Sono inquieto per definizione, mai fermo, iperattivo, per questo incapace di impedire alla mia curiosità di manifestarsi su qualsiasi cosa mi capiti di incontrare o che catturi la mia attenzione. La mia inquietudine è soprattutto intellettuale, ma non riguarda solo il mio rapporto con la conoscenza. È una categoria antropologica totale che mi rappresenta, che investe l’esperienza vissuta, la memoria, la condizione corporea ed emozionale, il senso della morte. Non è percepita come una malattia da curare, né una fase da attraversare, neppure come una passione triste, fatta di rassegnazione e ansia Lo è, per seguire il pensiero di Miguel Benasayag, come passione gioiosa, anche in senso Spinoziano, capace di aumentare la potenza di agire invece di diminuirla o bloccarla. Un’energia sempre in azione, sempre in cerca di qualcosa, mai contenta, che trova nella ricerca stessa, non nella risposta, la propria forma di potenza. Da esercitare applicandola alla complessità del reale, alle mille domande che sempre nascono dalla ricerca e dal tentativo di comprendere la realtà e il mondo, dalla responsabilità che sempre si trovano ad avere le persone pensanti dentro contesti e realtà, come quelli diffusi oggigiorno, che sembrano rifuggire dal pensiero (critico), privilegiando chi non pensa.
Vagando inquieto, come spesso faccio, tra mille libri, link, piattaforme e pagine web, mi è capitato di scoprire un personaggio mai incontrato prima, Bernard le Bouvier de Fontenelle. È vissuto cent’anni (dal 1657 al 1757) attraversando la storia intellettuale europea, senza appartenere pienamente a nessuna corrente o ortodossia. Ha dedicato la sua vita a promuovere la ragione e la tolleranza, in opposizione all’oscurantismo e al fanatismo religioso. Ha lasciato un’opera che la storia della filosofia ha sistematicamente sottovalutato, relegando il suo lavoro alla categoria della divulgazione scientifica (di cui viene ritenuto l’inauguratore con l’opera Entretiens sur la pluralité des mondes) o alla letteratura galante, mentre conteneva, dispersa in vari saggi, dialoghi e scritti vari una riflessione precisa, forse unica, sul pensiero come forma di vita. Proprio ciò che ha attirato la mia curiosità suggerendomi di indagare cosa Bernard le Bouvier de Fontenelle avesse scritto per sondare la validità del suo pensiero filosofico nel mondo odierno.
Al centro della riflessione del filosofo francese è la figura del filosofo inquieto, inteso come categoria, espressione di una modalità di esistenza intellettuale che Fontenelle descrive, difende e incarna. Un filosofo inquieto che non finge di avere scoperto la verità per dare alla propria mente “un osso da rosicchiare”, che si oppone a ciò che il suo tempo, da me associato anche al nostro attuale, premiava e incarnava, ossia il filosofo tranquillo (tutti oggi ne conoscono almeno uno), un intellettuale ormai adattato(si), omologato e integrato, che si sente a suo agio dentro l’ordine stabilito e le sue (aberranti) narrazioni. È un filosofo tranquillo che, come tale, agisce da illusionista (influencer) e da mago, costruendo la propria carriera snocciolando favole, narrazioni errate (oggi anche costruite attraverso il ricorso a IA piacione), persino mendaci, pensate per affascinare le menti e metterle in gabbia. Le due figure di filosofi, inquieto e tranquillo, non rappresentano un’opposizione declinabile in ottimisti o pessimisti, conservatori o progressisti, credenti o scettici, ma raccontano di una opposizione strutturale nel modo di abitare il pensiero.
«Ci sono così tanti passi falsi che, per la via più sicura, bisogna navigare in questo mondo con una certa leggerezza e superficialità. Bisogna scivolare attraverso di esso, non affondarvi.” (Michel de Montaigne)
Il filosofo tranquillo è colui che ha trovato un punto fermo, ha aderito a una dottrina, adottando un metodo, sposando un'autorità, abitando un sistema per poi installarvisi. Non è necessariamente uno stupido né un conformista, può essere intellettualmente sofisticato, erudito, persino brillante. Ma ha deciso, a un certo punto, che il pensiero abbia uno scopo, voglia raggiungere la certezza, costruire il sistema, stabilire la verità, e che una volta raggiunto quello scopo il movimento possa fermarsi. Il pensiero è per lui uno strumento al servizio di un fine e quando il fine è raggiunto, lo strumento può essere deposto, messo a riposo. Il filosofo tranquillo è oggi parte integrante di moltitudini di persone che si sono piegate alla servitù volontaria del dispositivo, della piattaforma digitale e dell’algoritmo di raccomandazione. Tutti dispositivi che coltivano la servitù e producono soggetti tranquilli, soggetti che hanno delegato al dispositivo la funzione di orientamento, che non devono più fare la fatica di cercare perché il sistema cerca per loro, che non devono più sopportare l'inquietudine della domanda aperta perché il feed, e oggi l’IA, fornisce sempre una risposta, sempre un contenuto, sempre qualcosa da consumare.
Il filosofo inquieto è strutturalmente diverso, non è chi ha trovato la verità, ma chi non riesce a smettere di cercarla. Per lui il pensiero non è uno strumento, ma una condizione permanente, non raggiunge un fine, abita un processo. Ogni risposta genera una nuova domanda, non per incapacità di concludere, ma per coerenza e fedeltà alla natura stessa delle cose, che non si lasciano esaurire da nessuna formulazione. L'inquietudine non è ansia, è la forma propria di un'intelligenza che ha capito che il mondo è più ricco e più complesso di qualsiasi descrizione che se ne possa fare.
Una anticipazione straordinaria del pensiero di Kant secondo la ragione umana è inesauribile, continua a porre domande a cui non può rispondere, e questa tensione irrisolta non va considerato un difetto, ma è la struttura della conoscenza come tale.
Il filosofo inquieto di Fontanelle è un soggetto sempre sulla soglia, è un “essere di soglia”, non si sente mai pienamente dentro né pienamente fuori, né completamente determinato né completamente libero. Il suo essere inquieto, incapace di stare fermo (in-quieto), il sentirsi sempre in movimento tra determinazioni opposte, lo porta ad abitare consapevolmente una soglia, invece di attraversarla o fuggirla, a resistere alla tentazione di stabilizzarsi in una posizione definita, in un'identità fissa, in un sistema chiuso. L'inquietudine, l’essere sulla soglia è la condizione di possibilità del filosofo inquieto, che non trova pace, che non vuole essere pacificato. Non perché sia masochista o nostalgico, ma perché ha capito che la pace prodotta oggi dal “dispositivo” (piattaforma, scrolling, schermo, algoritmo, ecc.) è una forma sofisticata di cattura: non elimina l'inquietudine, la anestetizza. E ciò che è anestetizzato non è guarito, è semplicemente reso incapace di segnalare il problema.
Quella del pensiero di Kant non è la sola “anticipazione” di Fontanelle. Il suo filosofo inquieto non nasce nel vuoto ma si inserisce in una tradizione che attraversa tutta la storia del pensiero occidentale come un filo sotterraneo, sempre presente e spesso minoritario, sistematicamente scomodo per le ortodossie del momento.
Il punto di origine è Agostino. Nel celebre incipit delle Confessioni ("ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te") l'inquietudine non è un difetto dell'anima, ma la sua struttura. È il segno di una mancanza originaria che muove, che spinge, che impedisce la stasi, che tiene perennemente sospesi tra il non sapere e il desiderio di sapere.
Un altro punto di origine sono gli Essais di Montaigne (1533 – 1692) che rappresentano la forma letteraria propria dell'inquietudine. Non sono un trattato che conclude, ma il saggio che esplora, che torna indietro, che si contraddice, che rifiuta la sistematicità come tradimento della complessità del reale. Montaigne scriveva di sé perché riteneva che il soggetto umano fosse instabile, contraddittorio, irriducibile. L'inquietudine, per Montaigne, non è un ostacolo alla conoscenza ma è il suo metodo.
Negli anni successivi a Fontanelle nel filone inquieto della filosofia una menzione particolare la merita la figura di Nietzsche. Con la sua “morte di Dio” che toglie ogni certezza teologica, ma anche qualsiasi fondamento assoluto del sapere e del valore, è stato il filosofo dell’inquietudine e rappresenta la posizione filosofica inquieta per eccellenza. L'inquietudine non è più la tensione verso un punto di arrivo, è la condizione permanente di chi ha capito che il punto di arrivo non esiste. Non è nichilismo, è la sfida a costruire valori senza fondamenti garantiti, di pensare senza rete. Il filosofo nietzschiano è inquieto non perché non abbia ancora trovato la risposta, ma perché ha capito che la risposta definitiva è una menzogna.
Un altro filosofo che mi piace citare è Giorgio Agamben, non perché abbia scritto un trattato sull’inquietudine, ma per avere sviluppato l’idea che il pensiero autentico non parta da certezze, ma sempre da una sospensione, da un momento di arresto in cui ciò che sembrava ovvio diventa improvvisamente opaco, problematico, degno di una domanda o riflessione. Per Agamben non c’è un momento iniziale (lo stupore aristotelico - thaumazein - all’origine del filosofare) da cui si riparte verso la certezza. Lo stupore è una condizione permanente, non è superato arrivando a una risposta, il filosofo lo abita come forma propria del pensiero. Ne deriva una forma di inquietudine strutturale, non ansia, non angoscia, ma la disponibilità permanente a mettere in sospensione ciò che si credeva acquisito.
L’elenco dei filosofi dell’inquietudine è molto lungo, potrebbe continuare, ma voglio citarne solo ancora uno, Camus. Lo faccio perché il filosofo inquieto di Camus non cerca la pace, ma sceglie la lotta consapevole come unica risposta autentica all'assurdo.
La figura del filosofo inquieto (le philosophe agité) in Fontanelle non viene idealizzata. Fontenelle dimostra di essere consapevole di quanto l’essere inquieto e agitato comporti dei prezzi da pagare e dei rischi. Il primo prezzo si paga con la solitudine intellettuale e l’esclusione, anche evocate e forse ricercata, dalle comunità di pensiero costituite e dominanti. L’esclusione non è subita ma vissuta come scelta coerente per la consapevolezza di non riuscire mai a fermarsi all’interno di comunità, scuole, accademie, e tradizioni intellettuali esistenti. Il filosofo inquieto non può fare proprio alcun canone, non può sposare alcuna ortodossia, attraversa le varie comunità intellettuali imparando da esse, ma senza mai installarsi in nessuna di esse, per paura di tradire la propria natura.
Il filosofo inquieto deve saper pagare altri prezzi. Uno è legato alla sospettosità sociale che l’inquietudine sempre scatena. Chi non si adegua, non si adatta, non si ferma, chi è inquieto per natura o per scelta, viene percepito o bollato come instabile, socialmente scomodo, incapace di concludere alcunché, poco serio, inaffidabile, disturbante. Potrebbe mettere in discussione qualsiasi cosa, compresi i fondamenti su cui si reggono le certezze collettive, è imprevedibile e per questo anche pericoloso. Il filosofo tranquillo e omologato al contrario, si sa sempre dove andrà a parare.
Poi c’è un terzo prezzo da pagare, un prezzo personale, più sottile e interessante, ma anche potenzialmente doloroso, il rapporto con la propria incompiutezza. Il filosofo tranquillo ha un'opera, una dottrina un sistema, una summa, può raccontarsi di essere appagato da tutto questo. Il filosofo inquieto sta sempre dentro un processo fatto di saggi, frammenti e conversazioni, ma anche di continue domande e frequenti ripensamenti. Non costruisce cattedrali, è come se si fosse accampato, abitando tende erette in terreni paludosi. Questa forma di esistenza intellettuale, per quanto più fedele alla complessità del reale, è meno visibile, meno monumentale, meno consegnabile alla posterità sotto forma di opera compiuta. Non lo è perché non è associabile a un trattato o a un’opera filosofica ma è una postura, un essere nel mondo, una modalità del pensiero.
Questa postura è stata evidenziata nella storia della filosofia che si è occupata del grande dibattito intellettuale (Querelle des Anciens et des Modernes - Digressione sugli antichi e sui moderni) di fine Seicento sulla superiorità degli antichi o dei moderni. Nel non prendere posizione Fontenelle, rifiutando di pensare che i moderni siano più intelligenti degli antichi e al progresso come un mito romantico, difende la sua idea di una natura umana che è sempre la stessa in ogni epoca, che le idee intellettuali non cambino e che il sapere semplicemente si accumuli. Lo faceva anche con ironia ricordando che in tempi futuri “saremo noi gli antichi di quei moderni”.
"per abbandonare l'analogia, gli uomini non degenereranno mai e le opinioni sane di tutti gli spiriti arguti che si succederanno, si aggiungeranno le une alle altre"
Quella che emerge è una postura radicale che, considerando il sapere sempre in costruzione, non considera come definitivo alcun sistema costituito. Ne deriva una struttura di pensiero nel quale ogni acquisizione di nuovo sapere apre nuovi territori di ignoranza, non vi sono certezze e ogni certezza è provvisoria, non perché la conoscenza sia impossibile, ma perché la realtà è inesauribile. Questa postura radicale ha implicazioni etiche ed epistemologiche, porta a riconoscere la provvisorietà del proprio sapere, senza sposare alcuna forma di relativismo, produce umiltà intellettuale, disponibilità a continue revisioni e ripensamenti, la capacità di ascoltare pensieri diversi, ciò che disturba, invece di andare alla ricerca di ciò che si sente vicino e come tale conforta. È una postura fatta propria dal filosofo inquieto, ma anche dal filosofo in quanto “cittadino”, e trasformata nel principio di base del suo modo di pensare.
Per sostenere la sua postura di filosofo inquieto Fontenelle adotta una dimensione stilistica frammentaria, costruita su dialoghi e saggistica. L’esempio più citato è il testo Entretiens sur la pluralité des mondes scritto in forma di dialogo (usato anche in forma dissacratoria e derisoria, praticando una filosofia ludica per dimostrare l’illusorietà di tante verità e certezze filosofiche), in realtà di “conversazione” tra due interlocutori che pensano e dialogano insieme, senza sapere dove arriveranno. Uno di essi, il personaggio della marchesa, non è uno strumento didattico, ma una presenza che interroga, che resiste, che obbliga il narratore a riformulare, a precisare, a ricominciare.
Non esistono un maestro e un discepolo come nei dialoghi platonici, il dialogo non è una forma retorica, è una forma epistemologica che fa emergere la conoscenza dalla tensione tra prospettive diverse, non dalla esposizione di verità già acquisite. Questa scelta stilistica anticipa di secoli la consapevolezza moderna che la forma del testo non è indipendente dal suo contenuto, che il modo in cui si dice qualcosa è parte di ciò che si dice. Un pensiero inquieto non può essere espresso in forma di trattato sistematico senza tradirsi. Il trattato presuppone un inizio, uno sviluppo, una conclusione, una teleologia che contraddice la struttura aperta dell'inquietudine. Il saggio, il dialogo, la conversazione intellettuale sono le forme proprie di un pensiero che non pretende di chiudersi.
La scoperta di Fontenelle, alla base di questo breve scritto, e il mio interesse per la sua esperienza intellettuale, è nata dal considerarmi un “filosofo” inquieto, dalla inquietudine che sempre mi caratterizza, in un mondo sempre più coincidente, conformistico e omologato che, nelle sue forme tecnologiche, economiche, culturali e editoriali, premia sempre il filosofo tranquillo, allineato, come se fosse un teologo scolastico moderno, sempre impegnato a ottimizzare rimanendo dentro parametri dati senza interrogare i parametri.
Un tecno-filosofo nell’era delle macchine-IA, tutto teso a fornire idee e soluzioni per favorire e gestire il sistema, senza mai interrogarsi sui rapporti di potere che lo caratterizzano, o se il sistema stia andando nella direzione giusta. Un filosofo che si è trasformato in creatore di contenuti (content creator) e di narrazioni (influencer), che li produce dentro formati perimetrati e (pre)definiti da piattaforme e loro algoritmi, senza interrogarsi sulle finalità, sui modelli di business e sulle logiche della piattaforma utilizzata. Un filosofo che, impegnato nella ricerca, risponde alle domande “finanziate” senza chiedersi quali domande non vengano finanziate e perché.
“Bisogna concedere solo metà della propria mente alla credenza di certe cose, e conservare l'altra metà libera in cui sia possibile ammettere il contrario, se è necessario.”
Questi filosofi tranquilli, di cui la Rete è piena, tranquilli non lo sono per natura, ma per selezione. Sono il prodotto di un sistema che li ha selezionati con attenzione e precisione, premiandoli, amplificando la loro visibilità sulle piattaforme e il loro pensiero omologato e “quiet(at)o”. La struttura filosofica precisa del meccanismo che caratterizza oggi questo sistema non si limita a premiare i filosofi tranquilli, li produce. Lo fa attraverso dispositivi che trasformano l'inquietudine in ansia gestibile, la domanda aperta in risposta ottimizzata, il pensiero lento in scroll rapido e continuo. Come ha scritto Giorgio Agamben nella sua teoria del dispositivo, i dispositivi, siano essi tecnologici, istituzionali, o discorsivi, non si limitano più a reprimere la soggettività, ma la producono. E la producono in una forma specifica: soggetti pacificati, soggetti che hanno trovato la propria identità dentro il dispositivo e non hanno più ragione di interrogarla.
Al filosofo inquieto lo stesso sistema paventa e poi, se insiste nel suo essere inquieto, regala l’irrilevanza. Non viene messa all’opera alcuna censura, ma chi non si ferma, chi non ottimizza, chi continua a fare domande che rallentano il processo, chi mette in discussione i parametri invece di lavorare dentro di essi, non viene censurato, soppresso, viene semplicemente reso invisibile, inudibile, ininfluente.
Resistere a questa invisibilità imposta e subita non è facile, aumenta i rischi ai quali il filosofo inquieto si espone, lo spinge (invoglia) a interrogarsi sui vantaggi e sui benefici che potrebbe avere se rinunciasse alla sua de-coincidenza, determinata dalla sua inquietudine, adeguandosi al “così fan tutti”. Se non lo fa è perché, forse, la sua attenzione non è ancora stata riformattata dallo “scroll”, perché non sente il bisogno di rincorrere gratificazioni immediate, perché non ha eliminato la tolleranza verso ciò che è ambiguo e complesso, perché continua a sentirsi inquieto. Forse anche perché continua a conservare le strutture neurologiche e cognitive che l’inquietudine richiede e che la condizione digitale sta da tempo modificando, colonizzando e trasformando.
Il pensiero che abita l'inquietudine è diverso dal pensiero che cerca la risposta rapida. Sono modalità e pratiche diverse, che producono soggetti diversi.
A Fontanelle si ispira l’ultimo progetto a cui sto lavorando. Si chiama Stultifera Navis, la nave dei folli, il luogo che, nell’interpretazione di Foucault, è abitato da chi è stato espulso dalla città della ragione ordinata. La Stultifera Navis è il luogo dei filosofi inquieti, di chi non riesce a fermarsi dove il consenso si è fermato, di chi continua a fare domande che la terraferma considera già risolte o semplicemente scomode, di chi scrive non per costruire un sistema ma per abitare un processo, pensando ad alta voce insieme ad altri che hanno la stessa incapacità strutturale di trovare pace nelle risposte già date.
Ma così come Fontanelle non riuscì mai a trovarsi completamente a suo agio nei salotti filosofici che frequentava, nelle sue conversazioni con la marchesa immaginaria di suoi dialoghi, anche io non troverò mai pienamente quiete, neppure dentro uno spazio come la Stultifera Navis, pur continuando a costruirlo, sempre parzialmente, provvisoriamente e sempre con chi condivide con me la stessa irrequietezza, scontentezza (non essere mai soddisfatti compiutamene) e inquietudine.
La Stultifera Navis rimane comunque un luogo nel quale l’inquietudine non è mai un difetto da correggere ma la condizione prima per l’imbarco e per provare a continuare il viaggio, uno spazio nel quale la domanda vale più della risposta, e il pensiero che non si ferma non solo è tollerato ma anche coltivato e promosso, ritenuto necessario, perché capace di disturbare il sonno di chi preferisce la pace delle certezze al lavoro della comprensione.
La nave è già salpata, ma viaggia con la scaletta sempre a fior di onda.
I filosofi inquieti, ma anche quelli ribelli, sono i benvenuti.