Un uomo cammina per strada. Nota, stavolta, una disconnessione tra due lastre del selciato. In altri momenti non avrebbe certo notato quel lieve corrugamento della superficie. Rischia di cadere. Non cade, ma l'inciampo è efficace: sollecita l'attenzione, dà la stura al flusso della memoria. E' il narratore, il protagonista della Recherche di Proust, è Proust stesso come sceglie di raccontarsi.
Ora la mente del narratore è stranamente, particolarmente desta, o abbandonata a se stessa, sciolta da vincoli. E ricorda: torna presente l'episodio con cui si era aperta la Recherche - la ricerca del modo di narrare, di scrivere il libro che si vorrebbe scrivere, e non si sa scrivere. Ora, a causa di quell'inciampo, la scrittura diventa possibile. Tornano in mente episodi chiave, attimi nei quali il narratore sentiva una speciale connessione con gli eventi, con il mondo intorno a sé.
Il ricordo si snoda a ritroso. La disconnessione tra le pietre calpestate ora riporta viva e presente la disconnessione tra le lastre di marmo ineguali in un altro, precedente momento della propria vita. Ora, mentre attende che termini il concerto, e quindi lui possa entrare nel salone di casa Guermantes, il narratore sosta in attesa nella biblioteca. Il cameriere gli porta un vassoio di pasticcini e un bicchiere di succo d'arancia appoggiato su un piattino. Il suono del cucchiaino contro il piatto ricorda il colpo del martello di un ferroviere che batteva sulle ruote del treno, quella volta, quando era in viaggio verso Venezia, e si imbatté poi nella disconnessione tra le lastre di marmo nel Battistero della Basilica di San Marco a Venezia. Il tovagliolo rigido portogli dal cameriere ricorda la rigidità dell'asciugamano del Grand Hôtel di Balbec, negli anni della giovinezza, quando conobbe Albertine, l'asciugamano che spiegato rifletteva il piumaggio di un oceano verde e blu, quel mare che si vede dalla finestra della camera e che è anche una finestra nel tempo, tempo che può essere ritrovato. Muovendosi involontariamente nella biblioteca il narratore si ritrova a guardare e a estrarre dallo scaffale un libro, François le Champi, di George Sand. E il narratore si ritrova a Combray, il piccolo luogo segnato dal suono delle campane, lontano dal rumore di Parigi, luogo di vacanza, in quella sera dell'infanzia, non riesce a dormire, il padre concede che la madre resti con lui, la madre gli legge François le Champi. Madeleine è la giovane dolce donna che si prende cura del piccolo Champi, Trovatello.
Fino a risalire al ricordo che è la summa di ogni ricordo. La madeleine. Come ogni mattina a Combray il narratore bambino si reca a dare il buongiorno alla Zia Léonie, a letto nella sua camera. La zia intinge una madeleine -pasticcino, biscottino- nella sua tazza di the di tiglio,e la offre al narratore bambino.
La madeleine che si imbeve e si gonfia e si scioglie nel liquido nella tazza, come quei piccoli pezzi di carta giapponesi che, immersi in una ciotola d'acqua, si distendono, prendono colore e si trasformano in fiori, case o personaggi riconoscibili; si espande, fino ad essere il tempo passato, un'intera vita, il tempo, il mondo che può essere ritrovato, e infatti lo ritrova il narratore, in quell'istante, mentre nella biblioteca attende di essere introdotto nel salone. Ma è un soprassalto momentaneo. Ancora il tempo potrebbe di nuovo sfuggire, essere ormai perduto. Ed è qui che il narratore diviene tale: Narratore, Autore. Si accorge allora di essere in grado di scrivere il libro che avrebbe voluto scrivere, e che fino a quell'istante credeva di essere incapace si scrivere. Ora sa cosa scrivere, sa come scrivere, sa che sarà estremamente faticoso, ma ci riuscirà. Ora gli è chiaro che la scrittura, la letteratura salvano la vita. Lui il narratore sa, ora, che si salverà scrivendo. La sua scrittura, irripetibile, differente da ogni altra scrittura, salverà il tempo.
Il ricordo -sapore, odore, gesto, sguardo, parola, segno- che gonfia nel liquido nella tazza, si espande, fino ad essere il tempo passato, un'intera vita, il tempo, il mondo che merita di essere ritrovato e perpetuato tramite la scrittura.
L'inciampo, un accadimento casuale, apparentemente insignificante, rende presente ciò che si vuole, ciò che si può narrare: gli appunti presi, le versioni provvisorie acquistano senso, ora si chiarisce in mente il progetto: la struttura della narrazione, il modo per metterla davvero su carta, appaiono improvvisamente chiari. Il narratore finalmente si sente pronto a scrivere. La stesura finale ora appare sempre più evidente - il narratore, illuminato, ora è pervaso dalla convinzione che riuscirà a portare a termine l'opera. C'è solo da scrivere il testo: non scrivere da zero, perché ci sono gli appunti, le versioni provvisorie; forse anzi giunto a questo punto l'autore scrive cancellando: cercando -e trovando- nelle pagine già scritte quella forma che l'inciampo, quel soprassalto nella vita, quell'attimo improvviso di lucidità, hanno reso chiara, finalmente evidente.
Ci vorrà tempo, ma sarà un tempo felicemente speso. E' un compito non delegabile; sarà un lavoro solitario: il narratore, l'autore, è stato toccato per un istante dalla grazia, ha vissuto un momento fuori dal tempo: qualcosa che non può essere pienamente raccontato. Qualcosa a cui, però, scrivendo, si può alludere. Qualcosa che solo lui sa, che ora gli permette di scrivere il suo libro.
Solo così nasce un libro degno di questo nome.
Proust inciampa. La fenditura tra due pietre, impercettibile, si apre come abisso. Greco ábyssos: senza fondo. Proust riesce a vedere l'inciampo, stavolta. Fino a quel momento aveva camminato senza vedere. Non scavalca l'inciampo, ora, non lo evita. Al contrario l'accetta.
E in quel momento, tutto inizia ad apparirgli chiaro. Ora si ri-conosce come scrittore. Sarà faticoso, sarà necessario un lungo lavoro, ma sa, ora, che riuscirà a scrivere il suo libro.
Ci vuole coraggio ad accettare di osservare l'abisso che si spalanca senza precipitarvi. Ma è così che ci si salva. Ci si salva scrivendo di come si è saputo evitare di soccombere al peso del vivere senza paraocchi.
Elogio dell'imperfezione
Mi torna in mente Proust -la sua Recherche- leggendo le parole di una amico che si chiede se ha concluso la scrittura di un libro, se è riuscito veramente a trovare una forma che lo soddisfi, se è davvero riuscito a interrompere un ciclo di riscritture che rischia di non avere fine.
Mi chiedo: cosa vuol dire per un essere umano che scrive, per uno scrittore, la formula "per portare il testo a una forma che mi soddisfi"? La soddisfazione riguarda la persona che scrive. La persona che scrive non potrà mai essere del tutto soddisfatta di quello che ha scritto. Se fosse del tutto soddisfatta, forse non avrebbe avuto neanche bisogno di scrivere per cercare di soddisfare il suo bisogno di capire un certo tipo di di argomento.
La scrittura in realtà tocca argomenti che sono già stati trattati da altri autori in precedenza. Che cos'è che aggiunge veramente un autore nello scrivere? Aggiunge il parlare della sua insoddisfazione rispetto a quell'argomento, al modo in cui l'argomento è stato descritto fino ad oggi da ogni altro. Aggiunge il parlare della sua difficoltà di attingere a qualcosa di ineffabile, qualcosa che sia una approssimazione alla conoscenza assoluta. Sappiamo che non ci riusciamo. E quindi tutto il nostro scrivere sta in questo tipo di approssimazione. Noi, scrivendo, parliamo della nostra insoddisfazione nel trattare veramente un argomento. E' questa l'unica aggiunta che possiamo apportare rispetto alle trattazioni di quello stesso argomento scritte da altri in precedenza.
Filtriamo la conoscenza attraverso la nostra esperienza personale, che è l'esperienza della nostra incapacità; del frustrante avanzare nel cammino verso una soglia che, ad ogni nostro passo, si sposta in avanti.
La difficoltà di scrivere -di raggiungere una forma soddisfacente- accompagna ogni umano che scrive. Ci accompagna sempre. Il trovare la forma che mi soddisfi è un lavoro eroico: necessario, inevitabile, ma sempre incompiuto. E' scalare una montagna la cui vetta appare, più saliamo, più lontana.
Presto infatti ci accorgiamo com'è difficile tirare le fila, chiudere il testo - il testo che appare aperto - aperto per l'insoddisfazione, per l'impossibilità di dire tutto, per l'impossibilità di essere chiari -
Scriviamo in cerca della forma che ci soddisfi. Scriviamo in cerca di soddisfazione.
Incapaci di riuscirci, forte è la tentazione di cercare un appiglio esterno, un aggancio a qualcosa di estraneo al faticoso e solitario processo che stiamo vivendo. In cerca di una soluzione, ci acconciamo a cercare salvezza in un qualsiasi standard, modello, modalità consolidata definita da critici normatori, recensori, da scuole di scrittura, dalle indicazioni di un mainstream; ci disponiamo ad affidarci a professionisti, esperti, ghostwriter, editor, o anche, oggi, a macchine che con melliflua disponibilità offrono il loro accompagnamento.
Come interrompere il potenzialmente infinito processo di riscrittura? L'aiuto esterno non risolverà mai del tutto i problemi del testo.
Nel momento in cui si passa al dire: 'da questo punto in poi il lavoro lo farà qualcun altro', svalutiamo ai nostri stessi occhi il lavoro portato avanti con tanta fatica. Infatti, è come dire a noi stessi: avrei potuto fermarmi un attimo prima, mi sarei risparmiata tanta pena. Ma questo è abdicare, rinunciare all'impegno con noi stessi che ci ha spinto a scrivere.
Qual è il testo finito? Il testo non è mai finito. E se vogliamo, la virtù della stampa rispetto alla produzione di testi destinati a essere fruiti dal pubblico sotto forma digitale, e cioè la virtù del libro del libro come oggetto, è che il libro è un testo chiuso. È un testo sottratto a un certo punto dall'autore perché bisogna andare dallo stampatore. Questo è un vincolo esterno, a ben guardare, assurdo. Paradossale, perché l'autore continua a pensare anche l'istante dopo avere potuto scrivere l'ultima correzione nel testo. Ma la bellezza del libro sta nella in questo vincolo, in questo limite. C'è una data, una data di edizione.
Qual è il momento in cui il testo è finito? Il testo è finito nel momento in cui un editore ha sottratto di mano il testo all'autore. Oppure è finito nel momento in cui l'autore prende coraggio e dice: 'vorrei completare questo e quell'altro. Ma arrivato a questo punto mi fermo qui. Accetto la mia imperfezione'.
Perché questa scelta? Cosa offriamo in questo modo al nostro lettore? Gli offriamo l'amore per un argomento, la difficoltà di avvicinarsi a una sintesi di quell'argomento, a un modo di dire perfetto. L'esattezza è la pretesa inattingibile che ci allontana da noi stessi, perché sappiamo di essere incapaci di esattezza.
L'alternativa all'esattezza, l'atteggiamento umano per noi raggiungibile, sta nell'accettare, dandovi valore, il testo che siamo riusciti a scrivere. Proprio perché testo raggiungibile per l'essere umano che scrive, questo testo parla a ogni essere umano che legge.
E ciò che io posso scrivere è narrazione. La narrazione è l'alternativa all'esattezza. La narrazione è imperfetta e lacunosa. E' dire: guardate, io vorrei dirvi questo, ma più di così non riesco a fare.
Il testo ha senso, lo ribadisco, se lascia traccia degli inciampi, della fatica del pensare, della fatica, dello scrivere. Se non c'è traccia della fatica dello scrivere, se non c'è questa cifra incisa nel testo, il testo non ha nessun valore.
Il testo è un incitamento a studiare, a leggere, a capire. È il racconto della mia difficoltà nel tentare di capire un argomento. È come dire: 'io sono riuscito ad arrivare fin qui. Caro lettore, adesso continua tu'.
Se mai ci saranno libri resi riconoscibili da un marchio che rimanda al progetto Stultifera Navis, saranno libri dove l'autore, quale che sia l'argomento apparente, parla di sé, del suo indistinguibile modo di essere. Libri che nascono da inciampi e dove non si sono nascosti gli inciampi.
Perpetuare
E poi c'è un aspetto sempre presente nella scrittura: la morte. Il testo è qualcosa che rappresenta la morte. Rispetto al pensiero dell'autore, che è in continua evoluzione, il testo è morto. In un certo senso, è pensiero morto. È pensiero messo su carta, cioè volto in una situazione limitante rispetto alla ricchezza del pensiero. Ma il valore della scrittura sta in questo.
Sta nel suo essere una forzatura. Nonostante ci sia nota la pochezza, rispetto al fluire del pensiero, di una sua versione, una sua sintesi, fissata in un dato momento su carta, scegliamo di riconoscere come nostra, firmandola come autori, questa versione, questa sintesi forzata.
Scrivere un libro è ammettere i limiti del proprio pensiero, ed è anche metterlo in piazza, il nostro pensiero, senza temere il giudizio di autorità, vere o presunte che siano.
Ci vuole del coraggio, quindi, a scrivere un libro. Il coraggio di riconoscersi autori di una versione fissata per sempre, in un certo senso morta, del proprio pensiero, fissata nel tempo; il coraggio di farla vedere ad altri, di lasciare che la nostra memoria, anche quando saremo scomparsi, sarà indelebilmente legata a questo testo indelebile che abbiamo scritto. Il coraggio di perpetuare il nostro il nostro pensiero accettandone implicitamente la limitazione.
Il coraggio, anche, se vogliamo, di fare da soli, accettando la fatica di lasciare la traccia più pura, più onesta possibile. Ci vuole autoconsapevolezza, disponibilità alla fatica, accettazione della morte e senso del limite per dire a se stessi: siccome quello che sto scrivendo è la traccia di me stesso che lascio visibile, indelebile, accetto la difficoltà di scrivere da solo, riducendo al minimo, ed evitando del tutto, se vi riesco, ogni collaborazione invasiva.
Del nostro pensiero in continua evoluzione, solo una piccola parte potrà essere perpetuata tramite un libro. E sarà, quella piccola parte, un pensiero isolato, privato delle connessioni con il tempo in cui il pensiero è pensato, privato, fissato com'è una volta per tutte, delle connessioni con il pensiero di altri, connessioni invece sempre presenti in un dialogo, in una conversazione.
Eppure una traccia indelebile di noi stessi; unico, differente da ogni altro pensiero.
Scrivere un libro, così, è un modo di sopravvivere alla morte. Il testo scritto infatti sopravvive alla morte dell'autore. Tramite il testo che ha scritto, l'autore non è morto e il lettore non è libero di leggere quello che vuole. Il testo è ricordo della vita.
E l'autore -l'io che scrive- è sempre presente con la sua storia, col suo modo personale irriproducibile di trattare un argomento, qualsiasi argomento. Se il testo è pensiero morto, è pensiero morto di quell'irripetibile essere umano. Il pensiero espresso nel testo è pensiero morto, ma non pensiero ammazzato, perché il testo è frutto del modo peculiare, unico, dell'autore di accettare questa limitazione, la difficoltà di trasformare il pensiero in testo.
Proust parla chiaro a proposito di ciò che l'autore ha da dare al lettore: l'autore, attraverso ciò che scrive, aiuta il lettore a conoscere sé stesso.
Ancora Proust
Proust aveva in mente l'opera, che cercava di dominare, pur sapendo che non sarebbe mai riuscito a dominarla del tutto. Fino al momento della propria morte e nella notte prima della morte, Proust ha continuato a modificare, dettando alla sua governante e assistente parti di testo differenti. Cercò fino all'ultimo di aggiungere al testo tutto quello sentiva di dover dire. In quella ultima notte detta passaggi che riguardano proprio la morte di Bergotte.
Bergotte, personaggio del romanzo, simboleggia nel romanzo la costante presenza dell'autore, essere umano incarnato che lascia traccia di sé, e cerca sempre di migliorare la sua capacità di scrivere, cioè di lasciare traccia. Bergotte testimonia la difficoltà dello scrivere, la difficoltà del trasformare la vita in testo. La difficoltà di raggiungere, lavorando su di sé, attraverso la scrittura, consapevolezza e saggezza.
Bergotte è malato, esce comunque di casa per andare a vedere una mostra di pittori olandesi. Morirà a causa di questo strapazzo, di questa prova che il suo corpo affaticato non seppe sopportare. Ma non poteva farne a meno.
Bergotte vuole rivedere, in realtà, un solo quadro: la Veduta di Delft di Vermeer, perché in una recensione ha letto del valore simbolico, dell'efficacia segnica di un particolare: un piccolo lembo di muro giallo, tra i tetti delle case. Bergotte ama quel quadro; crede di conoscerlo bene. Come è possibile che io non abbia notato quel particolare, si chiede. Quel dettaglio, quelle poche pennellate accurate, simboleggiano per Bergotte -e per il narratore della Recherche, e per Proust- ciò che lui, nelle sue opere, non è riuscito a dire: non rifiniture gratuite, ma avvicinamento all'essenza, cura della propria opera, umanissima attenzione a superare, o costo di ogni fatica, il proprio limite. Solo così, nel tentativo di vedere il lembo di muro giallo, e nel tentativo di scriverne, siamo autori. E solo così scrivendo andiamo oltre la morte.
Proust, non a caso, interviene nell'ultima notte di vita sulla narrazione della morte di Bergotte. E nel farlo sta così scrivendo anche della propria imminente morte, salvata dall'aver scritto.
Vicino alla sua fine non cessa di essere autore: detta pagine sulla fine; e sa che non può fare altro che tornare a ricordare questa difficoltà dello scrivere, e che ogni pagina che ha scritto è imperfetta, ma è stata scritto da lui, e che numerosi sono i fili della trama che non ha saputo tirare, eppure a partire da labili tracce, da ricordi quasi spariti è riuscito a creare questa cattedrale, questo testo che riesce in qualche modo a tenere in mente, e a maneggiare da solo, a memoria, quando ormai il suo corpo è stanco e la morte si avvicina inesorabile.
Tracce della propria autobiografia
Alla fine quello che scriviamo, qualsiasi cosa che scriviamo, è una traccia della propria autobiografia. Anche quando scriviamo di uno specifico, qualsiasi argomento, anche quando stiamo trattando la difficoltà di conoscere quel singolo argomento, e anche quando crediamo magari di essere mossi nello scrivere solo da un istinto mercantile, dal bisogno di guadagnare, dal narcisistico desiderio di apparire o dall'intenzione di sostenere la nostra carriera, anche quando scriviamo di argomenti tecnici, professionali, anche quando l'argomento in apparenza ci chiama ad una oggettività ad una neutralità, anche in tutti questi casi stiamo scrivendo della generale difficoltà del conoscere, innanzitutto del conoscere noi stessi stiamo; e siamo lasciando tracce della nostra autobiografia.
Solo se scriviamo di noi stessi ha senso scrivere. Anche quando scriviamo di tutt'altro stiamo sempre scrivendo di noi stessi. Ciò che aggiungiamo al già scritto è solo la traccia del nostro passaggio sulla terra.
In questo sta il nostro patto con i lettori. Non sta in quello che insegniamo.
Proust parla chiaro a proposito di ciò che l'autore ha da dare al lettore: l'autore, attraverso ciò che scrive, rende evidente al lettore qualcosa a proposito di del lettore stesso. Qualcosa che lui, il lettore, non aveva ancora capito. Qualcosa, a proposito di sé stesso, che se non avesse quel libro non avrebbe mai saputo.
Questo è vero in ogni caso. E' sempre vero anche quando scriviamo di argomenti professionali. E' vero anche quando scriviamo di un argomento che crediamo abbia a che fare non solo con un nostro interesse materiale o contingente o economico, o sia legato al nostro lavoro.
Anche quando ci sembra di scrivere in modo razionale, tecnico, in realtà stiamo scegliendo un argomento che nella nostra vita è stato un inciampo.
Un inciampo ci ha frustrato, depresso, distolto inopinatamente dal facile cammino. Possiamo passare la vita a recriminare su quel disgraziato momento. Oppure -a questo serve saper vedere, a questo serve scrivere- possiamo farne tema della nostra narrazione. Così, in modo figurato, possiamo liberarci dell'inciampo.
Inciampi
Lo scrivere è dunque cogliere il senso dell'inciampo. E tentativo di andare oltre l'inciampo. Scriverne è il modo di curarsi e aiutare ogni lettore a curarsi andando oltre i suoi inciampi.
Il superamento del singolo inciampo nello scrivere è la simbolicamente la soluzione, l'andare oltre ogni inciampo incontrato nel cammino della vita.
Scrivere è superare gli inciampi. Scrivendo, gli inciampi, anche quelli di cui prima di iniziare a scrivere abbiamo scarsa consapevolezza, ci risultano via via evidenti. Scrivere è partire da un inciampo -una discontinuità, qualcosa di strano o di nuovo nel nostro stesso pensiero- e superare via il ripresentarsi degli inciampi.E forse l'inciampo più difficile da superare è il trovare l'uscita dal flusso della narrazione e trovare la sintesi, concludere l'opera.
In ogni fase della scrittura, e poi di fronte a questa difficoltà di concludere, oggi possiamo affidarci ad una macchina.
Ma ecco: qualsiasi cosa scriviamo, stiamo sempre scrivendo di noi stessi, e alla fine la ricchezza di qualsiasi testo sta negli inciampi, nel lasciare traccia del loro superamento. Sta nel dire a sé stessi, e al lettore: questo argomento è difficile, in questo passaggio il pensiero che sto cercando di sbrogliare resta contorto - e così come il pensiero è contorto, lo è anche la forma dello scrivere.
C'è una strada che siamo aprendo. Una strada ben costruita è fatta a strati, si appoggia solidamente sul terreno sottostante, garantisce il deflusso delle acque. La strada che chi scrive riesce ad aprire è ben lontana da questo ideale: ci sono tratti in cui siamo rimasti ben lontani da costruirla bene. Si tende di solito a nascondere i difetti dietro a un trucco, dietro a una superficiale cosmesi. Meglio lasciare vedere gli inciampi.
Lascio vedere l'inciampo nella mia scrittura, traccia dell'inciampo nella mia vita, e ammetto: questo non sono riuscito a dirlo bene. Ma questo tentativo è solo mio.
Se ci chiediamo cosa c'è differente tra un buon libro e un cattivo libro, propongo proprio questo criterio: il buon libro è il libro che lascia vedere, o anzi: invita a vedere gli inciampi. Nascondendo gli inciampi faccio un cattivo servizio a me stesso che scrivo, e così anche al lettore.
Perciò, alla fine, il libro veramente degno di essere pubblicato è il libro la cui incompiutezza, la cui imperfezione sono considerate sia dall'autore che dall'editore la vera ricchezza dell'opera. Lo stile sta nel modo personalissimo di affrontare le difficoltà. Il dono sta nel lasciar vedere la fatica.
La fatica mostrata dall'autore senza infingimenti, senza reticenze e coperture, riconcilia il lettore con le proprie fatiche.
Casa editrice
Ora, state leggendo questo articolo su Stultifera Navis. Noi che abbiamo varato questo progetto, stiamo pensando che forse ha senso, alla luce di questo stesso progetto, immaginare una casa editrice di libri.
Stultifera Navis: luogo digitale accessibile sulla Rete, un baule che contiene testi differenti, frutto del pensiero e del modo di presentarsi al mondo di autori differenti. Un baule, perché tutto è mischiato e un testo si alimenta della vicinanza all'altro, e l'insieme è sempre provvisorio e cresce di giorno in giorno ed è qualcosa di sempre differente dalla mera somma delle parti.
La Stultifera Navis ospita testi bellissimi. Per averne conferma basta che cerchiate a caso nel baule. Ma accoglie volentieri anche testi che possono apparire incompleti, irrisolti, agli occhi di chi scrive e agli occhi del lettore. Gli articoli possono apparire parziali, insoddisfacenti nello sviluppo, o talvolta anche viziati da un troppo evidente ricorso -nella ricerca e nell'analisi delle fonti, nella scrittura, nella rifinitura- al supporto di macchine. Tutto si tiene, nel baule, ogni testo si nutre del testo che ha accanto; ogni testo vale di per sé, ma ciò che viene offerto al lettore non è mai il singolo testo, è l'insieme. La narrazione offerta è l'insieme.
Così, ogni lettore potrà ascoltare comunque, vagando nell'insieme dei testi, il suono del cucchiaino, il suono del martello sulla ruota del treno, potrà percepire la rigidità del tessuto dell'asciugamano e gustare il sapore della madeleine.
Ben diverso è il libro. Oggetto a sé stante. Destinato ad essere fruito da solo, a prescindere da un insieme. Se a partire dalle stesse intenzioni che hanno motivato il varo della Nave si immagina qualcosa di simile a una casa editrice -una casa editrice di libri, oggetti fisici che vivono del loro essere a stanti- è d'uopo chiedersi quali libri siano coerenti con lo spirito del progetto.
Abbiamo ben presenti i libri impilati sui banconi delle librerie o presentati come come oggetti tutti uguali su Amazon. Vale la pena di chiedersi cosa dovrebbe distinguere i libri coerenti con il progetto Stultifera Navis.
Se mai ci saranno libri resi riconoscibili da un marchio che rimanda al progetto Stultifera Navis, saranno libri dove l'autore, quale che sia l'argomento apparente, parla di sé, del suo indistinguibile modo di essere. Libri che nascono da inciampi e dove non si sono nascosti gli inciampi.
Libri nei quali -quale che sia l'argomento apparente- si sente il suono del cucchiaino sulla porcellana, del martello sulla ruota del treno, si sente il sapore della madeleine. Dove sono presenti quei rari momenti della vita in cui ci siamo sentiti in sintonia con noi stessi.
Libri che sono testimonianze di avvicinamento alla consapevolezza, di scoperta del sé.
Tracce di me, dono al lettore della mia difficoltà, della mia fatica nell'affrontare un argomento che ha provocato, in me che scrivo, profonda inquietudine, come dire al lettore: sono arrivato fin qui, continua tu.
Senza presenza dell'irripetibile essere che scrive la scrittura non ha senso. Senza la fatica di scavare e di tornare ai momenti di illuminazione, di svolta, non c'è piacere, non c'è apprendimento, non c'è conoscenza, non c'è cultura.