forma di guerra è una lotta armata e sanguinosa che si svolge fra Stati o fra fazioni di uno stesso Stato, e in questo secondo caso la chiamiamo guerra civile. Il suo scopo è abbattere l'avversario, sconfiggerlo, renderlo impotente e impossibilitato a rinnovare la lotta, e imporgli la pace che si vuole.
La guerra è una pratica sociale antica, che qualcuno ha retrodatato al 3000 avanti Cristo, ed è frequente: alcuni studiosi contano circa duemilatrecento guerre, in media una ogni cinque anni.
Luigi Bonanate ha osservato che fra tutti gli eventi che hanno contrassegnato la storia dell'umanità nessuno ha l'importanza della guerra, perché nessuno provoca un impiego altrettanto grande di vite umane, di risorse economiche, di distruzioni materiali e di devastazione dei luoghi naturali e costruiti. La ragione è semplice: la guerra consiste nell'applicazione della maggiore violenza ritenuta necessaria a piegare la volontà di un avversario. La sola seconda guerra mondiale produsse circa cinquanta milioni di morti, coinvolse altrettante persone nello sforzo bellico e distrusse per intero città come Dresda e Hiroshima.
Oggi lo sviluppo della tecnica e della scienza applicate agli armamenti ha reso possibile la distruzione della civiltà e della specie umana. Più che in passato, gli uomini giocano con il fuoco, e la posta è assoluta: la possibilità di mettere la parola fine all'avventura umana sulla Terra.
3.
Poeti, filosofi e cantori della guerra come igiene del mondo hanno sostenuto il contrario, ma la guerra è un inferno, come ha scritto Michael Walzer. Un inferno per chi la combatte e muore, o resta ferito, o mutilato; un inferno per i civili innocenti colpiti direttamente o indirettamente. Ed è proprio perché la guerra è un inferno, ed è criminale iniziarla, che i capi politici hanno sempre cercato di giustificarla, per ottenere il consenso di chi doveva combatterla, di chi doveva sostenerla e di chi ne avrebbe subito le conseguenze.
Le modalità con cui si induce un uomo ad agire in un senso piuttosto che in un altro sono sempre le stesse: mostrare l'utilità e i vantaggi che possono venire da quell'azione, mostrare che è necessaria e che non è possibile agire altrimenti, mostrare che è giusta.
Se andiamo a vedere le ragioni che i capi politici di ogni epoca hanno portato a giustificazione dei loro atti e dei loro incitamenti, ci accorgiamo che ricadono sempre sotto una di queste tre categorie: l'utile, il necessario, il giusto. Le tre non si escludono a vicenda. Si può ritenere che il giusto coincida con l'utile, variamente interpretato, oppure che sia giusto ciò che è necessario e non si può evitare, dal momento che in natura vige la legge del più forte ed è quindi giusto che le nazioni più forti si impongano sulle più deboli. Il più delle volte, per non dire sempre, si usano tutti e tre gli argomenti insieme, perché tre sono le passioni che spingono gli uomini all'azione: la prospettiva di un vantaggio, la paura, il senso di giustizia. È su queste tre che ha lavorato e lavora la propaganda, sia a favore sia contro la guerra. È inevitabile, perché la guerra è cosa degli uomini.
4.
Walzer ha osservato che ciò che la maggior parte di noi vuole, persino in guerra, è agire o dare l'impressione di agire moralmente, e che lo vuole per la semplice ragione che sa che cosa significa moralità.
La guerra non è un fine in sé. È soltanto uno strumento, terribile, per raggiungere certi fini, e la sua giustificabilità deriva perciò dai fini giusti che si perseguono. Esistono fini giusti tali da giustificare una guerra, con tutta la sua carica di violenza, il suo carico di morte e distruzione? Di che tipo di fini stiamo parlando? Quando un fine può definirsi giusto?
Non interessa qui discutere come una singola guerra venga giustificata dai capi di un dato paese alla propria opinione pubblica. Ogni comunità politica può trovare convincenti argomenti che altre comunità, sicuramente quelle che verranno attaccate, non reputerebbero tali: si pensi alle argomentazioni farneticanti di Hitler per giustificare le sue guerre. In questi casi argomenti di valore universale si uniscono ad argomenti ad hominem che valgono solo per l'uditorio particolare.
Interessano invece le giustificazioni che pretendono di valere in assoluto, davanti, per così dire, al tribunale dell'Umanità. Le ragioni portate dovranno allora essere tali da poter essere condivise da ogni essere umano razionale, in ogni comunità etico-politica.
L'argomento principe per giustificare una guerra è l'argomento di giustizia. Lo è perché muove il cuore e la passione, ed è l'argomento che fa morale. Gli uomini hanno bisogno di sapere che stanno combattendo una guerra giusta perché ci mettano tutta l'energia e l'entusiasmo necessari. E quando si trovano ad aver combattuto dalla parte sbagliata, la rimuovono oppure la vivono con un profondo senso di colpa, come l'America dopo il Vietnam e i tedeschi dopo la seconda guerra mondiale.
Giusto e ingiusto sono nozioni vaghe. Nell'uso comune le applichiamo ad atti che discendono direttamente da diritti riconosciuti, e qui giusto vale come lecito o legittimo; ad atti che rispondono a principi di equità, e qui giusto vale come equo; ad atti che perseguono finalità giudicate buone; ad atti che risultano mezzi adeguati al fine da raggiungere.
Quando si parla di guerre giuste, questi significati tendono a confondersi. Una guerra può essere giusta dal punto di vista del diritto ed essere sentita come ingiusta dal punto di vista etico. Può essere giudicata illecita o illegittima e tuttavia essere sentita come giusta sul piano etico, ed è il caso in cui molti collocarono l'intervento della NATO nei Balcani. Può essere vista come giusta quanto al diritto e alla moralità dei fini, e considerata ingiusta quanto ai mezzi impiegati: si pensi all'uso dell'atomica o al bombardamento di Dresda.
La riflessione intorno alla nozione di guerra giusta è antica. Cicerone aveva già individuato i criteri per stabilire se una guerra possa essere considerata tale. Per Cicerone una guerra è giusta soltanto se ogni altro tentativo di composizione pacifica del conflitto è fallito, se vi si ricorre per legittima difesa o per ovviare a un torto, se è annunciata e non consiste in una dichiarazione improvvisa, se si evitano forme di inutile violenza o crudeltà, e se è ritualmente dichiarata.
A queste condizioni Agostino d'Ippona ne aggiunge un'altra, la giusta causa: sono giuste soltanto quelle guerre che vendicano le ingiustizie.
La prima sistemazione della dottrina è quella di Tommaso d'Aquino, con la triade iusta causa, auctoritas principis, intentio recta, integrata poi dal teologo spagnolo Francisco de Vitoria. Il risultato si può riassumere in cinque condizioni. Una guerra è giusta se è dichiarata dall'autorità legittima; se ha una giusta causa, in corrispondenza di una colpa commessa dal nemico; se l'intenzione di chi la combatte è retta, cioè mirante al ristabilimento del bene; se le operazioni belliche sono proporzionate al caso e limitate il più possibile; se la distinzione fra combattenti e civili è rigorosamente rispettata.
Qui troviamo un primo abbozzo della distinzione fra ius ad bellum e ius in bello. Una guerra deve essere giusta non solo quanto alle finalità e alle modalità di dichiarazione, ma anche nei metodi della sua condotta, che non devono essere sproporzionati rispetto al caso, inutilmente crudeli, o rivolti contro chi non combatte.
Una delle critiche più sensate mosse alla dottrina della guerra giusta, così come è andata definendosi nel pensiero cristiano, è quella di Bonanate: stando così le cose, si arriva alla deludente conclusione che è giusta la guerra che è considerata tale da chi la vuole o la combatte. Quale contendente non ritiene di avere un torto da riparare o intenzioni rette?
È con Ugo Grozio che il dibattito si sposta dal piano etico a quello giuridico. Grozio distingue il giusto morale dal lecito o legittimo, cioè dal giusto formale. Per Grozio una guerra è giusta se rispetta due condizioni: che sia pubblica, decisa dall'autorità riconosciuta, e che sia preceduta da una rituale dichiarazione di guerra. Grozio svuota così di ogni portata morale la giustificazione della guerra.
Con lui il diritto si avvia a occupare il posto della morale. Stabilire se una guerra è giusta diventa stabilire se è legittima secondo i principi del diritto internazionale.
Così per Hans Kelsen la guerra è permessa solo come reazione a un torto sofferto, cioè come sanzione, e ogni guerra che non ha questo carattere è un delitto, una violazione del diritto internazionale. Per Kelsen, quindi, l'unica giustificazione possibile di una guerra è la legittima difesa.
È stato Walzer, in un fortunato libro del 1977, a rilanciare la dottrina della guerra giusta riportandola nell'alveo della sfera morale. Partendo dall'assunzione che gli Stati, come gli individui, possiedono dei diritti, svolge un ragionamento analogico fondato sul confronto fra ordine civile e ordine internazionale, e da quell'analogia sviluppa una teoria dell'aggressione in sei punti. Esiste una società internazionale di Stati indipendenti. Questa società possiede un proprio codice che sancisce i diritti dei suoi membri, primi fra tutti il diritto all'integrità territoriale e alla sovranità politica. Il ricorso alla forza di qualsivoglia specie, o la pressante minaccia di ricorrervi, da parte di uno Stato nei confronti della sovranità politica o dell'integrità territoriale di un altro, costituisce aggressione e va considerato atto criminale. L'aggressione giustifica diversi generi di risposta violenta: una guerra di autodifesa da parte della vittima e una guerra di rivendicazione del diritto violato da parte della vittima e di ogni altro membro della società internazionale. Nulla fuorché l'aggressione può giustificare la guerra. E una volta che lo Stato aggressore sia stato militarmente respinto, può anche essere punito.
Per Walzer queste sei proposizioni rispecchiano i criteri a cui ci atteniamo nei giudizi che siamo soliti esprimere quando ci troviamo di fronte a un nuovo conflitto.
Per Walzer come per Kelsen, dunque, l'autodifesa e la punizione dell'aggressore sono gli unici scopi legittimi sul piano morale e su quello del diritto, e quindi le uniche giustificazioni possibili di una guerra. In questo modo è stata giustificata la prima guerra del Golfo. L'Iraq aveva aggredito il Kuwait, paese confinante e membro delle Nazioni Unite, e la comunità internazionale ha reagito costituendo una coalizione che, su preciso mandato dell'ONU, ha ricacciato le truppe irachene oltre la frontiera e ha punito il paese invasore con le sanzioni.
A partire dall'intervento militare della NATO in Kosovo si è avanzata da più parti la necessità di aggiungere ai due una ulteriore giusta causa, la difesa dei diritti umani, e si è parlato a questo proposito di guerra umanitaria.
Il Kosovo è stato in effetti il primo conflitto combattuto in nome dei diritti umani, per fermare lo sterminio delle popolazioni kosovare da parte dei serbi. Si è trattato di un intervento illegittimo sotto il profilo del diritto internazionale, perché mancava la copertura dell'ONU, e tuttavia l'opinione pubblica occidentale, fortemente impressionata dalle immagini che i media trasmettevano delle stragi, degli stupri etnici e dei campi di concentramento, lo ha approvato.
Altri hanno rilevato l'ambiguità e l'intima contraddittorietà della guerra umanitaria. Tecla Mazzarese osserva che il bilancio delle vittime, kosovare e serbe, fu quasi esclusivamente civile, e altrettanto lo fu quello delle distruzioni: a essere colpiti non furono tanto gli armamenti militari quanto strade, ponti, fabbriche, raffinerie, case e scuole. Per quanto incerto e approssimato, quel bilancio conferma la drammaticità della vicenda e ripropone in pieno la contrapposizione fra chi nella guerra individua uno strumento terribile ma necessario per la tutela dei diritti umani quando questi siano massicciamente e reiteratamente violati, e chi invece vi vede uno strumento che non può non provocare, accanto alla violazione che dichiara di voler fermare, una nuova e non meno odiosa violazione degli stessi diritti.
È paradossale che una guerra combattuta in nome e in difesa dei diritti dell'uomo violi essa stessa quei diritti. Mazzarese vi riconosce il paradosso di tutte le crociate e di tutte le guerre di civilizzazione: i valori per i quali si combatte, i diritti dell'uomo, sono gli stessi valori che combattendo non si possono non calpestare. Non sono valori altri e diversi, in nome della cui superiorità si possa accampare la pretesa di uccidere e distruggere, e sono valori universali, che quindi devono valere anche per coloro ai quali li si vuole imporre. Detto altrimenti, se l'universalità dei diritti viene fatta valere come ragione per giustificare la guerra, non la si può poi disconoscere quando si è in guerra.
La contraddizione è logica, ma è soprattutto pragmatica, perché le forme e i modi in cui si combattono le nuove guerre non possono non costituire una violazione sistematica dei principi dello ius in bello, e quindi delle condizioni di legittimazione della guerra in quanto tale. Come scrive Mazzarese, l'eventuale titolo di legittimazione di una guerra viene meno se le forme e i modi in cui essa viene combattuta violano i principi del diritto umanitario, e in particolare se violano il principio di proporzionalità dei danni inflitti e il principio di discriminazione fra combattenti e non combattenti.
5.
Voi dite che è la buona causa che rende santa persino la guerra. Io vi dico: è la buona guerra che rende santa qualsiasi causa. (Nietzsche)
Fin qui la discussione si è mossa assumendo che la guerra sia evitabile, che esista cioè la possibilità di scegliere fra il farla e il non farla a partire da considerazioni etiche e giuridiche. Ma c'è chi ritiene che la guerra sia un male necessario e inevitabile. Lo sostengono i cosiddetti realisti, che prospettano una visione anarchica delle relazioni internazionali. Secondo questa visione la causa fondamentale della guerra risiede nell'assenza di un governo internazionale, nell'anarchia degli Stati sovrani, come ha argomentato Martin Wight. Gli Stati vivono in un ambiente naturalmente anarchico, e lo Stato è portatore di un interesse nazionale che lo statista ha il dovere di perseguire; gli statisti faranno la guerra o la eviteranno quando una delle due alternative incarni meglio quell'interesse, come sosteneva Hans Morgenthau. Posto che gli Stati hanno spesso interessi contrastanti, ancorché legittimi, la guerra diventa il modo di risolvere il conflitto attraverso la vittoria di uno dei contendenti. La guerra, nella descrizione di Walzer, è un mondo a sé, un mondo nel quale è in gioco la vita stessa, in cui prevalgono egoismo e stato di necessità e non vi è alcun posto per la moralità e la legge. Inter arma silent leges: in tempo di guerra tacciono le leggi.
Ma se così è, perché i capi politici usano sempre il linguaggio della morale o del diritto per giustificare le loro guerre? È davvero soltanto una maschera verbale con la quale tentiamo di dissimulare persino a noi stessi la terribile verità, come suggerisce Walzer? Oppure si tratta di menzogne dette a fin di bene, come quelle che si raccontano ai bambini per spingerli a fare cose altrimenti sgradite?
La risposta più semplice è forse anche quella che più si avvicina alla verità. Neanche nella sfera delle relazioni sociali ci sentiremmo di giustificare un atto di violenza verso un altro individuo con la pretesa del nostro diritto a far prevalere l'interesse individuale o familiare. Come può allora uno Stato che vieta e sanziona questi comportamenti al suo interno agire nello stesso modo in ambito internazionale? Del resto, l'interpretazione della guerra come inevitabile strumento di risoluzione dei conflitti fra Stati è stata ripudiata dal consesso degli Stati attraverso la sottoscrizione libera di un patto: si vedano la Carta dell'ONU e l'articolo 11 della Costituzione italiana. Pura ipocrisia anche quella?
6.
Per circa cinquant'anni l'esperienza nefasta della seconda guerra mondiale fece sì che la stragrande maggioranza degli Stati condividesse l'idea che la guerra fosse il male assoluto, e sottoscrivesse liberamente la Carta dell'ONU, che ripudia la guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. La guerra restava l'extrema ratio, per quando ogni altro mezzo pacifico, dalla diplomazia alle sanzioni, si fosse rivelato inadeguato.
Nel marzo del 2003 gli Stati Uniti si apprestavano a scatenarne una contro l'Iraq, e gli argomenti dei fautori si rifacevano agli schemi giustificatori di sempre: era una guerra utile, necessaria e giusta. Buona parte dell'opinione pubblica mondiale riteneva invece che le ragioni fossero deboli, e gli Stati Uniti e i loro alleati della prima e dell'ultima ora non riuscirono a persuadere né quell'opinione pubblica né molti governi di potenze non secondarie, dalla Russia alla Cina alla Francia alla Germania, che quella guerra fosse veramente giusta, veramente utile, veramente necessaria, e che valesse le migliaia di morti che si apprestava a fare. Fautori e contrari armarono i cannoni della retorica bellicista e pacifista, sparando ad alzo zero: pacifisti senza cervello, servi degli americani.
Scrivevo allora che chi avesse ragione non era dato sapere. Tony Blair poteva avere ragione quando diceva che a guerra vinta il mondo si sarebbe reso conto che l'avevano avuta loro. Aggiungevo che ci sarebbe piaciuto avere la sicurezza di quei leader, nel momento in cui con le loro decisioni firmavano la morte di migliaia di persone, e che speravo che nell'intimo delle loro coscienze il tormento dell'incertezza fosse sempre presente, con la domanda angosciosa: avremo fatto la cosa giusta?
Quella era una conclusione onesta nel marzo del 2003. Non lo è più. Ventitré anni dopo, la parte dottrinale di questo saggio non ha bisogno di correzioni: la linea che va da Cicerone ad Agostino, a Tommaso, a Vitoria, a Grozio, a Kelsen e a Walzer è ancora il repertorio con cui si discute. Ma la domanda lasciata aperta ha ricevuto una risposta, e con essa sono arrivati tre sviluppi che nel 2003 non esistevano o erano appena abbozzati.
7.
Le armi di distruzione di massa non c'erano. L'Iraq Survey Group guidato da Charles Duelfer concluse nell'ottobre del 2004 che i programmi iracheni erano stati smantellati dopo il 1991 e mai riavviati. Nel 2016 il rapporto Chilcot sulla partecipazione britannica stabilì che l'azione militare non era stata l'ultima risorsa disponibile e che le informazioni di intelligence erano state presentate con un grado di certezza che non era giustificato. Blair aveva detto che a guerra vinta il mondo si sarebbe reso conto che avevano ragione loro. Il mondo si è reso conto del contrario.
Quel fallimento empirico conta soprattutto per ciò che rivela sulla categoria. Nella tradizione che va da Tommaso a Vitoria la iusta causa richiede una colpa commessa dal nemico. Commessa: al passato. La guerra preventiva sostituisce la colpa commessa con una colpa prevista, e questa sostituzione cambia lo statuto epistemico della giustificazione. Un torto subito può essere verificato prima di decidere. Un'intenzione attribuita a un avversario può essere verificata solo dopo aver agito, e solo se l'azione non ha reso impossibile la verifica. Una volta invaso l'Iraq e rimosso il regime, nessuno può più dire che cosa Saddam Hussein avrebbe fatto. La giustificazione preventiva ha questa struttura: chiede di essere giudicata su un controfattuale che essa stessa ha distrutto.
Il difetto smonta il criterio. Se la iusta causa può essere soddisfatta da una previsione, la possiede qualsiasi Stato capace di costruire un racconto plausibile della minaccia. L'obiezione di Bonanate, per cui giusta finisce per essere la guerra che è considerata tale da chi la vuole, smette di essere una battuta paradossale e diventa una descrizione letterale.
8.
Nel 2003 la guerra umanitaria era un fatto senza statuto: il Kosovo era avvenuto fuori dal diritto internazionale ed era stato approvato lo stesso. Nel 2005 il Vertice mondiale delle Nazioni Unite diede all'intuizione una formulazione, la responsabilità di proteggere, ai paragrafi 138 e 139 del documento finale, adottato all'unanimità. La sovranità di uno Stato è condizionata alla protezione della propria popolazione; quando lo Stato fallisce, la responsabilità passa alla comunità internazionale, con autorizzazione del Consiglio di sicurezza. Era la risposta esatta alla domanda che il Kosovo aveva lasciato aperta.
La dottrina ha avuto una sola applicazione piena. Nel marzo del 2011 la risoluzione 1973 autorizzò ogni misura necessaria per proteggere i civili in Libia, e l'operazione si concluse con la caduta e l'uccisione di Gheddafi. Qualunque cosa si pensi dell'esito per la Libia, l'effetto sulla dottrina fu immediato: Russia e Cina, che si erano astenute, conclusero di essere state aggirate. Da allora ogni proposta di autorizzazione fondata sulla protezione dei civili ha trovato il veto, a cominciare dalla Siria.
La responsabilità di proteggere è passata dalla codificazione al discredito in sei anni, cioè nel tempo di una sola applicazione.
La contraddizione rilevata da Mazzarese era pragmatica: si violano combattendo gli stessi diritti che si dichiara di voler tutelare. La Libia ne aggiunge una politica. La legittimazione umanitaria consuma una riserva di credito che non si rigenera, e chi la spende oltre il mandato dichiarato la rende indisponibile a chi viene dopo, compresi i casi in cui sarebbe stata fondata.
9.
Febbraio 2022. Dopo vent'anni di discussione su quando sia lecito intervenire contro la sovranità di uno Stato, l'invasione dell'Ucraina rimette al centro il caso di scuola: aggressione territoriale di uno Stato contro un altro, legittima difesa della vittima, diritto degli altri membri della società internazionale a intervenire. Sono i sei punti di Walzer alla lettera, ed è la sola giustificazione che Kelsen ammetteva. Lo schema che nel paragrafo 4 faceva da metro per misurare i casi difficili è tornato come realtà.
Due cose meritano di essere registrate. La prima è che la Russia ha giustificato l'invasione con il vocabolario costruito in Occidente nei vent'anni precedenti: minaccia da prevenire, protezione di una popolazione da un genocidio, necessità morale di rimuovere un regime. Le categorie non sono state ignorate, sono state usate. Chi ritiene che gli argomenti di legittimazione siano innocui perché tanto si sa che sono pretesti, dovrebbe osservare con quanta precisione sono stati riutilizzati.
La seconda è che la condanna non è stata universale. Le risoluzioni dell'Assemblea generale del marzo 2022 ottennero larghe maggioranze, ma una parte consistente del mondo si astenne, e fra le ragioni addotte l'Iraq ricorreva con regolarità. La credibilità della norma sull'aggressione era già stata spesa da chi l'aveva violata nel 2003 e da chi l'aveva piegata ai propri fini nel 2011, e il conto lo ha pagato l'Ucraina.
10.
C'è poi uno spostamento di peso dalla domanda sul diritto di fare la guerra a quella sui modi di combatterla. Su Gaza lo ius ad bellum, cioè la risposta all'attacco del 7 ottobre 2023, è meno controverso dello ius in bello: la discussione verte sulla proporzionalità dei danni inflitti e sulla discriminazione fra combattenti e non combattenti, esattamente i due principi che Mazzarese indicava come condizioni la cui violazione fa venir meno la legittimazione della guerra in quanto tale. A luglio 2026 le fonti sanitarie locali contano oltre settantatremila morti, e il cessate il fuoco firmato nell'ottobre 2025 resta fermo alla seconda delle tre fasi previste, con il fuoco che continua. La dottrina della guerra giusta ha sempre trattato lo ius in bello come capitolo subordinato: oggi è lì che si decide tutto il peso della legittimazione.
La tecnologia sposta il terreno ancora più a fondo. Droni, selezione algoritmica dei bersagli, sistemi d'arma autonomi: a Ginevra, dentro la Convenzione su certe armi convenzionali, gli Stati discutono dal 2014, nel marzo del 2026 una settantina si è dichiarata favorevole all'apertura di un negoziato per uno strumento vincolante, e il rapporto del gruppo di esperti arriverà alla conferenza di revisione in novembre. La ragione per cui questo riguarda un discorso sulla guerra giusta è precisa. Tre delle cinque condizioni della dottrina classica, l'intenzione retta, la proporzionalità e la discriminazione, presuppongono un soggetto capace di avere un'intenzione e di risponderne. Un sistema che seleziona e colpisce senza decisione umana non elimina la responsabilità, la distribuisce fra chi ha programmato, chi ha addestrato, chi ha schierato e chi ha autorizzato le regole di ingaggio, finché nessun punto della catena la possiede per intero. La intentio recta di Tommaso era il requisito che rendeva la guerra imputabile a qualcuno.
11.
La tripartizione proposta nel paragrafo 3 regge: l'utile, il necessario, il giusto. Quello che è cambiato in ventitré anni è lo stato della terza categoria. L'argomento di giustizia è l'argomento principe, quello che muove il cuore e la passione, ed è anche il più logoro dei tre. L'Iraq ha mostrato che può essere costruito sul nulla, la Libia che può essere speso oltre il mandato dichiarato, l'Ucraina che può essere recitato parola per parola dall'aggressore.
Vent'anni di uso strumentale hanno lasciato intatta la validità dell'argomento di giustizia e ne hanno esaurito la credibilità: per un argomento che funziona solo se creduto, l'effetto pratico è lo stesso.
La conseguenza prevedibile è un ritorno del realismo discusso nel paragrafo 5: se l'argomento morale è inservibile, restano l'interesse e la forza. Non credo che segua. Quello che si è esaurito è la credibilità dell'argomento in bocca a chi lo ha usato, e questo lascia impregiudicata la sua validità. Lo si vede nel comportamento di chi lo strumentalizza: anche chi invade ha bisogno di dichiarare una causa giusta, e questo significa che la norma resta vincolante in pubblico, qualunque cosa ne pensino i governi in privato. Un criterio che gli attori aggirano invece di ripudiare è ancora in vigore.
Nel 2003 speravo che nell'intimo della coscienza dei leader la domanda "avremo fatto la cosa giusta?" fosse sempre presente. Su quella speranza ero probabilmente troppo ottimista. Resta però che la domanda continuano a doverla porre in pubblico, e che nessuno di loro può permettersi di rispondere che non è pertinente.
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Riferimenti
Prima le opere citate nella parte dottrinale, poi i documenti alla base dei paragrafi conclusivi.
M. Walzer, Just and Unjust Wars. A Moral Argument with Historical Illustrations, Basic Books, New York 1977; trad. it. Guerre giuste e ingiuste, Liguori, Napoli 1990.
H. Kelsen, Peace through Law, University of North Carolina Press, Chapel Hill 1944; trad. it. La pace attraverso il diritto, Giappichelli, Torino 1990. Si veda anche Das Problem der Souveränität und die Theorie des Völkerrechts, Mohr, Tübingen 1920; trad. it. Il problema della sovranità e la teoria del diritto internazionale, Giuffrè, Milano 1989.
L. Bonanate, La guerra, Laterza, Roma-Bari, seconda edizione 1998; nuova edizione 2011.
T. Mazzarese, Guerra e diritto. Note a margine di una tesi kelseniana, in "Teoria politica", 19 (2003), n. 1, pp. 23-41, disponibile in rete su Jura Gentium. È la fonte del passo sul venir meno del titolo di legittimazione quando siano violati il principio di proporzionalità e quello di discriminazione.
Cicerone, De officiis, I, 11, 34-36 e I, 12, 38. Agostino, Contra Faustum manichaeum, XXII, 74-75, e Quaestiones in Heptateuchum, VI, 10. Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 40, a. 1. Francisco de Vitoria, Relectio de iure belli, 1539. Ugo Grozio, De iure belli ac pacis, 1625. L'esergo del paragrafo 5 è da Nietzsche, Così parlò Zarathustra, parte prima, Della guerra e dei guerrieri.
Comprehensive Report of the Special Advisor to the DCI on Iraq's WMD, Iraq Survey Group, 30 settembre 2004, noto come Rapporto Duelfer. Le conclusioni sullo smantellamento dei programmi dopo il 1991 stanno nelle Key Findings.
The Report of the Iraq Inquiry, Report of a Committee of Privy Counsellors, HC 264, Londra, 6 luglio 2016, noto come Rapporto Chilcot. Le conclusioni sull'azione militare non intrapresa come ultima risorsa e sulla certezza non giustificata delle valutazioni di intelligence stanno nell'Executive Summary.
International Commission on Intervention and State Sovereignty, The Responsibility to Protect, IDRC, Ottawa 2001. 2005 World Summit Outcome, risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite A/RES/60/1, 24 ottobre 2005, paragrafi 138 e 139. Implementing the Responsibility to Protect, rapporto del Segretario generale A/63/677, 12 gennaio 2009.
Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite 1973 (2011), 17 marzo 2011, che autorizza ogni misura necessaria per proteggere i civili in Libia; adottata con dieci voti favorevoli e cinque astensioni, fra cui Russia e Cina.
Risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite ES-11/1, Aggression against Ukraine, 2 marzo 2022, adottata con 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astensioni. Per il quadro giuridico, Carta delle Nazioni Unite, art. 2 comma 4 e art. 51.
Group of Governmental Experts on Emerging Technologies in the Area of Lethal Autonomous Weapons Systems, istituito nel 2016 nel quadro della Convenzione su certe armi convenzionali. Risoluzione dell'Assemblea generale sui sistemi d'arma autonomi letali adottata il 2 dicembre 2024 con 166 voti favorevoli. Sessione del gruppo di esperti del marzo 2026, nella quale settanta Stati si sono espressi per l'apertura di un negoziato vincolante; ultima sessione dal 31 agosto al 4 settembre 2026; conferenza di revisione della Convenzione in novembre 2026.
I dati su Gaza sono quelli riportati dalle fonti sanitarie locali al 17 luglio 2026: oltre 73.000 morti e 173.000 feriti dal 7 ottobre 2023. L'accordo di cessate il fuoco risale all'ottobre 2025 e la sua attuazione è ferma all'inizio della seconda delle tre fasi previste. Per il periodo successivo si vedano i bollettini OCHA e le rilevazioni ACLED.