“La stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità.”
Le parole di Dietrich Bonhoeffer, teologo e filosofo cristiano, morto per mano della follia nazista, colpiscono ancora oggi per la loro lucidità disarmante. Non parlano di ignoranza, né di mancanza di intelligenza. Parlano di stupidità come forma di rinuncia. Della scelta — spesso inconsapevole — di smettere di pensare in modo critico.
Viviamo in una società che ci offre risposte rapide, slogan pronti, opinioni confezionate. Scrolliamo, condividiamo, reagiamo.
Ma quanto spesso ci fermiamo davvero a chiederci perché? Quanto spazio diamo al dubbio, alla complessità, all’analisi?
La stupidità di cui parla Bonhoeffer non è rumorosa: è comoda. Non si oppone, non argomenta, non si mette in discussione… Mai.
Si limita ad aderire. Ed è proprio per questo che diventa così pericolosa.
E la storia ce lo ha dimostrato chiaramente.
Il pensiero critico, invece, è faticoso. Richiede tempo, ascolto, capacità di tollerare l’incertezza. Significa fare domande scomode, anche a se stessi. Significa accettare di non “avere subito” una risposta, di cambiare idea, di rivedere le proprie convinzioni. In un’epoca che premia la velocità e la semplificazione, pensare in profondità sembra quasi un atto di resistenza (e lo è!)
Eppure, è da qui che passa la nostra libertà. Non dalla quantità di informazioni che possediamo, ma dalla qualità del nostro sguardo. Non dal dire la nostra su tutto, ma dal capire davvero ciò di cui parliamo.
Forse la domanda non è se stiamo diventando più stupidi.
La domanda, più scomoda, è: stiamo rinunciando alla responsabilità di pensare?
Allenare il pensiero critico oggi non è solo una competenza. È una scelta etica. Una forma di cura verso noi stessi e verso la società nella quale viviamo.
Perché la stupidità di cui parla Bonhoeffer è stata condanna dalla storia ma, purtroppo, può tornare a colpire, con durezza, le nostre vite.