Una donna è in piedi, frontale, immobile. È longilinea, altissima, il corpo occupa quasi per intero la superficie del dipinto che misura 252 centimetri di altezza per 56 di larghezza, un formato stretto e verticale che non lascia margine, non concede distanza, non permette di tenerla a distanza di sicurezza. La pelle è pallida, i capelli rossi e sciolti, la testa è adornata di fiori. Il volto non è dolce, non è invitante: è ieratico, la bocca dischiusa, lo sguardo diretto, la qualità di chi non chiede nulla ma aspetta che tu risponda. Il corpo è completamente nudo, una nudità che all'epoca suscitò scandalo non per il nudo in sé, già presente nella tradizione pittorica, ma per il suo realismo, per la precisione anatomica che non idealizza, non sublima, non trasforma il corpo in allegoria prima di averlo mostrato per quello che è. Nella mano destra tiene uno specchio rivolto verso chi guarda, non verso se stessa, uno specchio piccolo, rotondo, che non riflette lei ma riflette voi, e questo gesto non è un invito, è una richiesta. Ai suoi piedi, tra le caviglie, due fiori dai lunghi steli sottili, e poi il serpente: si avvolge intorno alle gambe, scivola fuori dalla cornice del dipinto, e quel debordare non è casuale, il serpente cerca di raggiungere la scritta Nuda Veritas incisa in basso, cerca di cancellarla, perché la menzogna non combatte la verità frontalmente, la assedia dal basso. Lo sfondo è acquatico, azzurro, indefinito, un ambiente che non è luogo ma condizione. In alto, sul fondo oro che Klimt usa come superficie sacra, la stessa scelta delle icone bizantine, la luce che non viene da nessuna fonte particolare ma è ovunque e non proietta ombre perché non appartiene al tempo, una citazione in tedesco incisa come se fosse un'epigrafe.
Nel 1897 Klimt esce dalla Künstlerhaus, l'associazione ufficiale degli artisti viennesi, insieme ad altri diciotto artisti, e fonda la Secessione con un motto preciso: Al tempo la propria arte, all'arte la propria libertà. L'anno dopo, nel 1898, pubblica su Ver Sacrum, la rivista del movimento, una litografia con lo stesso soggetto della Nuda Veritas: una donna nuda che regge uno specchio, una scritta in alto. Ma nella litografia la scritta è di Leopold Schefer: La verità è fuoco e parlare di verità significa illuminare e bruciare. Nel dipinto del 1899 quella citazione scompare e al suo posto arriva Schiller, e con Schiller arriva anche il serpente, assente nella versione precedente. Il cambio non è stilistico, è programmatico: Klimt sta precisando il bersaglio. La citazione viene da Tabulae Votivae, raccolta di epigrammi pubblicata nel Musenalmanach für das Jahr 1797, nella sezione intitolata Wahl, Scelta. Il testo originale tedesco è: Kannst du nicht allen gefallen durch deine Tat und dein Kunstwerk, / Mach es wenigen recht; vielen gefallen ist schlimm (Trad.: Non puoi piacere a tutti con la tua azione e la tua arte. Rendi giustizia a pochi. Piacere a molti è cosa da poco). Schiller scrive questo nel 1797, Klimt lo incide sul fondo oro nel 1899, e la precisione del gesto sta nel fatto che la frase non è un programma estetico ma una posizione etica: non si tratta di scegliere un pubblico ristretto per aristocrazia del gusto, si tratta di scegliere la verità anche quando la verità non piace, anche quando chi la dice viene chiamato con un nome che serve a metterlo a tacere. Klimt lo sapeva per esperienza diretta: quando le tele per il soffitto dell'Università — Filosofia, Medicina, Giurisprudenza — furono presentate al pubblico, la prima venne accusata di "presentare idee confuse in forme confuse", la seconda di indecenza. Rispondendo alle polemiche, Klimt disse: A me non importa a quanti, ma a chi piace. È la frase di Schiller detta in prima persona.
La donna non è una figura allegorica nel senso tradizionale, non è una personificazione astratta della verità come l'iconografia classica aveva codificato, una figura velata che aspetta di essere svelata, una statua che aspetta di essere contemplata. È una presenza, e la differenza è precisa: la personificazione si offre alla lettura, la presenza esige una risposta. Lo specchio che tiene non riflette lei, riflette voi, e questo inverte completamente la logica del guardare: di solito davanti a un dipinto siete voi a guardare, qui è il dipinto che vi guarda mentre voi decidete cosa fare di quello che vedete. Il serpente che cerca di cancellare il suo nome è la menzogna non come errore ma come sistema, come struttura che ha interesse a che la verità non venga nominata, perché il nome è già la metà della resistenza.
La tensione tra verità e approvazione non è tra chi dice la verità e chi la nega. È più sottile, e Klimt lo sapeva: è tra chi ha il coraggio di non cercare il consenso e chi costruisce la propria verità a misura del consenso che si aspetta di ricevere. Lo specchio rivolto verso chi guarda non chiede se siete belli. Chiede se state guardando davvero, o se state guardando quello che volete vedere.
Tornate all'immagine che avete costruito all'inizio. La donna in piedi, lo specchio nella mano destra, il serpente ai piedi, il fondo oro con la citazione di Schiller in alto.
Nella tua vita, in questo momento, quando mostri qualcosa di tuo, lo mostri per quello che è o per quello che pensi che gli altri vogliano vedere, e sai riconoscere la differenza?
Nota. Nuda Veritas, Gustav Klimt, 1899, olio su tela, 252×56,2 cm, Österreichisches Theatermuseum, Palais Lobkowitz, Vienna; acquistata da Hermann Bahr, drammaturgo, critico e sostenitore della Secessione viennese. Dell'opera esiste una versione precedente, una litografia del 1898 pubblicata su Ver Sacrum, rivista della Secessione viennese, con una citazione dello scrittore Leopold Schefer in luogo di quella di Schiller, e senza il serpente ai piedi della figura, aggiunto nella versione definitiva.
La citazione di Friedrich Schiller è tratta da Tabulae Votivae, epigramma Wahl, pubblicato nel Musenalmanach für das Jahr 1797; testo critico di riferimento in Friedrich Schiller, Sämtliche Werke, Band 1, Hanser, München 1962.
La Secessione viennese viene fondata nel 1897; il suo motto era "Al tempo la propria arte, all'arte la propria libertà"; Ver Sacrum è la rivista del movimento, attiva dal 1898 al 1903.
La dichiarazione di Klimt sulle polemiche per le tele universitarie è riportata in Studenti.it e in fonti secondarie; per il contesto critico cfr. Federica Armiraglio, Klimt, Skira, Milano 2008; Eva di Stefano, Klimt, Art dossier n. 29, Giunti, Firenze-Milano 1988.