La prima considerazione attiene alla parola “sguardo”, con quella S che ci dice qualcosa. “Sguardare” vuol dire andare più a fondo, così come scoprire significa togliere un velo e trovare qualcosa che già c’era, ma era di difficile individuazione.
Oggi, il tempo di guardare non c’è più: si brucia tutto in una “digifrenia” compulsiva, in un "immediatezza scopica" che vuole fruire tutto e subito.
Il verbo “osservare” (σκοπεῖν - skopein in greco) in realtà è più associabile a un altro verbo, ovvero scoprire. In effetti, se ci pensiamo un attimo, scoprire non vuol dire tanto trovare qualcosa di nuovo, ma piuttosto rivelare qualcosa che già c’era, ma era di difficile individuazione. È uno sguardo indagatore con un preciso scopo, come evocano le parole “telescopio” e “microscopio”.
Esiste però un altro genere di sguardo, privo di scopo: quasi una contemplazione da vivere qui ed ora.
È con quest’ultimo sguardo che abbiamo voluto vedere queste tre parole: valzer, lambrusco e libertà. Sono accomunate dall’idea del movimento, che è anche la cifra della primavera, quando la natura si muove dopo il letargo invernale.
Valzer e Lambrusco, è facile accomunarli al movimento di piedi e di bollicine: ma perché la libertà è movimento? Perché, come dice Giorgio Gaber, la libertà non è star sopra un albero ma muoversi, perché le libertà non vengono date, ma si devono prendere e difendere.
Sicuramente oggi siamo più fermi, davanti allo schermo del telefonino o della TV, alle notizie di guerra o del collasso ambientale del Pianeta. Notizie che creano un cupo pessimismo disperante, soprattutto verso il futuro.
Oggi, il tempo di (S) guardare non c’è più: si brucia tutto in una “digifrenia” compulsiva, in un "immediatezza di notizie” che confondiamo per informazione.
Sicuramente muoviamo meno i piedi e passiamo meno tempo insieme rispetto a ottant’anni fa, un’inezia rispetto ai tempi del mondo, un’eternità rispetto a quelli dell’uomo.
Si era in guerra, quindi con preoccupazioni di sopravvivenza e miserie vere. Eppure, anche (o soprattutto) in quel contesto, le persone il tempo per stare insieme e divertirsi lo trovavano.
“E l'Italia cantando ormai libera allaga le strade, sventolando nel cielo bandiere impazzite di luce” canta Francesco Guccini, cittadino onorario di Castelvetro, nella bella canzone “Quel giorno di aprile”, spiegando che c’era una voglia di ballare che faceva luce.
Lentezza
Sì, perché la voglia di ballare e di divertirsi era un bisogno quasi ancestrale, primario.
Immersi in miseria vera e preoccupazioni per la vita propria e dei propri cari: però il tempo per divertirsi si trovava. Coì come si trovava anche il tempo per la “lentezza”: nella stalla a parlare, lavorare a maglia, giocare a carte, oppure a ballare.
Nelle Lezioni americane, Italo Calvino individua la lentezza come il contraltare della rapidità: servono entrambe: “festina lente – affrettati lentamente”, pare esortasse l’imperatore Adriano.
Ancora sulla lentezza, mi sembra calzante questo episodio.
Nel 1938, Louis Daguerre, artista, chimico e fisico francese, posizionò il cavalletto con la sua rudimentale macchina fotografica sul Boulevard du Temple, a Parigi. La tecnica della dagherrotipia1 richiedeva un lungo tempo di esposizione. Quando Daguerre sviluppò la lastra, emerse solamente la figura di un ciabattino, che pazientemente non si era mosso dalla sua postazione nella quale riparava le scarpe. I cavalli, le carrozze, le persone erano passate troppo velocemente ed erano scomparse.
Già allora la tecnologia non sopporta la lentezza. Pensiamo ad oggi, allo smartphone, che sapientemente il giornalista Carlo Verdelli definisce "Il diavolo in tasca”: uno specchio digitale che riflette solo i nostri piccoli narcisismi, complici anche i Social e il loro baccano comunicativo. Nessuno sta più in ascolto e ciascuno produce se stesso.
Allegria
Il pezzo forte dell’evento è stato sicuramente l’intervista ad Augusta Capitani (Classe 1941) e a Ernesto Stanzani (Classe 1936).
Augusta abitava in un podere chiamato “Allegria”, i suoi genitori erano mezzadri e da grande avrebbe voluto fare il meccanico. Il ricordo più forte della guerra è il ballo della Liberazione, con le sue sorelle più grandi agghindate per bene, grazie al recupero della tela di un paracadute, che aveva fornito la seta per le camicette.
Ernesto invece abitava vicino a Castelfranco Emilia e ricorda quando un carro armato finì nel fosso. I tedeschi, pensando che si fosse trattato di un sabotaggio, con le armi spianate allinearono contro il muro tutte le persone presenti. Una bambina piccola piangeva ed Ernesto provava a consolarla: un tedesco gli mollò una sberla, rompendogli un labbro. Da grande avrebbe voluto fare il muratore e, nel settore costruzioni, ci ha lavorato fino alla pensione.
La musica e il ballo erano una cifra imprescindibile di quegli anni. Augusta ricorda che a volte ballavano accompagnati dal suo papà, che sapeva fischiettare molto bene. Ernesto ha ben in mente il veglione della Liberazione e mi ha fatto ricordare Francesco Guccini (cittadino onorario di Castelvetro) quando dice che dopo la guerra c’era “...una voglia di ballare che faceva luce“.
Sia Augusta che Ernesto hanno ammesso candidamente che quando erano adolescenti il pensiero del futuro non li attraversava: si pensava al giorno per giorno e in un qualche modo il futuro era dato per scontato.
Quando ho chiesto loro di darmi uno sguardo sui tempi attuali, nelle parole, nel tono della voce e nelle espressioni saltava fuori, con forza, un sentimento di delusione e di preoccupazione.
Perché questi due “ragazzi di una volta” sono stati i protagonisti del cosiddetto miracolo italiano, che ha portato l’Italia tra le grandi potenze mondiali.
Non si permettevano zone di comfort né sindromi di Peter Pan,2 e forse questo li ha salvati e ha permesso loro di diventare due vecchi bellissimi e con gli occhi ancora pieni di vita.
Li ho ringraziati di cuore per averci donato “Il caro tempo giovanil”3 e ricordato che dobbiamo liberarci e non aspettare di essere liberati, che dobbiamo costruire un futuro più gioioso senza sperare che qualcun altro ci tolga le castagne dal fuoco: perché solamente chi spera rischia poi di essere dis-perato).
Ho ringraziato Augusta ed Ernesto anche per averci fatto riflettere che purtroppo la storia insegna ma non ha allievi, e che “...due eserciti che si combattono sono come un solo grande esercito che si suicida”.4
Abbiamo infine fatto un brindisi collettivo a un futuro bello e ballato il liscio con la musica dell’orchestra “La Vaporiera”.
1Lastra di rame argentata, resa fotosensibile con vapori di iodio e sviluppata con vapori di mercurio
2La neotenia psichica è un disturbo mentale catalogato dal DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) caratterizzato dal rifiuto degli adulti di crescere e assumersi adeguate responsabilità.
3Le Ricordanze di Leopardi
4Dal romanzo Il Fuoco di Henri Barbusse (scrittore francese 1873-1935).