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O subiamo i nostri tempi o sappiamo guardare alle cose che non vanno e chiediamo di parlarne. Una poesia di Tommaso Campanella, che con Bernardino Telesio ci ha offerto lezioni di morale in un tempo di grande decadenza intellettuale, morale e politica, il Seicento. Un tempo che non sembra dissimile dal nostro.


Il sonetto a cui faccio qui riferimento è Contro i poeti (In superbia il valor), parte dei sonetti filosofico-morali di Campanella, che rientra nella sua vasta produzione poetica accanto alle Poesie filosofiche. 

Nel sonetto Campanella, con il suo caratteristico tono profetico e polemico, contrappone alla poesia corrotta e adulatrice una poesia alta, che dovrebbe cantare le verità divine e le meraviglie della natura, secondo l'ideale della sua filosofia naturalista.

Il tema è tipico di Campanella, usato per denunciare la degenerazione morale della società vista come conseguenza di una cultura che ha tradito la propria funzione. I poeti, che avrebbero il compito di educare ed elevare, cantano invece «finti eroi, infami ardor, bugie e sciocchezze», esercitano la poesia di corte.

La poesia mi è stata segnalata da Francesco Vissani, un autore della nave, richiamando la mia attenzione sulle similarità tra il tempo di Campenella (il Seicento) e il nostro attuale.

La struttura del travestimento è forse il punto di contatto più forte. Oggi assistiamo a qualcosa di strutturalmente analogo. Il valore diventa personal branding, la santità diventa segnalazione di virtù, il senno diventa semplice capacità comunicativa, la capacità di sembrare competente più che di esserlo. Le «sottigliezze» di cui parla Campanella ricordano molto certe derive della cultura accademica e del dibattito pubblico contemporaneo, in cui la complessità retorica sostituisce la profondità di pensiero.

Il ruolo dei poeti è oggi occupato da un ecosistema molto più vasto e pervasivo, piattaforme digitali, industria dell'intrattenimento, influencer, media, che per logica strutturale premia esattamente ciò che Campanella condanna: «finti eroi, infami ardor, bugie e sciocchezze». Non per malvagità, ma perché è ciò che genera engagement, visibilità, denaro. La macchina non ha bisogno di cattive intenzioni per produrre esiti analoghi a quelli che Campanella denunciava.

Campanella aveva ancora una controproposta forte: la «prisca etate», la poesia come accesso alle «grandezze di Dio», una funzione conoscitiva e quasi sacerdotale della cultura. Questa alternativa oggi è molto più difficile da articolare, perché manca il riferimento condiviso, teologico, cosmologico, metafisico, che la rendeva pensabile. La nostra crisi culturale è per certi versi più profonda della sua, proprio perché non abbiamo un equivalente della «prisca etate» a cui tornare, o almeno non c'è accordo su cosa esso sia.

Campanella scriveva dal carcere, dove era rinchiuso dall'Inquisizione. Aveva subito la tortura, eppure manteneva la convinzione che la cultura potesse e dovesse dire la verità sul mondo. Oggi la cultura ha infinitamente più libertà formale, nessuno va (per il momento) in prigione per aver scritto una poesia scomoda, ma è forse più efficacemente neutralizzata dall'indifferenza, dalla frammentazione dell'attenzione e dalla logica del mercato. La censura è diventata superflua.

In questo senso il sonetto è sorprendentemente attuale, non come documento storico ma come struttura di pensiero. 

Scrive Campanella nella sua Poetica che i poeti moderni hanno “con le bugie perniciose contrafatto le virtù, ed ornato i vizi colla veste di quelle”. 

Campanella se la prende con questi poeti e grida loro contro, chiedendo loro di tornare “al prisco poetare” dedicandosi alle opere di Natura che sono più mirabili delle “favole”. 

Ne emerge una condanna di Aristotile, che fece la favola essenziale al poeta: poiché questa si deve fingere solo dove si teme dir il vero per conto de' tiranni, come Natan parlò in favola a David; o, a chi non vuol sapere il vero, si propone con gusto di favole burlesche o mirabili; o a chi non può capirlo, si parla con parabole grosse, come Esopo e Socrate usâro, e più il santo Vangelo. 

Campanella “lauda quella favola solo che non falsifica l'istoria, come è quella di Dido in Virgilio bruttissima; ed ammonisce la gente contra i vizi proprii o strani, e l'accende alla virtù. Laonde questo ultimo verso dicea nel primo esemplare: «E fa le genti di virtù infiammarsi».”

 

Contro i poeti

In superbia il valor

 

In superbia il valor, la santitate
passò in ipocrisia, le gentilezze
in cerimonie, e 'l senno in sottigliezze,
l'amor in zelo, e 'n liscio la beltate,
mercé vostra, poeti, che cantate
finti eroi, infami ardor, bugie e sciocchezze,
non le virtù, gli arcani e le grandezze
di Dio, come facea la prisca etate.

Son più stupende di Natura l'opre
che 'l finger vostro, e più dolci a cantarsi,
onde ogni inganno e verità si scuopre.

Quella favola sol dèe approvarsi,
che di menzogne l'istoria non cuopre
e fa le genti contra i vizi armarsi.

Pubblicato il 26 febbraio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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