All’epoca della presentazione della mia silloge Il dolore della cognizione, ormai due anni fa, feci un discorso che vorrei riprendere oggi. Ovviamente i poeti sono ridicoli e soprattutto non vengono letti, perché chi si sognerebbe al giorno d’oggi di acquistare un libro di poesia? E il popolo di LinkedIn, l’unico social che uso e in cui speravo di trovare dei lettori, perché credevo vi abitassero individui maturi, professionisti, gente di una certa cultura, non ha dato grande prova di sé. Anzi, debbo dire che il livello rasenta l’infimo, fatto, come si dà il caso, di uno stolto chiacchiericcio sotterraneo. Soggetti che quando va bene si limitano all’ovvio e al rinforzo, quando va male sfociano nell’immondo. Perché commentate dico io? E soprattutto perché non leggete chi ha qualcosa dire? Perché succede anche che likes o diffusioni di post avvengano senza che l’autore di questi ultimi abbia letto una riga di ciò che apparentemente approvano. L’ho verificato...
In breve, quasi nessuno ha visto quella presentazione o ha letto il libro. Il che è un peccato perché quel testo ha anticipato tante cose che poi sono successe ma soprattutto ha descritto profondamente i nostri tempi. Che l’abbia fatto stilisticamente bene o male è un altro paio di maniche, ma era stato scritto per essere una bussola per orientarsi. Ad ogni modo, in quella presentazione mi lanciai in una lunga disquisizione su ciò che fosse poesia e ciò che non lo fosse. Lo feci portando una serie di esempi, uno dei quali vorrei riprendere sia per, en passant, dire qualcosa su recenti casi di cronaca in cui figli hanno ammazzato la propria madre (ma il discorso si può allargare a figli che ammazzano i genitori), sia per affrontare il vero tema di questo pezzo ovvero vergogna e trasparenza. L’esempio che feci due anni fa è il seguente: poesia è lo sguardo di una madre che guarda con amore e con costanza il proprio figlio nei suoi primi anni di vita. Specialmente quando lo tiene tra le braccia, lo allatta, lo trastulla, lo fa riposare nel passeggino. In quello sguardo, apparentemente non percepito dall’infante, PASSA tutto e in realtà è il momento in cui il bambino comincia a formare la sua identità emotiva, cognitiva e in cui viene esposto all’alterità, come riflesso e come costruzione del sé. Quello sguardo è insieme simbolo e presenza. Lo hanno dimostrato fior di psicologi e studiosi. Poesia è esserci.
Non poesia è invece, così raccontavo due anni fa dopo una serie di osservazioni, vedere una madre che invece di guardare il proprio figlio (forse perché pensa che quella meraviglia che stringe fra le mani sia inanimata) mentre allatta o lo fa riposare, guarda ossessivamente il proprio smartphone, ignorando completamente il pargolo. È una scena a cui si assiste sempre di più e che, due anni dopo, sembra essere diventata la norma. Per non parlare di quelle madri, o genitori, che addirittura danno lo smartphone ai propri figli sin dalla tenera età.
Perché ne parlo oggi? Perché senza nessuna pretesa di scientificità (anzi rivendico fortemente il mio punto di vista poetico) forse certi casi di cronaca che scioccano così tanto, possono anche essere spiegati da questa frattura tra lo sguardo della madre e quello del proprio figlio che non riceve difatto nulla e cresce circondato da una nichilistica assenza. Con chi può identificarsi questo tipo di bambino? In altre parole, come fanno quei figli che sono stati privati di quello sguardo o che sono stati accuditi da uno smartphone, a vedere nella propria madre o nel proprio padre un’estensione del proprio sé? È più probabili percepirli come estranei che vivono sotto lo stesso tetto, ognuno però dentro la propria bolla digitale.
Quello che dico è una provocazione? Certo e sicuramente non spiega direttamente quello che è successo nelle cronache, ma allo stesso tempo sono convinto che questo è un enorme problema. E che sarebbe l’ora di smettere di addossare tutte le colpe di questa deriva tecnologica ai giovani e cominciare invece a criticare fortemente quegli adulti non poetici, responsabili di tutto questo (a cominciare ovvio da quei folli disumani che hanno creato tutto ciò e che ho già denunciato in altri articoli).
Vita digitale appunto. Discussa da me tante volte perché la reputo un grandissimo problema sia riguardo le relazioni tra le persone sia rispetto al rapporto con la realtà. In particolare vorrei parlare di due aspetti, il cui significato è stato completamente travisato dalla narrazione digitale: la vergogna e la trasparenza.
Cominciamo dalla vergogna, o meglio dalla sua assenza. I fatti di cronaca di cui sopra (ma anche tutti gli altri che vedono individui di ogni età fare cose, criminali o virtuali, che ai più sembrano impensabili) oppure certe manifestazioni esibizionistiche, dal vivo o in rete, provocano dei forti shock e aizzano quasi automaticamente la domanda: “ma non si vergognano?”. La risposta purtroppo è no perché la vergogna è morta, essendo una delle tante vittime collaterali del digitale. Seppure è vero che si può provare vergogna in molti situazioni, comprese quelle in cui si è da soli, la vergogna nasce molto spesso quando siamo esposti alla sguardo dell’altro che ci fa imbarazzare per qualcosa che forse non dovevamo fare. L’altro difronte al quale si arrossisce ( o peggio) per averci colto in castagna. Mi vengono in mente Adamo ed Eva, meravigliosamente rappresentati da Masaccio nella cappella Brancacci, che provano a coprirsi perché lo sguardo dell’altro, e che altro!!!, li ha sgamati. E il volto di Eva che anticipa di secoli l’urlo di Munch, in una vergogna tramutata in disperazione.
Lo dice bene Franco La Cecla (che a sua volta cita altri autori):
Alla base di tutto ciò sta una questione che è centrale per Lacan, ossia quel vedersi visti che caratterizza il nostro essere al mondo: «Io non vedo da un punto di vista, ma nella mia esistenza, io sono guardato da ogni parte». E in maniera piú attinente al ventenne Lacan imbarazzato: «Lo sguardo è questo oggetto perduto e improvvisamente ritrovato nella conflagrazione della vergogna, tramite l’introduzione dell’altro». L’imbarazzo è l’emergere del soggetto che non può non provare vergogna quando si trova «scoperto», ridotto a macchia nell’immenso quadro vedente del mondo.
Quindi, come è possibile provare vergogna per chi cresce nel mondo digitale, dove l’altro è ridotto ad un algoritmico anonimato, dove non ci sono sguardi reali (semmai filtrati), e dove le interazioni con gli altri sono schermate?
Non stupiamoci allora se gli individui fanno cose di cui, è bene capirlo, non possono vergognarsi poiché vivono in una bolla solipsistica e masturbatoria.
Lo stesso avviene per la trasparenza. I padri del tecnocapitalismo digitale hanno creato e venduto una narrazione in cui viene celebrata la grande trasparenza delle nuove tecnologie. E gli utenti di tutto il mondo si beano di questa narrazione al punto da mettersi completamente in mostra, da farsi vedere in tutte le loro trasparenze. È davvero così? Se lo fosse, come mai proprio nel mondo tecnologico, in particolare nel mondo IA non c’è affatto trasparenza? Anzi c’è una preoccupante segretezza che negli ultimi anni è stata travasata anche nella politica. Non sentite un forte distacco tra ciò che avviene dietro le inaccessibili porte del potere, in ogni sua forma, e la quotidianità?
Alexander Halavais così lo spiega:
Transparency comes with its own dangers and potential costs (Grimmelmann 2008), but just as we seek transparency and openness from our governments, we should expect something similar from the search and social media industries. As technology advances, such transparency will be ever harder to achieve. Increasingly, algorithms that determine what information and communication is “relevant” to the average user are driven by evolutionary learning processes that are difficult even for their programmers to adequately understand or explain.
La narrazione poi che vuole trasparenza=democrazia è ancora più abietta. Democrazia non è avere la possibilità di dire la tua o mettere un like, se il tutto non viene trasformato in un progetto politico che COINVOLGA le persone nella sua attuazione. Possibilmente un progetto che dia benefici alla maggior parte delle persone e non solo ad alcuni.
È giunta l'ora di smettere di credere a parole svuotate del loro vero significato e usate come freccette per un bersaglio troppo facile.
D’altronde l’etimologia di trasparenza ci riporta ad un guardare attraverso, a un guardare dentro e non ad un farsi guardare o a un guardare se stessi essere guardati.
In ultima analisi dico che le grandi crisi, sociali, politiche, educative ecc. hanno un’unica matrice: la svolta digitale che ha violentemente e troppo in fretta cambiato la psiche umana e il suo rapporto con la realtà e con gli altri. Ignorarlo o giustificarlo, oppure, peggio, pensare di potere governare tutto ciò, è da sciocchi.