Nell’anno che celebra San Francesco di Assisi, il gran cantore del creato, si impone una riflessione sul rapporto tra umanità e natura. Una dicotomia già sbagliata in partenza che non dovrebbe nemmeno esistere. Per quanto mi riguarda infatti l’umanità fa parte della natura anche se quasi da sempre, gli esseri umani hanno fatto di tutto per rompere quell’armonia ed ergersi come arroganti conquistatori e distruttori della stessa, sulla base di una presunta superiorità.
La storia recente e di tutti i secoli precedenti è lì a ricordarcelo.
Essere umanista, come sono, significa anche sottolineare tutte le volte che gli esseri umani agiscono contro la loro essenza. Vivere contro natura, ossia contro sé stessi, è inevitabilmente fonte di disagio e di danni spesso irreparabili.
Come ha detto in un’intervista Philippe Descola, la cui opera consiglio di leggere:
"La natura possiede una coscienza?" Questa domanda evoca interpretazioni romantiche perché la natura è un'astrazione. Come ho costantemente dimostrato negli ultimi trent'anni, la natura non esiste. La natura è un concetto, un'astrazione. È un modo per stabilire una distanza tra gli esseri umani e i non umani, una distanza emersa attraverso una serie di processi, successive distillazioni dell'incontro tra la filosofia greca e la trascendenza del monoteismo, e che ha assunto la sua forma definitiva con la rivoluzione scientifica. La natura è una costruzione metafisica, inventata dall'Occidente e dagli europei per enfatizzare il distacco dell'umanità dal mondo, un mondo che è poi diventato un sistema di risorse, un dominio da esplorare di cui cerchiamo di comprendere le leggi.
Arrivo perciò a dire che nel distruggere la natura in realtà l’umanità sta distruggendo sé stessa.
A causa di tutto questo oggi si parla insistentemente e giustamente di sostenibilità. Fino a quando saremo sopportati su questo pianeta prima che quest’ultimo ci cacci a calci nel sedere?
La sostenibilità riguarda tanti aspetti. Rispetto all’alimentazione, ad esempio, parliamo di pratiche del sistema alimentare che contribuiscono alla rigenerazione a lungo termine dei sistemi naturali, sociali ed economici, garantendo che i bisogni alimentari delle generazioni presenti siano soddisfatti senza compromettere i bisogni alimentari delle generazioni future. Il tutto ovviamente dipenderà dalla capacità di individui o gruppi di agire in modo indipendente per fare scelte su cosa mangiare, gli alimenti che producono, come quegli alimenti vengono prodotti, trasformati e distribuiti e di impegnarsi nei processi politici che plasmano i sistemi alimentari.
A livello ambientale lo sviluppo sostenibile è stato definito dalla FAO come “la gestione e la conservazione delle risorse naturali e l’orientamento del cambiamento tecnologico e istituzionale in modo tale da garantire il raggiungimento e il continuo soddisfacimento dei bisogni umani per le generazioni presenti e future. Tale sviluppo sostenibile (nei settori dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca) conserva il suolo, l’acqua, le risorse genetiche vegetali e animali, non è dannoso per l’ambiente, è tecnicamente appropriato, economicamente redditizio e socialmente accettabile”.
A livello urbanistico parliamo di sostenibilità in relazione alla qualità della vita dei cittadini. Lo sviluppo sostenibile delle condizioni economiche e sociali dei residenti delle città deve avvenire senza provocare un aumento delle pressioni ambientali. Se le conseguenze negative superano i vantaggi, come accade in molti luoghi, le città vivranno un'alterazione della loro struttura ambientale, economica e sociale.
Comunque la si giri, siamo a un bivio e ogni aspetto dell’esistenza è toccato da questa necessità. Non ultima quella di prendersi cura della sostenibilità cognitiva, danneggiata dall’arroganza del digitale.
Ancora una volta, come denunciato in altri scritti, l’umanità dovrebbe smettere di continuamente sforzarsi le meningi per trovare rimedi su rimedi, laddove dovrebbe invece andare alla fonte delle problematiche e modificare quelle. Altrimenti detto: piuttosto che capire le radici malate dei fenomeni e intervenire per estirparle, si preferisce perdere tempo a escogitare soluzioni che altro non fanno che ingarbugliare la matassa. Manca fondamentalmente il coraggio di riconoscere e modificare le cause: tutto ciò non è un bel segno. Impareremo mai ad agire sulle cause, anzi, meglio, pensare profondamente prima di fare disastri? In questo momento storico assistiamo ad un giusto ma ossessivo dibattito sulla sostenibilità dopo che per anni nessuno si è interessato a modificare le ragioni di tale scempio. Non sarà troppo tardi adesso?
Nella mia opera ho trattato molto questa tematica perché la ritengo fondamentale. Vi consiglio la lettura del mio Il Dolore della Cognizione. Vi propongo tre liriche per invitare alla riflessione e all’azione.
La prima è direttamente ispirata al Cantico delle Creature. La seconda ha nelle iniziali delle parole che compongono il titolo un chiaro riferimento al Covid perché anche in quel caso, tragico ma non inaspettato, le cause vanno trovate nell’arroganza umana nel giocare con la natura e manipolarla. La terza sottolinea la frattura tra noi e la natura la quale, sofferente, si ribella al punto da non volersi più fare toccare da mani sporche di sangue.
FRATELLO UOMO, SORELLA DONNA
Infimo, arrogante, cattivo oppressore, tue sono le responsabilità, il disonore e la scelleratezza.
A voi soli, fratelli uomini e sorelle donne, si riconducono le indegne pratiche di distruzione del nostro comune habitat.
Disgraziato sii mio oppressore per avermi voltato le spalle, tua madre, dimenticando impunemente
l’origine e la fratellanza con tutte le creature dell’universo.
Disgraziato sii mio oppressore per il mare inquinato da sostanze improprie e rifiuti dannosi.
Disgraziato sii mio oppressore per i frutti, i fiori e i campi manipolati, cancellati e avvelenati.
Disgraziato sii mio oppressore per le foreste e i boschi violentati e incendiati dal tuo insolente egoismo.
Disgraziato sii mio oppressore per gli animali, battuti e abbandonati senza pietà e considerazione.
Disgraziato sii mio oppressore per le montagne sgretolate e i ghiacciai erosi dalla tua irrefrenabile ricerca di benessere.
Maledetti quelli che sopporteranno tutto questo con indifferenza, senza fare nulla e che da me saranno castigati.
Disgraziato sii mio oppressore per l’ingratitudine dell’anima, con la quale governi l’illusione di essere il dominatore: guai a quelli che perseveranno nel peccato mortale.
Maledetti quelli che porteranno la morte mentre stanno calpestando le mie istintive volontà. La morte prematura farà loro un male indicibile.
Figli e figlie del creato, disprezzate e ingiuriate il mio oppressore, ignoratelo e tormentatelo con grande vigore.
Perché ha tradito e rinnegato la vitale parentela e io, natura,
non sopporto più infirmitate et tribulatione.
COGLIERE O VIOLENTARE IL DESTINO?
Nostro è il salto di specie
in un abisso cognitivo senza risalita
chiusi nello scafandro isolante
per menti allucchettate
al nuovo stagno di Narciso
melma putrida di superficiali informazioni.
Il riflesso è un incessante riflusso analfabeta,
un’eco muta dell’identità sciolta
nell’acido della superba ricerca di alterare
lo stato di natura.
Là dentro si consuma il banchetto della vanità
un ossessivo gozzovigliare dionisiaco
Nysos senza più dio
ubriachi di un aspirante nulla
fino a prosciugare i barili dei neuroni.
Linguaggio diventato scossa sismica
non più umanamente misurabile
prende scorciatoie per tornare al punto di partenza,
si coniuga in comunione di beni con la scemenza artificiale,
impedisce il senso compiuto con gli altri
diventati sequenza di autistiche istruzioni
per scovare, senza viverle,
affinità giammai elettive
quanto utilitaristiche.
Si è compiuto il delitto perfetto:
Il distacco permanentemente della retina dalla realtà
cadavere senza corpo
abbandonato nella periferia della ragione.
Sopravvissuti ma menomati
un pensiero turba poche coscienze sane:
l’alba non aspetta i vivi morenti.
NOLI ME TANGERE
Neanche il respiro affannato e moribondo
che violentemente tossisce le sue intemperie
ci ha impedito di strapparle le radici,
come flebo ingombranti
di un paziente immaginato guarito
perché mai creduto malato.
Senza l’ossigeno dei suoi quattro elementi
quanto ancora potrà resistere
alle nostre mancanze?
Quanto ancora accoglierà
le nostre insensatezze?
Quanto ancora segnerà il ritmo
delle nostre stagioni?
Mancano i custodi della cura,
i ristoratori di armonia,
i tesorieri della bellezza.
Troppi gli esploratori
arroganti e indifferenti
di mete contro natura
a rompere il patto originario
di una sacra alleanza
siglata nel cosmo.
Analfabeti emotivi
non sappiamo più leggere
il gran libro della natura,
come ci disse il saggio pisano.
Scarabocchiamo impunemente
vaghe soluzioni
egocentriche e interessate,
sperperando la memoria di chi siamo
davanti a catastrofi imminenti.
La fine ci passa accanto zoppicante
ma ci scansiamo senza guardarla
come fosse un mendicante
che elemosina attenzione
più che i distaccati spiccioli.
Arginare i lutti non basta più.
Bisogna ragionare di futuro
con la sintassi del passato.
La diagnosi è limpida:
nel solco da noi tracciato
al culmine di una folle separazione
ormai la terra ci rifiuta,
si ribella alla nostra ipocrita mano
stretta al capezzale.
Con il sangue rimasto
ha scritto già:
Noli me tangere più.