La Festa dei Lavoratori nasceva in un mondo più semplice, anche se più duro.
Si sapeva chi lavorava, dove lavorava, contro cosa si lottava.
Oggi il lavoro sta cambiando. Questo è un dato di fatto.
La tecnologia ha cambiato le nostre vite.
La globalizzazione ha cambiato l’economia.
L’immigrazione e l’emigrazione hanno cambiato la società.
E il lavoro, inevitabilmente, cambia con loro.
Compriamo a basso costo da altri Paesi e poi ci sorprendiamo se alcune produzioni scompaiono.
Formiamo meno competenze tecniche di quelle che servono e poi parliamo di mancanza di lavoro.
Viviamo più a lungo e facciamo meno figli, e il sistema che regge pensioni e welfare si indebolisce.
Sono fatti. Non opinioni.
In questo contesto, il lavoro perde alcune certezze che per anni abbiamo dato per scontate.
La stabilità non è più garantita. I percorsi non sono lineari. Le competenze hanno una durata più breve.
Il problema è che il cambiamento è più rapido della capacità di adattamento, mentre scuola, politica e rappresentanza sociale si muovono con tempi più lenti.
Qui si apre una distanza tra la realtà e gli strumenti per affrontarla.
E la scuola è uno dei punti centrali di questa distanza.
Negli ultimi anni si è cercato di avvicinare scuola e lavoro anche attraverso l’alternanza, oggi PCTO.
L’idea di fondo non è sbagliata. Il problema è come questo contatto viene costruito.
Non basta mandare gli studenti “in azienda”.
Non basta riempire ore.
Chi sta in classe lo vede ogni giorno.
La collaborazione deve nascere prima, dentro la scuola.
Occorre riprogettare l’istruzione, non limitandosi a cambiare continuamente nome ai percorsi (Elementare/Primaria, Professionali/Licei), ma portando scuola e mondo produttivo a lavorare insieme.
Come ho spesso detto in passato la scuola e il mondo produttivo devono imparare a collaborare.
Gli imprenditori devono portare nelle scuole e nelle università le loro esigenze reali con incentivi per aiutare la ricerca.
La scuola deve tradurle in percorsi formativi che abbiano senso, che sviluppino competenze e che preparino al cambiamento.
Occorre affrontare i nodi strutturali, come energia, innovazione, organizzazione del lavoro.
Non esistono soluzioni semplici. E non esistono scorciatoie. Ma esiste una responsabilità condivisa: capire il tempo in cui viviamo, senza semplificarlo.
Il lavoro non è solo economia. È una parte fondamentale dell’equilibrio sociale. Per questo parlarne in modo serio non è retorica. È necessario.
Il Primo Maggio può ancora avere senso, se smette di essere solo celebrazione e torna a essere riflessione. Non per guardare indietro. Per capire come andare avanti.